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Storia della Gastronomia - Una cena da Archita (6a parte)

01/11/2007
Gastronomia e banchetto in Magna Grecia

Il Simposio
Terminato il banchetto e sbaraccate le mense iniziava il symposion, la parte essenziale del banchetto greco, importante anche in Magna Grecia.
I convitati eleggevano un simposiarca, gli schiavi portavano le anfore di vino ed il cratere (il "miscelatore", il grande vaso per effettuare la miscela di acqua e vino). Al simposiarca spettava determinare le proporzioni della mescolanza (presso i Greci il vino puro, non mescolato, àkratos, era considerato praticamente veleno!) e fissare il numero delle coppe da bere. Durante il simposio si sgranocchiavano lupini, ceci tostati, nocciole, mandorle, olive, polpettine, dolcetti ed altre sciocchezzuole (con la funzione di tamponare lo stomaco fra una bevuta e l'altra, un po' come nella Spagna d'oggi si fa con le tapas), mentre l'ambiente veniva allietato da musiche, danze, declamazioni di versi, talvolta veri e propri balletti e rappresentazioni teatrali in miniatura, e i convitati, come nell'Ellade propria, discorrevano amabilmente dei massimi problemi o di questioni assolutamente più frivole ed immanenti.
La progressiva laicizzazione del banchetto e del simposio portò alla nascita - nella Sicilia greca - di una parodìa della libazione, un gioco erotico chiamato kòttabos: si effettuava lanciando con una coppa gocce di vino verso un bacile. Dal suono e dall'affondamento di eventuali oggetti ivi galleggianti (molteplici erano le varianti del gioco) si traevano auspici per imprese amorose. Pare anche che al cottabo ci si giocassero direttamente i favori di etère o dei "ragazzi" messi a disposizione dal padrone di casa. Scene di cottabo sono esemplate in numerosi crateri e vasi magnogreci, compresi alcuni custoditi oggi nel Museo di Taranto.
Che i banchetti tarantini dovessero essere, oltre che splendidi e lussuosi, lussuriosi, è confermato dalla fama di lascivia e lussuria che sempre ammantò Taranto, anche dopo la caduta e la trasformazione in una periferica colonia dell'impero di Roma: anche ammettendo che si sia voluto un po' esagerare, per contrapporre il mito della decadente e degenerata Taranto a quello (altrettanto esagerato) della purissima e durissima madre Sparta, resta in una serie amplissima di campi la testimonianza di una città che la dolcezza del clima e l'ubertosità delle terre (per non dire dell’altissima qualità dei vini...) aveva reso voluttuosa quant'altre mai: già lo pseudo-Platone dell'epistola VII condannava, oltre ai banchetti, l'intesa attività sessuale dei Tarantini (e dei Siracusani); nelle Leggi è proprio Platone, senza dubbi di attribuzione, a mettere in scena un Lacedemone indignato nel vedere "l'intera città ubriacarsi alle Dionisie"; Giovenale ci dipinge una città sempre ubriaca, la "sfacciata ed incoronata Taranto, madida dei suoi vini", alla quale rinfaccia di aver corrotto Roma; secondo Teopompo ed Eliano i Tarantini erano avvezzi a bere fin dalle prime luci dell'alba e si presentavano barcollando nell'agorà (la fama dei Tarantini di essere eccessivamente devoti a Dioniso resterà nei secoli...); i Tarantini erano attentissimi alla cosmesi, si depilavano, ungevano e profumavano sontuosamente, curavano attentamente le lunghe chiome (in questo erano rimasti Lacedemoni) e frequentavano accanitamente le terme, anche in periodo di guerra, anche quando erano sotto assedio; attentissimi alla moda, adottarono per le vesti anche maschili il lussuoso bisso ed altri tessuti semitrasparenti un tempo riservati alle donne; la reputazione delle ragazze tarantine fu sempre ambigua, poiché, per quanto generalmente descritte come molto belle, esse erano considerate troppo inclini alle fatiche erotiche (tracce di questa cattiva reputazione sono nelle commedie plautine, nella Tarentilla di Nevio e in altri frammenti); addirittura un rimedio contro le malattie veneree fu battezzato con un nome, tarantinidion, derivato da quello della città. Ma i tarantini erano anche musici e poeti e commediografi, atleti e cavalieri (nel mondo militare ellenistico "tarantino" divenne un tecnicismo per indicare un cavaliere); e, se è per questo, quand'era occasione,  guerrieri valorosi, come nell'arco dei secoli impararono tutti i popoli locali, Romani non esclusi: la "imbelle Tarentum", la "molle Tarentum" oraziana, la città "in qua molles et luxuriosi nascuntur", come chiosa uno scoliaste dell'Eneide, non era una città di rammolliti. Era, più semplicemente, una città ricca, ricchissima, e potente; raffinata, sapiente; in netto anticipo sui tempi; una città troppo civile per il contesto in cui si trovò, ricca di teatri, terme, palestre, biblioteche, sale per concerti, scuole, portici, statue, giardini.
Lo splendore tarantino, sibarita, siracusano fu distrutto dalla conquista romana (Sibari per la verità era già stata distrutta da Crotone, ma fu la conquista romana dell'intero Sud a far definitivamente tabula rasa della superiore civiltà magnogreca). Il tenore di vita e la raffinatezze della più grande Grecia crollarono per non più risorgere. Dal violento contatto Roma trasse benefici immensi ed influssi civilizzatori (anche se non sempre apprezzati, come di solito avveniva da parte dei più retrivi moralisti, dal reazionario Catone al bacchettone Giovenale).
Taranto donò a Roma la stessa letteratura latina con Andronico e con l'italico tarantinizzato Ennio, nonché il teatro e fondamentalmente la pratica dei ludi (oltre al culto dei Dioscuri, i "ragazzi di Zeus", ed ai culti dionisiaci, quest'ultimi presto degenerati e strumentalizzati politicamente: il famoso scandalo dei Baccanali); dalla Magna Grecia giunsero a Roma (schiavi e no) filosofi, educatori, letterati, medici, scienziati - oltre a tonnellate d'oro e d'argento, statue, quadri, scritti, vasellame, suppellettili ed ornamenti. Il Greco diventò la lingua di cultura, dei letterati e dei raffinati (ma anche degli snob e dei preziosi ridicoli...).
Per restare nel nostro più frivolo (apparentemente...) campo ricorderemo che dalla Magna Grecia i Romani importarono anche i panificatori e i cuochi (come già, prima della caduta, avevano importato, sia pure anche attraverso la mediazione etrusca, la coltivazione dell'olivo): la grande gastronomia barocca dell'Impero sarebbe altrimenti impensabile. La terminologia stessa si premura di ricordarcelo: il capocuoco si chiama presso i Romani archimagirus, che è parola greca; Ars magirica è uno dei nomi dell'opera di Apicio più nota come De re coquinaria. Greco è il nome di molte delle preparazioni citate da Catone e poi da Apicio, come il nome che Quinto Ennio dà al suo poemetto-trattatello gastronomico ispirato ad Archestrato. Greci sono il garum ed il laser (silfio), gli onnipresenti ingredienti della grande cuisine romana, e i vini greci - o di quella che era stata la Magna Grecia - dominarono le tavole dei Romani fino alla caduta di Roma stessa (ed oltre, per la verità). Dalla Magna Grecia e dall'Ellenismo, oltreché dall'Oriente in generale, furono presi i letti tricliniari e fu adattata la struttura stessa del banchetto, durante il quale si recitavano opere ispirate alla cultura greca.
Graecia capta ferum victorem cepit, et artes intulit agresti Latio... e chi potrebbe dubitare più che anche la gastronomia sia un'arte?

(6. continua)