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Tra Roma e Bisanzio... il tempietto di San Lorenzo Martire

01/07/2006
C’è un luogo, sul finire del tracciato dell’antica via Appia, dove Roma e Bisanzio si incontrano, o quasi.
All’altezza di Mesagne, infatti, la Regina Viarum corre, tra Taranto e Brindisi, nei pressi di un piccolo e prezioso luogo di culto, che rievoca subito l’Oriente cristiano, autore anche qui di tante pagine di storia.
Uscendo dal centro abitato di Mesagne per recarsi a Brindisi, guardando a destra, ecco visibile, quasi protetto dalle case basse circostanti, tutte imbiancate, il tempietto di San Lorenzo martire, «una basilichetta a tre navate ed abside tricora - hanno scritto gli storici -, costruita in opus quadratum su misure multiple del piede romano». «Lapidibus quadratis contextum, figuraque concameratum, quod magnae vetustatis vestigia prae se fert», scrisse Diego Ferdinando (1611-1662) nella sua «Messapographia seu Historia Messapiae», rimasta manoscritta e datata fra il 1653 ed il 1662. Egli lasciò intuire le origini pagane di quella struttura, dedicata - secondo le sue ipotesi - a Giano Bifronte: «Idola in ipso venerat», scrisse. Ed era convinto di un collegamento tra quelle mura ed un’epigrafe, che fino al 1603 - cioè prima di traslocare altrove ed andare perduta - era nei pressi. Diego Ferdinando, ancora, descriveva quel luogo come composto di diversi vani intercomunicanti; lo diceva dedicato al martire Lorenzo, al quale era intitolata, proprio in quegli anni e fino allo spirare del XVIII secolo, una fiera «specializzata» - si potrebbe dire - nella vendita e nell’acquisto di maiali.
Studi più recenti ed accurati, tuttavia, datano il tutto al VI-VII secolo dopo Cristo, mentre nel 1810, Antonio Mavaro, traducendo la «Messapographia» di Epifanio Ferdinando, il famoso medico padre di Diego, parlando «Della cappella detta di S. Lorenzo» annotò: «Tra le cappelle che trovansi erette a Mesagne, credesi con raggione, che la più antica fosse quella di S. Lorenzo, situata sulla strada che conduce in Brindisi, al levante. La di lei antichissima struttura e forma, che in parte ancora ritiene, ci fra credere che la di lei fondazione, ò sia erezzione, essere stata nel tempo dé greci abitanti in Mesagne: le pitture à  fresco delle di lei mura indicavano lo stesso: le quali esistenti sono state sino l’anno 1787. Per il capriccio di taluni cittadini – concluse -, mal’intesi del preggio dell’antichità, che vollero quella cappella ristaurare, fù in parte di quello privata». E dire, che proprio Epifanio Ferdinando aveva scritto nella sua opera: «A Mesagne, me fanciullo, i sacrifici greci erano frequentatissimi, e molte volte noi li abbiamo ascoltati». «Me puero…», scrisse. E ricordava bene, il grande medico nato nel 1569, perché l’ascolto del tropario comune, per la festa di San Lorenzo martire del 10 agosto, quello che inizia con le parole greche: «I tuoi martiri, o Signore, nella loro passione hanno ricevuto da te, nostro Dio, corone incorruttibili… », apparteneva ai suoi ricordi di infanzia, se è vero che il 1575 è l’anno della fine, almeno ufficiale, del rito greco nella diocesi di Brindisi.
Di certo c’è che, alla fine di quel secolo, Catald’Antonio Mannarino, nella sua Historia di Misagne, rimasta manoscritta e conservata nella Biblioteca nazionale di Napoli, annotò: «Il tempio antichissimo di S. Lorenzo, senza benefici, serba una antica foggia di chiesa greca, donde credo che Misagne non habbia reliquia di maggiore antichità quanto questa fabrica con cappelle, colonne, fabrico e c, ove suole il capitolo e popolo venir con la processione universale al dì delle Palme, per memoria antichissima di questa patria di Misagne». Sono evidenti due elementi, in questa descrizione: la grecità del luogo, che colpisce il Mannarino attraverso gli elementi delle tre absidi, delle tre navate, degli otto pilastri che dividono lo spazio in diverse cappelle; la “convivenza” dei riti d’Oriente d’Occidente se il tempietto fungeva da luogo dell’Osanna la domenica delle Palme e, per giunta “per memoria antichissima”. Entrambi ci portano ad una pagina di cronaca, che di recente si è consegnata anch’essa alla storia: il canto del Vangelo di quella domenica, in greco, da parte dei sacerdoti anziani del capitolo cattedrale di Brindisi.
Le sorti del nostro tempietto, tuttavia, solo di recente hanno vissuto qualche pagina di rinnovato splendore, con la riapertura al culto: spulciando nelle carte, invece, da quel lontano 1575 che segna la fine del rito greco, si notano per lo più pagine di desolazione e di abbandono. E quelle carte sono le Relationes delle Sante Visite pastorali fatte dagli arcivescovi di Brindisi in Mesagne. A fine novembre 1640, ad esempio, mons. Dionisio O’Driscol, «visitavit ecclesiam antiqua Sancti Laurentij que fuit reperta affossa et fue diruta ab affossoribus pro inveniendis thesaurus prout osservat»; insomma, il luogo era stato quasi distrutto dai cittadini, convinti di trovarvi un tesoro. E oltre un decennio dopo, nella sua seconda visita pastorale, mons. Lorenzo Rajnos, trovò le chiese più o meno nelle medesime condizioni, in cui le aveva lasciate nella prima. Tra le poche eccezioni, proprio questa chiesa che – traduciamo il testo - «trovò così diroccata che in essa non si può celebrar messa, né è stato trovato al presente un sacerdote», che se ne curasse. E forse fu meglio così, perché quel pastore d’anime – onorando anche il nome impostogli al fonte battesimale - la legò alla mensa vescovile, provvedendo personalmente finanziare i lavori di consolidamento e di restauro.
Per decenni, dunque, quel tempietto fu oggetto di lavori… e di ingiurie, tanto da diventare macello comunale (l’attuale via S. Lorenzo, fino a trent’anni addietro si chiamava via Macello) e deposito, negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, dei maleodoranti mezzi dei netturbini.
Alle ingiurie tuttavia, hanno resistito alcune «figurae», per dirla con Diego Ferdinando. Quelle stesse «figure antichissime», che il Mannarino non potè fare a meno di annotare. Sono loro, più che le antiche pietre squadrate, i veri testimoni della grandezza del luogo. Ci sono, nell’abside, i resti dell’aureola del Pantocratore; ci sono i frammenti di un ciclo pittorico del sacerdozio di Cristo tra i resti dell’ultima cena e quelli della lavanda dei piedi; c’è l’inizio della storia della salvezza con una scena dell’Annunciazione; c’è ancora un frammento, con lunga iscrizione in greco, che riguarda San Lorenzo Martire; ci sono varie figure di santi, tra i quali, alcuni studiosi hanno proposto di individuare Sant’Antonio Abate a San Benedetto, ovvero una catechesi per immagini sul monachesimo; ed altri santi come Stefano protomartire e Leonardo abate. Frammenti, certo. Bisogna sforzare l’occhio per penetrare il mistero… Lì dove, invece, l’occhio è libero di comprendere subito - e quasi ricorda che, in quei secoli di Medio evo, «pictura est laicorum literatura» - è nel frammento di affresco che ritrae due figure regali, meglio «imperiali»: «Giustiniano e Teodora», hanno sostenuto alcuni. Meglio Costantino ed Elena, figlio e madre, santo il primo solo in Oriente, grande santa, la seconda, in tutto l’orbe cristiano, colei che ebbe il privilegio di trovare la croce del Cristo. Due grandi occhi accomunano le due figure, nella fissità di uno sguardo, che manifesta la forma interiore, la struttura spirituale, l’aspetto trasfigurato che i personaggi vengono ad assumere nella vita celeste.
Sguardi intensi, frammenti d’Oriente, che magari, nella notte stellata del 10 agosto, con gli occhi fissi alle stelle cadenti, fanno sentire, vive e pulsanti, le comuni radici dei popoli mediterranei.