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Tibullo di Gabi : La delicata elegia dell’amore e della pace campestre

01/03/2009
Nell’età augustea fiorì, accanto all’epica di Virgilio e la lirica di Orazio, la stagione della elegia, che fece registrare una produzione fervida ed interessante, la cui origine (per la verità problematica)  si suole mettere in relazione con quella greca e, più in particolare, con l’epigramma ellenistico, un genere multiforme ed aperto ad una vasta gamma di opzioni ed argomenti
Fra i più vivaci interpreti di questa produzione si ricordano Cornelio Gallo, Albio Tibullo,
Sesto Properzio e Publio Ovidio i quali sono fra di loro strettamente collegati come anelli di una stessa ‘catena’ in virtù della comune appartenenza al genere elegiaco.

Albio Tibullo nacque presumibilmente a Gabi, un piccolo centro laziale nei pressi di Tivoli, tra il 55 ed il 50 a. C. da una famiglia di origine equestre che, se in passato era stata ricca, nel tempo si era poi impoverita.
La fortuna di Tibullo (chiamiamola così) fu quella di mettersi al seguito di Valerio Messalla Corvino, personaggio politico di spicco del tempo che, in un primo tempo, si era schierato dalla parte dei cesaricidi e, successivamente, aveva parteggiato per Marco Antonio contro Ottaviano Augusto. Quando poi Antonio si era legato morbosamente a Cleopatra, regina dell’Egitto, facendo temere una trasformazione dello Stato romano in senso monarchico-religioso, alla maniera delle monarchie orientali, era passato senza entusiasmo dalla parte di Otttaviano.
Albio Tibullo seguì Messalla in due spedizioni militari: nel 30 a.C. in Cilicia e nel 27 a.C. in Aquitania. Trascorse gli ultimi anni di vita in campagna, forse a Gabi o a Pedo nei pressi di Tivoli, morendo tra il 19 ed il 18 a.C. abbastanza giovane. Con Catullo, condivise il destino di una vita piuttosto breve e alla sua morte fu compianto per la sua vivace vena poetica.
Tibullo si legò d’amicizia a Roma con il grande poeta Orazio Flacco (che gli indirizzò alcuni testi, un’ode ed un’epistola, e gli espresse sincera approvazione per la sua attività letteraria) e fu tra gli animatori più vivaci del cosiddetto ‘circolo’ di Valerio Messalla, con Publio Ovidio, un circolo che svolse una sorta di opposizione passiva al regime augusteo.
Infatti, al pari di Mecenate, anche Messalla accordò protezione e sostegno a letterati come Tibullo, Sulpicia, Ligdamo e l’allora esordiente Ovidio, ricevendone in cambio gratitudine e stima. “In realtà, all’interno di questo circolo, i rapporti tra patrono e letterati non si fondavano sulla partecipazione comune ad un ideale di rinnovamento morale e culturale nel quadro della politica augustea di restaurazione di antichi valori, come avveniva per i poeti (Virgilio ed Orazio) che si riunivano intorno alla figura di Mecenate”(G. Cipriani).

Sotto il nome di Albio Tibullo ci è pervenuta una raccolta di elegie in tre libri, nota per lo più come Corpus Tibullianum.
Sicuramente autentici sono da considerare i primi due libri, mentre per il terzo si nutrono non pochi dubbi. Il primo libro comprende 10 elegie, cinque delle quali hanno come tema centrale l’amore per Delia, donna di incerta identità, il cui vero nome era Plania; tre elegie sono dedicate ad un giovinetto di nome Màrato; una celebra il compleanno dell’amico e protettore Messalla e una canta le lodi della campagna, della pace e dell’amore.
Il secondo libro raccoglie 6 elegie, tre delle quali dedicate al nuovo amore del poeta, una liberta dal nome Nèmesi (=Vendetta). La prima elegia celebra gli Ambarvalia, feste di puri-
ficazione dei campi, la seconda il compleanno dell’amico Cornuto e la quinta il sacerdozio di Messalino, il figlio di Messalla.
Se questa è la struttura materiale del Corpus, due sono i temi centrali della produzione di Albio Tibullo: l’amore e la pace campestre.
Intanto, va premesso che il poeta laziale aveva adottato un ‘modello di vita’che privilegiava,rispetto all’impegno civile e militare, fonte di guadagni ma anche di ansie e di preoccupazioni, una vita serena e pacifica, in cui accontentarsi del poco o del bastevole e
dedicarsi alle passioni più importanti: l’amore e la cura dei campi.
L’amore per Delia è un amore intenso che il poeta non riesce a vedere disgiunto da quello della campagna: infatti Delia sarà insieme con lui, sempre fino alla morte, prodiga di affet-
to e di amorevoli cure ed intenta ai lavori campestri. Così esclama il poeta, nella prima elegia del libro primo: “Altri a palate accumuli sacchi di oro zecchino e tenga a coltura ettari innumerevoli; ma quando il nemico è vicino, un incessante terrore lo assilli e i clangori delle trombe di guerra gli rompano il sonno. A me la scarsezza di mezzi (ma la dichiarazione non è sincera!) procuri un’esistenza tranquilla, purché il focolare sfavilli di una fiamma che mai non si spegne. Vorrei di persona piantare nel mese più adatto le tenere viti e, contadino, innestare con mano abituata le piante dai frutti polposi; la Speranza non mi tradisca, ma via via mi conceda covoni di biade e mosto che sciropposo trabocca tino ricolmo…” (F.Della Corte). E rivolgendosi all’amico Messalla aggiunge : “A te,o Messalla, si addice condurre battaglia per mare e per terra…Della gloria non so cosa farmi, o mia Dèlia; pur di restare con te – va bene! – mi chiamino pure ozioso e indolente. Su te si posi il mio sguardo, quando sarà venuta per me l’ultima ora; morendo, ti possa tenere la mano cui manca la forza” (Della Corte). Senonché le speranze coltivate dal poeta vengono frustrate dall’ambizione della donna che lo abbandona in favore di un nuovo amator, forse più ricco e aitante. E così, addio, dolci illusioni!
Superata l’amarezza, Tibullo trova la forza di voltar pagina e di rivolgere le sue cure di amante e di poeta ad un’altra puella, Nèmesi, il cui nome greco evoca l’idea della “vendetta”; tuttavia anche Nèmesi sarà per lui ragione di tormento, per la sua incapacità di resistere al fascino del denaro e del lusso. In un passo del secondo libro (II, 3) così si esprime: “Ahimè! mi accorgo che alle donne piacciono i ricchi; ben vengano anche le prede, se è all’opulenza che Venere inclina, perché la mia Nèmesi nuoti nel lusso, e passi per la città, degna d’ammirazione per i doni ricevuti da me; indossi vestiti finissimi, che una donna di Coo ha tessuto inserendo strisce dorate…(F. Della Corte).
Insomma, agli amori contrastati e deludenti, che generano sofferenza, fa da contraltare quello pieno ed appagante della natura e della campagna, che lui sogna come sfondo e cornice ad una vita serena, senza scosse, lontana dai clamori della città e dalla brama di ricchezza, causa prima di ogni malessere, riscaldata da pochi ma sicuri affetti.
Come ebbe a notare un fine latinista, Enzo Marmorale, la campagna tibulliana è sentita
con una partecipazione nuova, con un affetto “diverso in tutto da quello degli altri poeti” : è la campagna osservata, respirata, ascoltata da chi in mezzo ad essa vive risiedendovi per precisa libera scelta, non la campagna a cui si accosta fugacemente e saltuariamente l’uomo di città. E Lidio Gasperini, acuto studioso del nostro poeta, soggiunge che “quel-
la tibulliana è dunque, prima di ogni altra cosa, una campagna profondamente amata  in tutte le sue cangianti realtà stagionali, in tutte le sue differenti luci, in tutte le sue differenti aure, in tutte le sue vibrazioni fascinose, amata persino in quelli che in genere sono stati e si considerano aspetti sgradevoli…