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Segnali di fumo ...puzza di bruciato

01/07/2005
Lo spunto di riflessione ci viene dalla notizia della richiesta di distillazione di crisi per i vini italiani che non riescono ad essere venduti sul mercato. L'ipotesi è che si riescano ad ottenere 6 milioni di ettolitri con una ricaduta per la Puglia di circa 400/500.000 ettolitri da ripartirsi su tutta la regione.
Il prezzo di intervento, già stabilito, sarà sicuramente inferiore a 2 euro.
Quanto dell'assegnazione arriverà alle singole cantine?
Quanto sarà liquidato ai singoli soci per le uve da cui quel vino proviene?
La risposta a queste domande fornisce la prova provata dell'inutilità effettiva di questa misura di sostegno comunitaria che da una parte non aiuta nessuno, pur incidendo notevolmente sul bilancio europeo, e dall'altra potrebbe continuare a sostenere una viticoltura fatta di tanti quintali e pochissima qualità.
Perché ancora una volta è la qualità a fare la differenza se è vero che le giacenze in cantina sono costituite, nella quasi totalità, da masse di vino non certamente qualificato; ne è testimonianza il fatto che l'Italia, contrariamente alla Francia non ha richiesto distillazione per vini a d.o.c.
Qui si cominciano ad interpretare i primi segnali di… fumo che provengono da Bruxelles e dietro i quali si percepisce una forte puzza di bruciato.
Infatti, forti di una tale valutazione su misure indubbiamente antistoriche quali la distillazione, si comincia a far strada in Commissione la strategia di abbandono di ogni forma di sostegno.
Una tale convinzione deriva dall'attenta lettura del «rapporto INNOVA», documento comunitario dove si cominciano a delineare i prossimi indirizzi programmatici per la proposta di modifica dell' OCM vitivinicolo che sarà ufficializzata nel 2006.
In una ormai chiara ed unanime volontà di mantenere inalterata la spesa agricola comunitaria in una Europa che si espande verso est, è evidente che saranno ridotte notevolmente le risorse a noi destinate. Ciò che sarebbe auspicabile è che tale spostamento fosse quanto mai graduale e che tenesse conto di nuove regole eguali per tutti gli stati membri. Il rischio concreto sarebbe che ad un improvviso arricchimento finanziario non si accompagni la consapevolezza di un rispetto di regole poche, certe ed eguali per tutti.
Ma siamo convinti che la nuova Europa voglia queste regole? O, forse, in una sfrenata libidine liberista, non vada facendo capolino una fantasia anglosassone di un mondo senza regole dove vinca il più forte e dove, quindi, non ha ragion d'essere alcuna regola?
Qualità sarebbe, in questo caso, solo ciò che si riesce a vendere, a prescindere dalla salubrità, dai diversi costi e dai diversi (ed a volte insostenibili) sistemi sociali di produzione, dalla difesa di produzioni tipiche che sono patrimonio prima di tutto culturale dei luoghi e delle genti.
Vogliamo un mondo del vino senza quella «piramide della qualità» che è riuscita, negli ultimi 13 anni a qualificarci internazionalmente attraverso il made in Italy e su cui tanti investimenti e sacrifici sono stati spesi?
Vogliamo rinunciare alle doc e docg dietro cui esistono qualificati e sperimentati disciplinari di produzione, a favore di un marchio commerciale venduto unicamente per forza distributiva che molto spesso prescinde dalla qualità intrinseca, imponendosi per soli meriti pubblicitari?
Non è sicuramente l'Europa che vogliamo e che nell'armonia e nell'eguaglianza degli Stati, deve essere capace, secondo una logica di distretto, di garantire, proteggere ed esaltare quelle differenze regionali e locali di cui il vino è l'espressione più nobile e piacevole.
Attenzione, quindi, a che non si decida sopra le nostre teste e cerchiamo di imporre la logica secondo la quale alle parole «mercato» e «concorrenza» l'aggettivo «libero» apporti la qualificante significanza di «eguale per tutti» e non «privo di regole». Solo così la stessa «globalizzazione» diverrà una opportunità e non una iattura.