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Spade danzanti in una notte agostana: La notte delle spade a Ruffano, Lecce.

06/09/2012
C’è un sacro devozio- nale ed un religioso ancestrale, che non collidono ma, con la scansione del giorno e della notte, si alternano, restando fedeli a loro stessi. Una volta erano isolati, adesso si contaminano per quel fenomeno che si chiama intercutura; si alternano, senza soluzione di continuità. Ora come allora, a Torrepaduli, non c’è bisogno di guardare il calendario, basta scrutare la volta del cielo e capire se sia il giorno dell’Assunta, la notte delle spade, il «giorno di San Rocco»: la luce non elide le tenebre, ma lotta per imporsi nuovamente.

È così ogni anno, in questa frazione di Ruffano, tra il 15 ed il 16 agosto, tra la solennità dell’Assunta (che poi è la vigilia della festa di San Rocco) e la seguente festa patronale. Siamo nel profondo Salento, vicini a Finibusterrae più che a Lecce, «in aria finissima e in colle», avrebbe detto, sul finire dell’Ottocento, Gustavo Strafforello, che conosceva Ruffano, ma non Torrepaduli, segnalata così, invece, da Vincenzo De Castro, nel suo Gran Dizionario Corografico dell’Europa (1848): «Torre Paduli. Villaggio del Regno di Napoli in Terra d’Otranto, distretto di Gallipoli, circondario di Ruffano, a 38 km da Lecce, in collina. Abitanti 800, già feudo della famiglia Ferrante». Leggere i due nomi, invece del toponimo unificato, evoca subito un terreno limaccioso, una palude? Non è questo ciò che serve a comprendere un fenomeno di questi anni, il susseguirsi delle famiglie feudatarie, che pure hanno scritto tante pagine di storia meridionale, fino agli albori del XIX secolo e che proprio a Ruffano consegnano vicende di soprusi, tanto che i ruffanesi nel 1596 presentarono una supplica al Sacro Regio Consiglio contro il barone, che abu- sava dei propri poteri non solo nell’ammi- nistrazione della giustizia e nell’esecuzio- ne delle sentenze, ma anche nei suoidiritti di pascolo.

Non era l’epigono dei Ferrante, che poi vendette il feudo ai Filomarino per 73.000 ducati, quel feroce feudatario: era Ferdinando delli Falconi (de Falconibus) e quei tempi erano proprio quelli, che segnarono il Meridione d’Italia con le frequenti epidemie di colera e di peste, mali contro i quali è invocato proprio San Rocco, il Santo di Montepellier, il cui culto fu fortemente diffuso nelle contrade del meridione d’Italia dai France- scani su richiesta della Corte napoletana, che menava vanto di aver visto guarire per intercessione del santo alcuni suoi membri. Ed a quel santo intabarrato, che reca sul mantello, in bell’evidenza, la conchiglia del pellegrino e ne stringe il bastone da viaggio; a quel santo che mostra ai devoti il bubbone della peste, perché anche da questa si può guarire, è dedicata la festa patronale, nel giorno seguente la solennità dell’Assunta.

Già nel pomeriggio di questo giorno di festa, a Torrepaduli, si avverte l’aria delle vigilia: inizia la fiera e, dopo la messa vespertina, dal Santuario cinquecentesco dedicato al santo, poi ampliato nel 1738, muove la processione per le vie del borgo con il simulacro ligneo del XVIII secolo: la gente giunta da ogni dove si accalca, segue la statua, prega in silenzio cercando la sintonia tra il proprio cuore e quello del santo, con la certezza della grazia da ottenere. Ed a passo lento la processione, a tarda sera, torna nel santuario, ov’è custodita una bella tela ottocentesca di Giovanni Grassi, datata 1851, nella quale Rocco viene raffigurato tra gli appestati, i cui volti, quanti cercano di ottenere la grazia, tendono a penetrare nel tentativo di immedesimarsi.

Il santo attende sul sagrato il consumarsi di tutti i giochi pirotecnici, quindi rientra nel vano sacro, per restare per tutta la notte con i suoi devoti: i volti sono tutti orientati verso il cielo buio, illuminato dai fuochi.

A guardare le sfere dell’orologio si resta stupìti, perché in chiesa si prega, mentre fuori... iniziano le danze. Anzi, la danza. È la «danza delle spade - scrivono gli studiosi -, un tipo particolare di pizzica detta pizzica a scherma. La danza, caratterizzata per la sua improvvisazione in ronde più o meno grandi al cui interno ci sono gli sfidanti che simulano un duello danzante che fino a non molto tempo si faceva con i coltelli (da cui le spade) e che oggi sono semplicemente rievocati con le dita, accompagnati a ritmo di pizzica dal suono dei tamburelli e da altri strumenti, come nacchere, fisarmoniche e violini dei poveri».

Adesso è folklore, ma una volta, qualche decennio addietro, non era così... Era rito delle comunità degli zingari, che a Torrepaduli venivano con le loro mercanzie ed i loro cavalli per la fiera: era quasi momento privilegiato per riconoscersi, isolarsi, fare gruppo rispetto ai ruffanesi ed ai fedeli del santo. Non che gli zingari avversassero San Rocco - non è questo il discorso -, ma qui si evidenzia tutto l’abisso tra due mondi: la realtà contadina e quella nomade, che una volta erano due pianeti ciascuno a stante, mentre ora in qualche modo convivono e vengono... studiati. Ed a proposito della pizzica-scherma gli studiosi osservando il suo legame nell’essere appresa «ad ambienti malavitosi (il carcere era un tempo la “palestra” più frequente)» - aggiungono: «Si possono per l’occasione vedere due stili esecutivi diversi, uno “leccese” e l’altro “zingaro”. Entrambi sono repertori ricchi di un complesso dizionario gestuale codificato e noto solo agli adepti. Nella danza partecipano due uomini (più rara è la scherma a tre), che mimano un duello di scherma usando le mani, al ritmo ripetitivo e quasi ossessivo dei tamburelli suonati dai musicisti, che si dispongono in cerchio (ronda)».

I comparatisti di tradizioni popolari ricordano ancora come, legata a San Rocco ed alla sua protezione contro la peste, si tramandi, a Gioiosa Ionica una danza a spirale, i cui partecipanti formano «un cerchio, e girano su stessi al finale come nelle danze dei Dervishi», perché «il giro su se stessi ha un enorme effetto curativo». Ma a Torrepaduli forse non è così. È più agevole liberare la fantasia sulle pagine di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. «A marzo tornarono gli zingari - scrive quasi agli inizi del romanzo -. Questa volta traevano un cannocchiale e una lente grande come un tamburo, che esibirono come l’ultima scoperta degli ebrei di Amsterdam. Misero a sedere una zingara a un’estremità del villaggio e collocarono il cannocchiale sull’entrata dalle tenda. Per cinque reales, la gente poteva chimarsi sul cannocchiale e vedere la zingara a portata di mano. “La scienza ha eliminato le distanze” proclamava Melquiades. “Tra poco, l’uomo potrà vedere quello che succede in qualsiasi luogo della terra, senza muoversi da casa sua». E ancora: « Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni...». Ecco: gli zingari arrivarono in marzo ed inventarono la televisione; qui gli zingari arrivavano in agosto. E forse, come novità, portarono proprio questa danzarito, una volta carta della loro identità, adesso momento di condivisione, che piace tanto anche alle telecamere. Ma guardare da casa propria la danza delle spade, è come tarpare le ali ad una farfalla, ed alla fantasia che alberga in ciascuna persona.