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Rituali di primavera: gli altarini e le tavolate devozionali per San Giuseppe

01/03/2007
Nel frastagliato panorama delle diverse identità regionali italiane pochi appaiono i tratti unificanti, se si considerano i momenti festivi nei loro contenuti e significati essenziali e nei loro aspetti strutturali. Si può tuttavia ipotizzare che ci sia nella maggior parte delle feste tradizionali un pressoché identico percorso rituale che conferisce alla festa un carattere di passaggio al di fuori del tempo, al di fuori cioè di quel tempo regolato dalle norme della vita ordinaria, e che passa attraverso pratiche finalizzate a purificare e ad allontanare presenze negative e ad attirare invece protezioni e influssi benigni sulla comunità e sui beni che essa gestisce.
In tali dinamiche possono essere inquadrate le feste del calendario e della cultura popolare, ancora oggi scandite sui cicli temporali delle attività agricolo-pastorali, tra le quali sono innegabilmente da annoverare quelle legate al ciclo rituale della primavera con la importante festività equinoziale sovrapposta alla celebrazione di san Giuseppe falegname, sposo di Maria.
La ritualità legata alla ricorrenza festiva di san Giuseppe (18 e 19 marzo) conserva, anche in tempi di rapidi mutamenti e sconvolgimenti sociali, peculiarità affascinanti e interessanti. Il santo falegname, si sa, ha da sempre colpito la pietà popolare, che lo ha assunto quale modello di padre che nutre e protegge la famiglia.
L’area geografica abbastanza ampia, in cui i riti di san Giuseppe trovano la loro ciclica riproposizione, abbraccia, per esempio, molte regioni dell’Italia meridionale ed ha nella Sicilia e nel Salento le sue sorprendenti, rappresentative ed emblematiche vitalità, con non irrilevanti analogie strutturali e cerimoniali, tanto che proprio queste ultime non escluderebbero la tesi che essi possano aver avuto una origine o matrice propositiva comune. Il contesto, in cui il tutto è intimamente innestato, è quello della società contadina meridionale.
Solitamente, il complesso rituale è caratterizzato da fasi e azioni cerimoniali che culminano in un ricchissimo banchetto a cui tutti sono invitati, benché questo sia ritualmente offerto alla Sacra Famiglia, rappresentata da poveri o bambini che impersonano Gesù infante, san Giuseppe e la Madonna, laddove la forma della sacra rappresentazione venga ancora effettuata.
La gestione del rito è perlopiù di tipo privato o domestico, affidata alla spontanea iniziativa di singoli nuclei familiari, dei quali fa parte la persona (generalmente la donna, moglie e madre, più o meno anziana) che adempie alla promessa fatta al Santo in cambio di una grazia ottenuta o da ottenere, o semplicemente per continuare una tradizione propria della famiglia di appartenenza.
Prioritario è il ruolo della donna in tutto il rituale, nel corso del quale ella dovrà dimostrare alla comunità le sue capacità relazionali, manuali e organizzative. Per far fronte alle ingenti e gravose spese da sostenere, a lei viene “imposto” (spesso su espresso comando del Santo, apparsole in sogno) di umiliare se stessa, la propria identità e condizione di donna, nell’atto di richiedere ad estranei, pubblicamente, questuando di casa in casa, prodotti alimentari e offerte in denaro necessari per la preparazione della tavolata. Non mancano, ovviamente, le famiglie che realizzano la tavolata a proprie spese, con enorme sacrificio, anche se sono sempre bene accette le eventuali offerte in natura o in denaro che dovessero arrivare (cosa che, in realtà, spesso accade).
Quando tutti gli ingredienti base dei cibi sono stati raccolti o acquistati, spetta sempre alla donna il ruolo preminente di organizzare e sovrintendere, alcune settimane prima della festa, le fasi per la preparazione di pietanze, pani e dolci, secondo modalità, quantità e apparati coreografici fissati dalla tradizione. In queste complesse e molto impegnative operazioni, ella è affiancata dalle altre donne della famiglia e da quelle del vicinato, mentre agli uomini vengono affidati incarichi più confacenti al ruolo maschile (provvedere per la legna, eseguire lavori o allestimenti che richiedono forza, sbrigare commissioni che comportano più frequenti relazioni esterne o con gli estranei e così via).
Il menù delle tavolate per san Giuseppe è basato su pietanze, fritture, pani e dolci propri della civiltà contadina, che dovrebbero essere di norma in numero prestabilito, se lo scopo è - come sembra -  anche quello rievocativo (le “tredici” pietanze sulle tavolate pugliesi, per esempio, sarebbero da collegare all’ultima Cena di Gesù con i dodici apostoli); esso, inoltre, rispetta nella maggior parte dei casi (salvo rare eccezioni di più recente origine o introduzione) le prescrizioni quaresimali che vietano soprattutto la consumazione di carne; ed ancora, esso varia a seconda dell’area geografica in cui viene preparato, ma è caratterizzato un po’ ovunque dalla presenza di pani e dolci, vino possibilmente nuovo, frutta fuori stagione e primizie agricole, che hanno valenze anche simboliche da collegare al particolare periodo equinoziale di primavera e, probabilmente, ad antichi riti e culti agrari di propiziazione.
Per allestire le tavolate, si utilizza la stanza più spaziosa della casa, che è quasi sempre quella prospiciente la strada, privata di mobili e suppellettili, al posto dei quali sono montate lunghe assi di legno opportunamente ricoperte con candide lenzuola e tovaglie. Non è infrequente il caso in cui tali apparati occupino buona parte della stanza che viene adornata con veli e merletti e illuminata più del solito. Su questo piano espositivo fanno bella mostra i numerosissimi piatti devozionali, secondo una ordinata e accurata scenografia, veramente fantasmagorica, finalizzata a stupire coloro che in ininterrotto pellegrinaggio, dopo la benedizione del sacerdote, entreranno a visitare le tavolate nel pomeriggio e nella serata della vigilia, fino a tarda ora, e nella mattinata del 19 marzo, festa del Patriarca.
Delle tavolate, ciò che colpisce è la presenza davvero esorbitante di dolci, specie di quelli di più lunga conservazione, in una incredidibile varietà di forme, taglie e composizioni, preparati in casa nelle settimane precedenti o ordinati (come ormai è più facile che accada per il pane e alcuni tipi di torte) a panettieri e pasticcieri. Sono frequenti, inoltre, i pani e dolci modellati in modo tale che possano veicolare anche significati, grazie alla forma che gli si dà, pur continuando essi, come scrive Cirese, «a “servire” al loro uso primario» che è quello alimentare. Ricorrenti sono, per esempio, sia in Sicilia che nel Salento, i dolci a forma di mano, di cuore, di stella, di angelo, di pesce, di uccelli, mentre spicca abbondante il pane di farina di grano, nelle sue più diffuse forme rotonde e intrecciate, di circa mezzo chilo di peso. Sulla tavola compaiono anche pani rotondi di grosse dimensioni, di tre-quattro e fino a sette chili di peso; in Sicilia, però, vengono modellati pani, sempre enormi, riccamente decorati con figure, fiorami e simboli vari a rilievo e con monogrammi indicanti i nomi dei componenti della Sacra Famiglia, che riproducono - per rimanere solo ai principali - il bastone fiorito di san Giuseppe, la palma, la ciambella. Va sottolineato, in aggiunta, che il termine dialettale cucciddati, con cui i siciliani designano tali pani di grosse dimensioni, non è certo dissimile dal salentino picciddáti, segno evidente - quanto meno - di una tra loro stretta parentela etimologica.
Per i buongustai e visitatori in “giro per le tavole”, l’occasione è quella giusta per degustare alcune specialità tradizionali. Nelle cucine, infatti, continua senza posa la cottura di alcuni cibi rituali, caratteristici e magari differenti per ingredienti e condimenti da località a località. Nel Salento, per esempio, è usanza quasi generalizzata quella dell’offerta ai visitatori che ne vogliano di pasta del tipo tagliatelle (detta massa o tria) con o senza ceci, condita con soffritto, in olio, di prezzemolo, cipolla verde e con una spolverata di pepe a volontà. A Monteparano, piccolo centro agricolo della provincia di Taranto, alla massa si uniscono, invece, le cozze sgusciate, e il momento del condimento è nel contempo una cerimonia di benedizione molto suggestiva che avviene davanti all’altarino del Santo: appena cotta, la pasta viene versata in una madia, subito dopo vi si spargono con cura le cozze, quindi la si condisce con olio soffritto versato in modo da tracciare visibilmente una croce dorata sul cibo biancastro e fumante; il tutto, accompagnato dalla recita di preghiere e invocazioni in onore di san Giuseppe da parte dei presenti. A Lizzano, sempre in provincia di Taranto, oltre alla massa con e senza ceci, gli ospiti possono consumare sin dalla vigilia della festa un’altra prelibata specialità: il grano cotto, condito alla stessa maniera della massa. Questo è denominato cranu štumpátu, per il fatto che richiede lunga lavorazione in mortai di pietra dura, detti štumpi, dove viene pestato con grossi pestelli di legno di ulivo, ma non frantumato, per spogliarlo del sottilissimo involucro che è propriamente la crusca. Anche la sua cottura richiede tempo e paziente attesa, ma il suo squisito sapore, il profumo dei chicchi sotto il palato, a cottura avvenuta, ripagano ampiamente tutte le minuziose e non semplici fasi di lavorazione.
Gli alimenti ben sistemati sulla tavolata rimangono invece esposti all’ammirazione di ospiti e visitatori e potranno essere distribuiti o consumati soltanto nella giornata del 19 marzo, solo dopo l’effettuazione del pranzo dei “santi” (dove ciò abbia luogo) o dopo il passaggio benedicente della statua del Santo in processione (laddove le tavolate vengano allestite ed esposte anche pubblicamente all’aperto, in spazi designati dalla tradizione, secondo un’altra diffusa modalità di effettuazione del rito) o, comunque, sempre dopo l’avvenuto suggello benedicente delle autorità ecclesiastiche. Il cibo viene consumato collettivamente dai presenti oppure viene in seguito distribuito, a piatto a piatto, a vicini di casa e conoscenti, e costituisce la cosiddetta “devozione”: chi la riceve la accetta, non può rifiutarla, dice una preghiera prima di consumarla. Anche per il pane devozionale bisogna osservare alcune prescrizioni: non si taglia con il coltello, ma bisogna spezzarlo e dividerlo con le mani; prima di mangiarlo, occorre farsi il segno della croce e dire una preghiera.
Chi fa “il giro delle tavole” trova sempre in bella evidenza l’altarino con il quadro o la statua del Santo, riccamente adorno di veli, merletti e fiori, che così rimane per tutto il mese di marzo, illuminato - ancora in molti casi - da lampade ad olio (coppette o larghi bicchieri contenenti acqua su cui galleggia l’olio), il cui stoppino può essere ricavato dai fiori secchi di una pianta spontanea, dai botanici denominata Ballota pseudodictamnus. L’altarino «assolve la specifica funzione di veicolare l’offerta umana al Santo le cui grazie si richiedono o sono state concesse» e può essere inglobato nella mensa carica di cibi o esserne staccato, in modo da costituire - in quest’ultimo caso - o l’elemento più rilevante della tavola o il luogo, in un angolo della stessa stanza espositiva, dove i devoti del Santo possano trovare momenti più raccolti e intimi di preghiera. Proprio davanti all’altarino, per tutto il mese di marzo o per il solo novenario, si riuniscono soprattutto le donne e i bambini della famiglia e del vicinato per recitare il rosario e le preghiere in lode di san Giuseppe. Tra una posta e l’altra del rosario, si levano accorati canti e sincere invocazioni che inneggiano alla grandezza e alla esemplare umiltà del Santo tutelare dei poveri e della famiglia.