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Storie delle forme di allevamento tradizionale pugliese - FOCUS ON

24/07/2013
in da quando la vite è giunta a noi dai popoli arcaici di provenienza orientale, la viticoltura ha fortemente caratterizzato e animato il paesaggio agrario pugliese. La scelta della varietà, della forma di allevamento e delle caratteristiche dell’impianto sono cambiate nel corso dei secoli secondo le epoche, gli obiettivi produttivi e le contingenti vicende storico-politiche. A questo si aggiunga che l’Italia è il paese con il maggior numero di forme di allevamento della vite in Europa, per ragioni di variabilità climatica, ma anche per l’influenza delle diverse origini culturali dei popoli che a n ti ca m e n te hanno colonizzato la penisola. Allo stesso modo lungo tutta la regione Puglia, accanto ad aree più ammodernate ricche di impianti di recente costituzione, resistono ampie zone (marginali e non) in cui la varietà dei paesaggi viticoli è riconducibile ad usi e tradizioni rurali di oltre duemila anni fa. Le forme di allevamento storiche di maggior successo sono soprattutto due: una prevedeva lo sviluppo e l’allevamento della pianta in altezza, appoggiata ad un tutore vivo, Arbustum, l’altra invece favoriva l’accrescimento ad alberello della vite a ceppi bassi, monocolturale e senza tutore, Vinea. Il primo sistema fu introdotto da civiltà antiche che trasportarono la vite attraverso le Alpi e fu adottato soprattutto dagli etruschi, i quali appoggiavano i lunghi tralci della Vitis sylvestris “labrusca”, alle chiome degli olmi, degli aceri e dei pioppi. L’altro sistema fu invece introdotto dai coloni greci che, iniziando a migrare verso Occidente dopo la guerra di Troia e la caduta della civiltà Micenea nel XII sec. a.C., coltivavano la vite ad alberello ovunque insediavano colonie. L’alberello si ritrova quindi estesamente diffuso nel VII sec a.C. soprattutto in Italia, ma anche in Francia, Germania e paesi balcanici. In alcuni rilievi assiri le vigne palestinesi e quelle della regione di Ur appaiono prive di alcun sostegno, vivo o morto che sia, facendo solo in modo che i tralci fossero riparati dal sole, usufruendo al contempo del calore del terreno in modo da produrre frutti a più alto contenuto zuccherino. Mentre i Greci, le cui tecniche di coltivazione si erano già affinate nella madre patria, in Italia utilizzarono sostegni morti, gli Etruschi coltivarono le loro viti legandole ad alberi vivi (Viti maritate). Mediamente ancora oggi si rinvengono in ogni regione italiana almeno due forme di allevamento di origine Egizia (Pergola), Greca (Alberello) ed Etrusca (Alberata). Anche in Puglia si può osservare un’elevata diversità di forme di allevamento originate dalla stessa antichissima tradizione e che dal punto di vista viticolo-paesaggistico caratterizzano i tre principali areali, la Daunia, la Peucezia o Terra di Bari e la Terra d’Otranto. Iniziando dal nord della regione si incontravano diverse sottozone distinte per la tipologia del paesaggio viticolo. La prima è quella dei Terrazzamenti garganici, ubicati soprattutto nella zona di Monte S. Angelo, dove per una serie di fattori pedoclimatici ed umani si rinviene una spiccata biodiversità, riferibile alle colture dell’olivo e del mandorlo fino ad un’altitudine di 400 metri s.l.m., al solo mandorlo più su. I terrazzamenti arrivano però molto più in alto, quasi ai margini del centro cittadino di Monte S. Angelo, ove erano coltivate, da contadini poveri, piccole parcelle vitate, orti, legumi e cereali e con il materiale di spietramento dei terreni erano realizzati muretti a secco per il contenimento dei vigneti. Questa tradizione è prossima all’estinzione: rimangono piccole e singole vigne, sopravvissute all’abbandono, mantenute in vita ancora per poco da anziani contadini del promontorio del Gargano. Un’altra sottozona è quella di San Severo ove la forma di allevamento principale era costituita dall’alberello “sanseverese”, alla latina (ovvero alberello con o senza un tralcio lungo che serve da sfogatoio), con due speroni disposti ad orecchio di lepre, il più basso munito di due gemme ed il più alto con tre. Inizialmente la sistemazione delle piante formava uno stretto quadrato, che necessitava di una lavorazione esclusivamente manuale con la zappa. Successivamente, per consentire l’impiego dei mezzi meccanici, le piante furono disposte in filari o spalliere, denominate tradizionalmente a controspalliera o tesa. I mezzi meccanici hanno condizionato le forme di espansione della chioma e la scelta dei sesti di impianto, determinando le caratteristiche dei filari e di tutti i vigneti attuali. Infatti la distanza tra i ceppi, inizialmente di 120-130 cm. tra le fila e di 80 cm. sulla fila, passò a 250 cm tra le file e 150 cm tra i ceppi. I sostegni erano prima costituiti da paletti di castagno prodotti in irpinia intervallati di 7-8 metri e da due tratti di ferro zincato. Per ridurre le spese, alcuni agricoltori abbandonarono i sostegni di castagno, sostituendoli con pali di cemento alti 250 cm. forniti di un foro posto a 160 cm, utilizzato per il filo portante, e altri tre fori, distanziati gli uni dagli altri di 30 cm. I fili di ferro, passando attraverso questi ultimi fori, formano un reticolo attraverso il quale nei vigneti attuali va facilmente a sistemarsi la vegetazione dell’annata. Marco Terenzio Varrone (I sec. a.C.), nel trattato De re rustica descrive i modi di coltivare la vite dei diversi popoli italici e cita il particolare sistema di allevamento in uso nell’agro di Canosa, che prevedeva un sostegno vivo, il fico, i cui rami erano incannati e da essi si lasciavano pendere i tralci. Si ritrovano dunque analogie con l’Arbustum Italicum citato da Plinio, in cui la vite è maritata ad un singolo albero, spesso anche di modesta altezza e con tralci ricadenti. È ipotizzabile che, all’epoca dei georgici latini, anche in Puglia la vite fosse allevata in altezza e maritata/consociata ad alberi autoctoni della macchia mediterranea, oltre che al fico, all’olivo e ad altri fruttiferi. Nel passato il ricorso a pali e canne per l’intelaiatura del filare si registrava ovunque; la sua importanza era tanto maggiore dove la tradizione viticola o le esigenze della produzione non individuavano nella vite alberata il riferimento primario. La necessità per il vignaiolo di disporre di consistenti quantitativi di canne faceva che al canneto fosse riservato sovente uno spazio ai margini della vigna (Vinea cum canneto). L’antica Canusium copriva un ager che comprendeva diversi comuni sia della provincia di Bari che della provincia di Foggia. La leggenda ne attribuisce la colonizzazione all’eroe della guerra di Troia, Diomede, fondatore di molte città dell’Apulia; si narra che l’eroe greco aveva portato con come bottino di guerra anche quei tralci di vite che, piantati sulle rive del fiume Ofanto, hanno dato origine all’Uva di Troia. La forma di allevamento che ha dato maggiori risultati e ha dato soprattutto notorietà a questo vitigno è quella già nota agli antichi Romani, la vitis bracchiata sine adminculo, nota ora come alberello pugliese. La tipologia più diffusa ancora oggi, presenta una forma a vaso, con 3-4 branche portanti ognuna 1-2 speroni di 2-3 gemme. Le densità d’impianto sono molto elevate, raggiungendo le 10.000- 12.000 piante per ettaro, ma con una carica di gemme per pianta ridotta; per questo la produzione per ceppo è sempre molto contenuta, ma di elevata qualità. In Terra di Bari, lungo tutto il versante pedemurgiano barese parallelo alla costa adriatica,la viticoltura si sviluppò moltissimo nella seconda metà dell’800. La vite era allevata ad alberello, ma in coltura specializzata (Fig. 2); i ceppi avevano sesti d’impianto a quinconce, di 1-1,20 m sia sulla fila che tra le file; i vitigni predominanti erano Uva di Troia e Somarello da Barletta fino a Ruvo di Puglia, Primitivo a Gioia del Colle e Acquaviva delle Fonti, Malvasia lunga e Bombino sparsi un po’ ovunque. La zona più interna della Murgia, in particolare da Ruvo fino a Minervino e Spinazzola, si differenziava perché era contraddistinta oltre che dalle viti ad alberello, anche da impianti a filare, con sesti di 2 m tra le file e 1-1,20 m sulla fila, dove in genere la vite era consociata con l’olivo. Oggi anche se i sistemi di allevamento più diffusi sono la controspalliera con sistema di potatura a Guyot o cordone speronato semplice/bilaterale (Fig. 5) e il tendone (Fig. 6) sia per l’uva da vino che da tavola, numerose morfologie di alberello resistono, come in Valle d’Itria o Murgia dei trulli, ossia l’area tra Cisternino, Martina Franca e Locorotondo. Quest’area caratterizzata dal vigneto già dal tardo medio evo insieme alle Casedde, ha contribuito a rendere inconfondibile l’immagine della Puglia nel mondo, grazie al binomio inscindibile trulli e vite; tuttavia di quegli impianti così originali rimane ben poco e quel poco è oggi minacciato dal degrado e dall’abbandono. L’impianto era costituito in prevalenza dalle varietà Verdeca, Bianco d’Alessano, Bombino bianco e Minutolo, coltivate ad alberello o a spalliera su filari bassi e piantate in conche che servivano a convogliare ed accumulare le acque meteoriche invernali. In maniera puntiforme su tutto il territorio si conservano ancora svariate tipologie di pergole, utili ad ombreggiare l’uscio dei trulli o delle masserie, ma anche a coprire viali, vasche e creare dei freschi pergolati come da tradizione romana. Infine in Terra d’Otranto incontriamo la piana di Brindisi, le Murge tarantine di Sava e Manduria e il tavoliere di Lecce. In particolare a partire da Ostuni vi sono ancora antichi impianti che sono una vera e propria riserva ampelografica di vitigni autoctoni, tra cui Francavidda, Susumaniello, Impigno, Somarello, Ottavianello e Notardomenico. Queste varietà si allevavano insieme e dall’uvaggio si otteneva un vino più equilibrato per acidità, struttura, e alcolicità piuttosto che dalle singole uve vinificate in purezza. Nel brindisino e nel leccese invece si conservano gli esemplari più alti e vecchi di alberello e sono rappresentati soprattutto da varietà di Negroamaro, Malvasia nera, Primitivo e Susumaniello. La zona di Manduria vanta invece una grossa produzione di vino Primitivo in purezza, ottenuto dai caratteristici impianti ad alberello e spalliera di oltre 40 anni di età, a dimostrazione di quanto questo vitigno sia presente in isolata monocoltura. La nuova Organizzazione Comune di Mercato del Vino della Comunità Europea, al fine di ridurre le superfici vitate, ha previsto incentivi economici per l’espianto di vigneti tradizionali. Inoltre, per ammodernare gli impianti e renderli idonei alla meccanizzazione di tutte le operazioni colturali, sono stati finanziati i reimpianti di nuovi vigneti con allevamento a spalliera per la coltivazione di uve DOC e IGT. Solo da qualche anno si sta diffondendo l’allarme per la salvaguardia dei tradizionali sistemi di allevamento, grazie all’attivismo di associazioni come Italia Nostra, che con la sua sezione di Brindisi ha avviato un’iniziativa di tutela del vigneto brindisino e soprattutto dell’alberello quale elemento caratterizzante del paesaggio. Eppure, come sostenuto dai soci fondatori dell’Accademia dell’Alberello Pugliese fondata nel 2007, la tutela della viticoltura tradizionale potrebbe costituire un valido modello di economia locale ecocompatibile, abbinata al turismo e all’enogastronomia rurale, ai percorsi ciclo-pedonali e alla valorizzazione della biodiversità. Per contrastare l’erosione continua di vigneti nel paesaggio rurale, nonché la scomparsa di tradizioni e tecniche colturali legate ai vitigni minori e ad un’agricoltura più estensiva e marginale, occorre una normativa che preveda incentivi regionali/nazionali mirati alla salvaguardia della vite ad alberello così come delle altre forme di allevamento tipiche e tradizionali.