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Se il pericolo vien dal Mare...

01/07/2007
Viaggio lungo la splendida costa jonica inseguendo il mistero delle antiche torri-vedetta.

La canicola non fa paura se c’è la loro ombra ad avvolgerti. Anche quando i raggi del sole sono perpendicolari, c’è uno spazio sufficiente di ombra, che dà refrigerio e sicurezza; protezione piuttosto effimera – psicologica, potremmo dire – quella attuale, rispetto a quella per la quale erano state create lungo tutta la costa salentina. Dove uno scoglio si spinge a sufficienza nell’acqua, creando un’utile piattaforma, lì c’erano (e per fortuna diverse ce ne sono ancora) torri, evidenti baluardi a difesa di un territorio circondato dal mare. Oggi, se si ha la fortuna di salirvi e di scrutare il mare, suscita curiosità osservare un'imbarcazione – piccola o grande, che sia – sulla linea dell'orizzonte. Non doveva essere così, però, secoli addietro, quando si preferiva la monotonia di una linea di separazione ideale tra cielo e mare, al comparire di una vela che «poteva essere quella di un veliero nemico».
C’è una singolare carta manoscritta di fine secolo XVI che, evidenziando fuochi e toponimi costieri, dal nord del territorio di Ostuni sull’Adriatico fino al sud del territorio di Palagiano ed oltre sullo Jonio, nell’ampio Golfo di Taranto, fino cioè al confine con «Parte della Basilicata», annovera ben oltre settanta di queste torri, la maggior parte delle quali è concentrata proprio lì, nel Tacco, dove evidentemente occorreva «vigilare» di più. Sull’antica carta si nota una sorta di raggiera data dai nomi delle stesse e la distanza che le separa una dall’altra è davvero esigua: necessità di una costa frastagliata e talvolta alta sul mare, che aveva bisogno di maggiori controlli.
«Il pericolo viene dal mare», dicono ancora oggi i vecchi in diverse comunità salentine, interne poche miglia dalla costa, meno frequentate dalle ondate turistiche: è antico retaggio di ciò che fu il «fattaccio» di Otranto del 1480, quando l’antica Hydruntum subì il sacco dei turchi, con il martirio di 800 suoi figli, e come non pensare, ancora, alla presa di Castro del 17 luglio 1537 con la sua popolazione uccisa o tratta in schiavitù?
«Il pericolo viene dal mare», del resto, era concetto ben noto a chi lo aveva personificato prima di insediarsi nel Salento e dominarlo. E se dunque ai Normanni va ascritta la «costruzione coordinata dei primi edifici a scopo di difesa in Terra d'Otranto», si devono a Carlo d'Angiò – l’atto giuridico è un editto datato «Brindisi, 24 maggio 1274» - le «prime torri costiere per prevenire gli assalti dei saraceni», che evidentemente erano soliti fare scorribande in queste contrade, se solo si pensa alle tante tradizioni religiose e civili legate o ai pericoli scampati o ai contrasti opposti dalle popolazioni locali ai predatori che venivano dal mare. E poi, col pericolo costante di incursioni di turchi o di pirati, è evidente che nell’«agenda» di ogni regnante o suo delegato, ci fosse anche il problema della difesa che, conobbe alti e bassi anche e soprattutto a seconda dei cicli economici. E furono proprio questi, che fecero optare anche per soluzioni differenti. Con Ferrante d’Aragona e suo figlio Alfonso, tuttavia, così come sotto il regno di Carlo V, il riarmo territoriale fu cosa piuttosto evidente e rispondeva all’assunto consegnato dalla storia che voleva «nel XV secolo (ed anche successivamente) il Mediterraneo in subbuglio». Che le misure, poi, non fossero mai sufficienti lo dimostrano anche le accorate relazioni dei governatori di varie province, tutti pronti a sollecitare costruzioni di nuove torri.

Ma tant’è: il governo centrale sentiva il problema e a livello locale la percezione era che non si facesse abbastanza; il progetto della torre arrivava da Napoli, ma a realizzarle materialmente erano maestranze locali, che «spesso impiegarono tecniche e materiali inidonei, con il risultato di crolli di lì a poco».
Fu così che le Civiche Università talvolta fecero anche in proprio. Ecco perché, ad esempio, oggi notiamo alcune torri di forma cilindrica, tutte risalenti al XVI secolo, «anche di notevole ampiezza, perché erette non solo per la difesa, ma anche come luogo di rifugio in caso di improvviso sbarco di nemici», mentre le torri costruite dalla Regia Corte di Napoli «furono, invece, quadrangolari, probabilmente per rendere più efficace la difesa» e poi, «per ovvie ragioni di sicurezza erano prive di ingresso alla base, sicchè ad esse si accedeva dal piano superiore, tramite una scala lignea che veniva abbassata dall’interno solo un presenza di amici».
Oggi, in verità, alcune di esse presentano superbe scale in pietra: le notiamo, ad esempio, a Porto Cesareo ed a Torre Colimena. La data della costruzione di quelle scale in pietra, di molto più recente rispetto al manufatto principale, segna una svolta storica per questo territorio, che evidentemente considerava cessato non solo il pericolo che veniva dal mare, ma anche quello che, personificato dai briganti, proveniva dall’entroterra.
Parlano, queste torri, di «politica estera» e di «politica interna», di «concorrenza» o «conflitto» tra poteri pubblici, tra «Universitas» e «feudatari» e «Corona»: questi manufatti alti tra 10 e 12 metri e con un lato spesso di egual misura e una lunghezza interna di circa 5 metri per lato, non solo riferiscono di decisioni assunte in loco o nella sede del regno, ma anche di una collaborazione o di un evidente dissidio; raccontano di imposizioni fiscali per realizzarle e di ricorsi agli organismi centrali per essere esentati dalle riscossioni; parlano anche di «guerre tra poveri», tra Università e Università, cioè, perchè si stabilisse - considerato l’effettivo beneficio difensivo - su quale comunità civica far ricadere l’onere della costruzione e del mantenimento della stessa.
E poi, data l’infrastruttura, bisognava gestirla, renderla operativa. Ed ecco qui, altre storie di uomini, altre pagine del Salento, raccontate sia dai muri superbi che ancora sfidano le intemperie, sia da quelli crollati giù pochi anni dopo la realizzazione. Raccontano di altri dissidi e, ad esempio, di quegli anni di fine Cinquecento, nel corso dei quali sorveglianti e «cavallari mal pagati» disertavano il servizio «con grave pregiudizio alla sicurezza, la cui gestione economia fu fortemente passiva, nonostante venissero imposte altre tasse nel 1592 e nel 1594, anno in cui - dicono gli storici - venne ordinata l’esazione di altri 10mila ducati, da durare per un quinquennio». E le famiglie censite nei borghi da difende, intanto, pagavano per sentirsi al sicuro dal pericolo che veniva dal mare. Comunità cittadine da difendere e comunità umana che viveva nei pressi della torre, tuttavia, furono sempre due mondi con pochi contatti e poche affinità. Ci passò qualche vescovo a visitarle, altri se ne dimenticarono; più fortunati erano quei microcosmi insediati lì dove la torre andava «oltre» la propria funzione di difesa: a S. Pietro in Bevagna, sullo Jonio, ad esempio, ci si recava per onorare il principe degli apostoli, che la tradizione vuole essere sbarcato lì proveniente dalla Palestina; a Torre Guaceto, vicino al canale Reale, sull’Adriatico a Nord di Brindisi, vi era l’attracco di navi per il commercio dell’olio e del vino perchè lì - dice un antico documento ecclesiastico - era il porto di «Misciano a lo tiempo che teneva a mare».
«Il pericolo viene dal mare», dice ancora la generazione degli anziani. E le torri, finito il «pericolo» saraceno furono deputate per la prevenzione di altri rischi, alcuni immediatamente percepibili dei cittadini, altri che potremmo considerare più attinenti all’attività dello Stato. Fu così, insomma che concluso il lungo periodo feudale, le torri costiere «vennero impegnate come posti di guardia per reprimere il contrabbando o come cordone sanitario per difendersi dalla peste. Con decreto dei 21 febbraio 1829 furono concesse alle amministrazioni della guerra, della marina e delle poste», annotano ancora gli storici, che concludono: «Con l’Unità d’Italia via via vennero definitivamente abbandonate e di esse ancora oggi continua lo scempio da parte delle intemperie e degli uomini».
È in auge tuttavia, un movimento che cerca di sollecitare cure a questi monumenti di pietra: alcuni, anche ridotti a cumuli di macerie o con piantato vicino un cartello di «pericolo di crollo», parlano ancora al cuore dell’uomo del Terzo millennio; altri sono come quegli anziani che si mantengono in forma: lucidi e bene informati raccontano anch’essi; ma soprattutto interrogano, sol che li si sappia ascoltare, magari sostando nei pressi, per ripararsi dalla canicola.