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Storia della Gastronomia: "Aromi e unguenti nel banchetto romano"

05/09/2012
Abluzioni ed unzioni caratterizzano il banchetto romano fin dalle origini: hanno connotazioni rituali, legate alla sacralità dei primi convivi, e rispettano anche in tarda età una serie di prescrizioni cerimoniali. I convitati, reduci dalle terme, sciolgono i calzari entrando nella casa ell’anfitrione; gli schiavi di questo provvedono a lavare quindi i piedi. Nel corso del banchetto vengono distribuiti aromi ed unguenti, mentre altre sostanze odorifere vengono bruciate o fuoriescono da appositi condotti. In alcuni casi, cascate di petali odorosi vengono fatte precipitare sui commensali con ingegnosi macchinari. Per voler strafare, in un paio d’occasioni Eliogabalo provocò la morte di alcuni dei numerosi invitati, rimasti sepolti e soffocati dai petali dei fiori o colpiti al capo da pesanti anfore sganciatesi dai meccanismi.

Aromi ed unguenti giungono a Roma per il consueto triplo tramite degli Etruschi, dei Magnogreci e Greci, dei Cartaginesi e Fenici: impiegati in modo crescente a partire dall’età imperiale per l’igiene intima e la cosmesi, ma anche per applicazioni medico-farmaceutiche, conoscono la propria esaltazione nella pratica del banchetto. Limitatamente all’abbruciatura di materie odorose, invece, l’uso primo e principale resta quello religioso di sacrificio agli dei (per inciso, è da questa usanza, indicata come ro fumo tribuere, che deriva il nostro «profumo»), attestato già in età arcaica. Aspersioni pubbliche con liquidi odorosi erano effettuate poi nel caso di cortei funebri. Per tornare al nostro tema, distingueremo tre diversi momenti «cosmetici»: il lavacro iniziale; la bruciatura dei profumi ed aspersione del pavimento con liquidi odoriferi; l’unzione del corpo dei convitati con unguenti e balsami. La gamma di questi ultimi era ormai molto ampia: andavano per la maggiore il Metopium, di origine egizio-ellenistica, il Rodhinum, profumo di rose a denominazione d’origine controllata ereditato dagli Elleni (era
considerato autentico solo quello prodotto a Rodi, che costava cifre folli,
era pertanto abbondantemente falsificato), così come greco era il Cyperum, a base di cipero (una pianta che noi conosciamo anche come hennè), il Regum Unguentum, a base di ben 27 elementi, ed il Telinum, l’unguento preferito da Giulio Cesare. Uno dei nouveax riches tipici della
fine della Repubblica, sapendo che Cesare amava il peraltro costosissimo Telinum, ignorando però a qual uso fosse destinato, gli fece servire una sera che l’aveva ospite a cena degli asparagi letteralmente ricoperti del prezioso unguento; Cesare, non volendo mortificare il rozzo ma generoso (e il ricchissimo) anfitrione, fece finta di niente e li mangiò egualmente (altra versione dell’aneddoto è che gli asparagi fossero serviti con olio scadente; altra ancora che l’unguentum non fosse un profumo bensì il burro dei barbari, disgustoso per i Romani che lo adoperavano quasi soltanto come eccipiente per la preparazione di farmaci per uso esterno: in tal caso non di una schifezza si sarebbe trattato ma di per noi eccellenti asparagi al burro...).

A Nerone, che amava il Rodhinum ed in generale l’effluvio delle rose, fu offerto da un ignoto adulatore unpranzo di dubbio sapore ma di sicuro effetto ed elevatissimo costo, a base com’era di petali ed essenze varie di rosa. Rose, resine aromatiche, viole, gigli, giacinti, narcisi ed altri fiori, insieme a perle, pezzettini d’ambra e monete d’oro, faceva aggiungere ai piatti dei suoi leggendari banchetti il folle Eliogabalo. Anche Apicio aveva usato, ma con più moderazione, petali di fiori nelle sue ricette, oltre a centinaia di spezie, erbe ed erbette, ma per ovvii motivi di buongusto non le essenze e/o gli unguenti.

Un uso tutto particolare di «cosmetici» era quello delle pastiglie per profumare l’alito: celebri quelle del profumiere Cosmo (nomen omen; la sua fama era tale da aver lasciato il proprio nome in eredità ad una particolare ampulla potoria, o boccetta, che serviva tanto per contenere profumi quanto per centellinare vina ficticia particolarmente aromatizzati, come il foliatum o il nardinum), che oltre a profumare la bocca imbiancavano i denti; ma, osserva caustico Marziale, poco potevano comunque contro i rutti dei crapuloni: «non è forse più sgradevole - argomenta Marziale - questo fetore mescolato all’aroma?».