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Santa Maria del Casale

01/03/2007
storia e leggenda a due passi dall'aeroporto...

Il processo istruito dagli uomini e il giudizio divino, quello dell’ultimo giorno; il Medioevo e il Santo Sepolcro; il nostro Salento, Venezia, le isole dello Jonio… C’è la storia e la leggenda, il passato e l’eternità… A due passi dall’aeroporto di Brindisi, la splendida chiesa di Santa Maria del Casale suscita un insieme di sentimenti forti, sollecita emozioni intense.
Qui, ma verosimilmente non nel luogo di culto attuale – le date non coincidono – si insediò il tribunale contra Templarios. Correva l’anno 1310, si era in maggio. E solo a sentire l’austerità dei nomi dei protagonisti, ancora oggi pulsa forte il sangue nelle vene: Bartolomeo da Capua, arcivescovo di Brindisi; Arnolfo Bataylle, arcidiacono di Natzania nella diocesi di Vourges; Berengario de Olargiis, narbonese e cappellano papale; Jacopo di Carapelle, canonico di Santa Maria Maggiore in Roma, chiamato da Clemente V a procedere contro i Templari del regno di Sicilia. Furono loro, che ascoltarono le deposizioni di due cavalieri templari in carcere da due anni; furono le loro orecchie ed il loro cuore a sentire la voce di Giovanni da Nardò e Ugo Samara; furono le parole di questi due uomini che, del resto, assieme a quelle raccolte in altre “inquisitiones”, portarono nel 1312 alle bolle papali, con le quali si soppresse l’ordine cavalleresco.
E mentre l’Ordine del Tempio moriva, proprio lì nasceva la nuova Santa Maria del Casale, l’attuale chiesa, tanto cara – dicono gli studiosi – ai principi di Taranto; monumento unico nel suo genere, perché testimonianza chiara dell’”approdare al gotico di maestranze in cui è ancora viva la lezione romanica”.
Il visitatore è naturalmente portato a fermarsi sotto il protiro pensile, che presenta una cuspide evidente: è incantato da quella facciata di pietra, i cui due colori sono un ricamo, nel ricamo di spioventi ed arcatelle, lesene e cornici. È assalito da un sacro timore, però, quando decide di entrare nel luogo sacro, un impianto a croce latina. Per un attimo sente che il cuore si ferma: prima di abituare gli occhi a quella “morbida luminosità diffusa”, che contraddistingue l’interno, vede solo la penombra propria di un’ideale macchina del tempo capace di spostare indietro, corpo ed anima, di quasi sette secoli.
È un attimo: riapre gli occhi. Crede di trovare, forse, il collegio di uomini di chiesa pronti a far domande? Per fortuna, no. La vista gode dei colori degli affreschi, autentico depositum fidei, molto più di quanto insieme riescano a descrivere la Bibbia ed un’intera biblioteca di scritti dei Padri della Chiesa. E viene quasi spontaneo, una volta entrati nel luogo sacro, voltar le spalle all’altare maggiore, guardare indietro: nella controfacciata trovi il “Giudizio universale”, quello dell’ultimo giorno e della parusìa: sono quattro registri orizzontali di affreschi, un’enciclopedia per immagini realizzata da quel Rinaldo da Taranto, che con legittimo orgoglio, ad opera realizzata, volle assumersene la responsabilità di fronte ai posteri. “Hoc opus pincxit Rinaldus de Tarento”, scrisse sull’architrave e così ha reso evidente nei secoli “una cultura eclettica, fondamentalmente legata ad un potente retaggio bizantino ed adriatico”. Chi guarda resta confuso dall’ordito pittorico. Non basterebbe un giorno per ammirarlo e descriverlo per intero: c’è il Vangelo canonico di Matteo e c’è quello apocrifo di Nicodemo, c’è l’Apocalisse che richiama immediatamente la resurrezione dai morti ed il giudizio, con quell’arcangelo Michele – tanto noto dalle nostre parti dalla Grotta del Gargano ai luoghi del Basso Salento – che, bilancia tra le mani, è intento a “pesare” le anime, prima di destinarle al tormento o alla consolazione.
E lo sguardo va altrove, verso altri affreschi, altre mani, altre esperienze pittoriche. Alla fine, il cronista annota sul taccuino l’affresco dell’”Annunciazione” e quello dell’allegoria del “Giglio angioino”; quello della “Vergine tra cavalieri”, che Nicola della Marra, signore di Stigliano e Sant’Arcangelo fece dipingere nel 1338; ed il maestoso “Albero della Vita” o “Allegoria della Croce”, quasi un’opera miniata, un’antologia di immagini. Non solo: trova una “Vergine con Bambino e Sante” ed un’altra “Vergine con Bambino”, che fu commissionata nel 1366 da Gaucerio, precettore della Commenda di San Giovanni di Gerusalemme e poi, lasciandosi alle spalle la controfacciata, guarda l’imponenza delle figure affrescate sulle pareti del presbiterio. Sono “Storie della Passione”, con la “Depozione dalla Croce” ed il mesto “Compianto sul Cristo morto” e le “Mirrofore al Sepolcro”, che da sole valgono un trattato. Tale scena, proprio in una chiesa-monumento tutta intenta a descrivere la storia della salvezza fino al giudizio finale, rappresenta l’ultimo tributo “all’Uomo, inaspettatamente risorto” e richiama alla mente, immediatamente, quel filo mai interrotto, che lega il credente a Gerusalemme, ai Luoghi santi. Nel nostro affresco, secondo alcuni studiosi, “il piano rosso e maculato, su cui è deposto il Cristo compianto e che costituisce la lastra divelta del Sepolcro, è la singolare riproduzione di una delle più venerate reliquie della cristianità, custodita nella Basilica del Santo Sepolcro; è la Pietra dell’Unzione, su cui tradizione soleva che fosse adagiato il corpo di Gesù, per essere avvolto nel sudario prima della sepoltura, e che, rossa in origine, fosse stata veneta di bianco dalle lacrime della Madonna”. Questo ciclo pittorico è di una mano certamente vicina ai modi bizantini, che caratterizzano anche le “Nozze di Cana”, il “Cenacolo”, la “Pentecoste”; mentre “aperte alla cultura occidentale” sono altre opere che si ammirano. Scorrendo ancora i fogli del taccuino, ecco la nota che sull’arco trionfale c’è la “Natività” e la “Crocifissione”; nel transetto l’Annunciazione e le “Storie di S. Caterina di Alessandria”; e, poi, sulla parete destra, il “Cristo in Maestà”, la “Sacra maternità”, “Santa Caterina che presenta alla Vergine un cavaliere, la Madonna con il Bambino e il Committente Leonardo di Tocco”, che fu conte di Cefalonia e Zante.

Devozione, nobiltà e cavalleria del Trecento meridionale: sacro e profano di un Medioevo “ a colori”, che solo qui consente di riannodare tanti filo di un unico discorso attorno all’uomo, ben consapevole della propria origine e del proprio destino finale. Uomo del medioevo, che senti compagno di viaggio a distanza di secoli, proprio come quel “Rinaldus de Talento”, che accompagnando il visitatore fin sull’uscita, quasi lo invita a tornare, quando avrà voglia di capire chi sia davvero e a cosa tenda, alla fine del suo percorso terreno.