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Storia della Gastronomia: La tavola dei Romani. «Gli altri pasti»

01/03/2009
Se la cena costituiva il pasto principale, ed il fulcro anche della vita sociale dei Romani, i loro altri pasti erano la colazione mattutina, jentaculum, costituita da un pezzetto di pane o focaccia, talvolta un fico, e un po’ di latte o vino puro (all’uso greco), più spesso saltata e  sostituita da un semplice bicchier d’acqua (i bambini compravano invece dai pistores - in origine mugnai, poi panettieri quindi pasticcieri -  liba ed altri dolciumi), ed il pranzo di mezzodì, il  prandium, sbrigato solitamente in piedi, senza apparecchiaremense, poco più d’una frugale colazione esso stesso: pane, formaggio, olive, qualche avanzo della  cena del giorno innanzi.

Niente di caldo, niente di appositamente cucinato, nei primi secoli, magià Catone si lamenta che dopo la vittoria su Cartagine, nel quadro della rilassatezza dei costumi già iniziata con l’assorbimento di Taranto e della Magna Grecia, si prendessero a servire vivande calde anche per il prandium (nulla di nuovo, se anche l’austero Platone tanto prima di lui deplorava i due abbondanti pasti quotidiani degli Elleni d’Italia e Sicilia, e precisamente di Tarantini e Siracusani, dimentichi delle origini doriche, e se Posidonio di Apamea, nel II secolo a.C. - poi ripreso da Diodoro Siculo - stigmatizza l’abitudine degli Etruschi di farsi apparecchiare ben due volte in uno stesso giorno tavole sontuose).

In ogni caso, esso restava appena uno spuntino. Va peraltro tenuto presente che il prandium cadeva fra le 11,30 e le 12 (intorno all’hora sexta), non più di tre-quattr’ore prima della ben altrimenti lauta cena (che almeno in origine si articolava tra l’ora ottava e la dodicesima, ovvero d’inverno all’incirca tra le 13,30 e le 16,30; d’estate tra le 13,30 e le 19,30), e che in generale il mondo antico non conosce vita notturna, seguendo il corso delle stagioni e l’arco del sole, tanto che lo stesso sistema orario romano cambia col variare delle stagioni ed allunga o accorcia le ore (che sono soltanto quelle diurne, horae; i periodi di tempo della notte si chiamano vigiliae), secondo il maggiore o minore periodo di luce.

Il  prandium, insomma, è una specie di spuntino che «rompe» la giornata, specie per quanti non hanno avuto tempo, modo o voglia di far colazione (c’è peraltro un pregiudizio igienista - del tutto destituito di fondamento, come oggi sappiamo - che condanna la colazione del mattino). A i tre pasti (ma esisteva anche una merenda serale, la vesperna , palesemente imparentata con l’hesperisma degli Elleni; era la cenetta dei Romani quando la cena era appena pomeridiana, e si teneva, come indica il nome,all’imbrunire: praticamente, per la maggior parte della popolazione, subito prima di andare a letto) corrispondevano altrettanti verbi: jentare per far colazione,  prandere per pranzare, cenare per cenare, onde anche filologica è la riprovazione per il barbaro uso invalso ormai anche in Italia di denominare «colazione» o «seconda colazione» il pranzo, arbitrariamente fatto sparire o, peggio, fatto slittare alla sera in sostituzione della cena.