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Riccardo Ricci Curbastro

01/07/2010
ALCEO Salentino ha incontrato, a margine del Convegno su “Nuova OCM vino, prospettive per le doc e igt, ruolo dei Consorzi” organizzato dal Consorzio di Tutela del Primitivo, Riccardo Ricci Curbastro, presidente della Federdoc e della Efow (European Federation of Origin Wines), L'occasione si è creata per fare il punto sulla situazione del comparto vino, con particolare riguardo al nostro territorio: criticità, possibilità di sviluppo, situazione dei mercati tradizionali ed emergenti, conseguenze delle nuove disposizioni provenienti dalla Comunità Europea. Abbiamo posto alcune domande a Ricci Curbastro per raccogliere preziose indicazioni e valutazioni, affrontando le problematiche relative alla nuova OCM e sulle sue conseguenze a breve e medio termine nel panorama vinicolo italiano.

L’OCM,organizzazione comune di mercato, nata come strumento fondamentale di regolazione dei mercati disciplinando la produzione e il commercio dei prodotti agricoli di tutti gli Stati membri dell’Unione europea, è vista da numerosi operatori del settore agricolo con diffidenza e preoccupazione, ma c’è davvero da preoccuparsi?

R.
Gli obiettivi della nuova OCM enunciati dall’allora Commissario all’Agricoltura F. Boel erano indubbiamente ambiziosi e condivisibili: “conferire equilibrio al mercato, con la progressiva eliminazione delle misure di mercato inefficaci e costose e destinando il bilancio a misure più positive e dinamiche”. Un primo risultato doveva essere dato dalla immediata estirpazione volontaria (175.000 ha), e poi tutto il sistema doveva procedere sulla base di maggiori libertà operative come ad esempio anche la gestione dei diritti di impianto. A quasi due anni dall’applicazione delle nuove misure, i risultati non sono positivi, né tali da prevedere in prospettiva situazioni di più tranquilla gestione del comparto. Un recente rapporto OIV rileva l’aumento delle produzioni a livello mondiale, ma anche una diminuzione dei consumi, per effetto della crisi economica globale (solo nella Comunità: - 4,6% tra il 2008 e il 2009). A nulla bastano le estirpazioni avviate da Spagna (52mila ha) e Italia (21mila ha). La OCM vino può essere fallimentare, se non si comincia a pensare maggiormente 1) agli investimenti, individuando le operazioni ammissibili e facendo attenzione alla demarcazione con il PSR; 2) Affrontare con un diverso approccio il problema della promozione, “leggendo” e valutando l’andamento delle azioni finora svolte, dei successi ottenuti, con riguardo soprattutto ai macro progetti che hanno saputo fungere da collettori delle risorse private; 3) Valutare la possibilità di dirottare i fondi per la promozione nel mercato interno, ossia comunitario, che rappresenta il 70% del consumo dei vini comunitari, con riguardo soprattutto alle azioni di informazione, di educazione al consumo, di valorizzazione dei vini di qualità; 4) Gestire i fondi diversamente a livello nazionale, magari con più impegno dell’autorità centrale, tenendo presente che il 70% dei contributi dato oggi alle Regioni non è stato in qualche caso speso, a volte dirottato totalmente verso misure distruttive (vendemmia verde).

Cosa succederà nel prossimo futuro, quando ci sarà la liberalizzazione degli impianti e verranno a cadere le distillazioni?

R.
Il regime dei diritti di impianto è da preservare, senza alcun dubbio: per una questione di qualità della produzione, ed infatti il documento Scottà approvato dal Parlamento europeo sulla Politica della Qualità sostiene chiaramente: “la qualità dei prodotti passa anche attraverso la gestione dei quantitativi”; ma poi anche per una buona gestione del mercato, e per evitare che una sfrenata liberalizzazione porti anche al crollo del valore patrimoniale dei vigneti, specie per quelli a DO. Contro la liberalizzazione si sono già pronunciati il capo del governo tedesco Angela Merkel ed il Ministro francese dell’Agricoltura. Federdoc ha posto la questione al Ministro Galan.
Per quanto riguarda le distillazioni, pur giudicando opportuna una rete di sicurezza per ogni eventuale situazione di crisi (ed esiste per questo la vendemmia verde, che però sta già diventando un intervento strutturale e di per sé distorsivo), è condivisibile il principio della eliminazione di misure che in passato sono state veramente deleterie per il settore, perché hanno solamente incentivato la produzione per distruggere.
La costruzione del futuro deve essere fatta sulla base di altre misure, che al momento si configurano anche con la giusta applicazione del Piano Nazionale di Sostegno.

Come rimoduleranno, i maggiori Paesi produttori europei, da qui al 2013, i loro Piani di sostegno? L’Italia, ad esempio, avrà a disposizione nel 2013, 337 milioni di euro. Come riuscirà a spenderli?

R.
Le dotazioni nazionali e la loro gestione sono la chiave di lettura dell’andamento della situazione vitivinicola di ciascuno Stato membro, e per tutti i maggiori Paesi produttori europei vediamo situazioni di crisi, impossibilità a gestire i loro Piani, incapacità nello spendere gli aiuti concessi neanche con la rimodulazione. Le ristrutturazioni, le più corpose in termini di aiuti, continuano per tutti ma in misura minore rispetto al passato, le distillazioni e la vendemmia verde sono al momento le più invocate, gli investimenti non si riescono ad aumentare, per una questione di paletti fissati dagli stessi Piani Regionali di Sviluppo Rurale; la promozione diminuisce, perché non incoraggiata con contributi più sostanziosi e perché limitata ai Paesi terzi. Anche per i PNS, le richieste di rimodulazione per misure effettivamente spendibili e proficue vanno fatte nel senso di quanto suggerito nella prima risposta, ma ciò richiede iniziative forti ed importanti anche a livello di Commissione, per cambiare alcune regole limitative previste dalla OCM.

E' entrato ufficialmente in vigore lo scorso 11 maggio il decreto legislativo n. 61/2010 con cui l'Italia si adegua alle norme europee, con novità che stravolgono il sistema delle denominazioni. I vini Vqprd (vini di qualità prodotti in regioni determinate) lasciano spazio ai Dop, che si dividono in Doc e Docg. Le Igt a loro volta diventano Igp, mentre per i vini "comuni" scompare la dicitura “da tavola” con la possibilità della mera indicazione del vitigno e dell’annata, senza alcun legame con il territorio di produzione. Per molti appaiono norme nate più dalle esigenze di industriali che non dei viticultori, è così?

R.
Il nuovo DLgs è nato sulla base di un adeguamento alla nuova OCM vino e alle regole orizzontali esistenti per le DOP dell’agroalimentare italiano, pur nella necessità di preservare quanto di buono era nella nostra vecchia “164”. Devo dire che la nuova “61/2010” è una buona legge perché tutela il nostro sistema piramidale DOCG-DOC-IGT- varietali- vino comune contro ogni pericolo di appiattimento tra i vini di Origine, salvaguarda il patrimonio delle IG contro abusi di etichettatura da parte dei varietali, e poi consente effettivamente alcune semplificazioni (unico contenitore per la raccolta dati sui vigneti, sportello unico per le denunce uve e vitivinicole, ecc), oltre a riconoscere ai Consorzi di tutela un ruolo determinante nella tutela e valorizzazione delle Denominazioni ed anche nella gestione delle relative produzioni. Il pericolo potrebbe semmai venire dai decreti applicativi (ben sette!), per spinte semplificative o di interesse da parte di alcune categorie di produttori o per un eventuale rilassamento delle Istituzioni, ma non crediamo che avvenga.

Una vera e propria rivoluzione, poi, per quanto riguarda i controlli: le verifiche, infatti, passeranno dai consorzi di produttori a soggetti terzi, mentre verranno aumentati i controlli e inasprite le sanzioni per chi sgarra.

R.
Già dal 1° agosto 2009, per effetto della nuova normativa comunitaria, i controlli di conformità ai disciplinari a DO sono in capo agli Organismi terzi, che presto si occuperanno anche delle IGT e dei varietali. I controlli vanno fatti, perché li prevede la nuova OCM e li vogliono i produttori onesti, ma con regole diverse e meno stringenti a scalare dalle DOCG/DOC alle IGT e ai varietali; inoltre, per effetto delle semplificazioni della nuova legge, saranno più semplici e nel tempo meno costosi. Su queste prospettive come Federdoc siamo impegnati direttamente, consapevoli del know-how a disposizione, della struttura organizzativa messa al servizio delle Denominazioni (Valoritalia), degli orientamenti espressi dal nostro Ente di controllo, che mira proprio alla informatizzazione del sistema e alla omogeneizzazione delle pratiche di gestione dei controlli.
Sulle sanzioni, abbiamo un sistema finalmente esaustivo, con provvedimenti anche nei confronti dei Consorzi di tutela e di chi si occupa di controlli. Esiste ora una correlazione tra gravità dell’inadempienza e sanzione, sulla base dei principi “inadempienza/non ottemperanza: sanzione lieve; intenzionalità/consapevolezza/frode: penalizzazione pesante”. Per una violazione dei contrassegni DOCG, ad esempio, è prevista ora una multa più che adeguata, che va da 30.000 a 100.000 euro.

Consorzi, quindi, quali attori principali delle Denominazioni.

R.
La nuova legge assegna ai Consorzi nuove funzioni, tra le quali, oltre alle “solite” attività istituzionali di tutela e valorizzazione, figurano la gestione delle Denominazioni: controllo rese uva/ettaro e uva/vino, blocage/deblocage, riserva vendemmiale, con riguardo anche alla definizione delle regole di commercializzazione intese a regolare le offerte. Questioni estremamente importanti per le strategie produttive e commerciali delle imprese, per le quali il confronto con le Organizzazioni di categoria e con le Istituzioni competenti è peraltro previsto. Inoltre l’utilizzo degli agenti vigilatori con attività di controllo sulle Denominazioni al mercato fornirà ulteriori garanzie ai produttori e ai consumatori. E poi c’è la promozione, elemento importantissimo per comunicare la qualità e le peculiarità dei vini di Origine. I Consorzi hanno esperienze consolidate in materia, e tante volte hanno fatto il salto di qualità, convogliando le risorse dei soci verso i finanziamenti pubblici ed investendoli in iniziative comuni, sistematiche, in una logica di azioni unitarie su ogni mercato.
Se le Denominazioni più importanti hanno un Consorzio forte e strutturato, con 80 Consorzi a rappresentare oltre il 70% della produzione italiana a DO, vorrà pure dire qualcosa…

In Italia esistono 321 DOC e 46 DOCG con altre in attesa di pubblicazione del decreto di riconoscimento, più 118 IGT. Altre richieste presentate al MIPAAF con procedura semplificata: 39DOC e 26 DOCG. Come gestire l’affollata proposta di denominazioni, spesso rappresentative di territori non tipicamente a vocazione vitivinicola, con pericolo di ingenerare confusione nel consumatore finale. Sarebbe opportuno il ‘numero chiuso’?

R.
Le Denominazioni sono diventate nel frattempo 470, tra cui certamente esistono le eccellenze del Made in Italy, ma anche molte DOC “politiche”, quelle senza carattere né immagine e senza i numeri necessari per avere un Consorzio, per pretendere una protezione internazionale, per sperare di avere un giorno una vera promozione. Le nostre Denominazioni devono essere ridotte, su questo abbiamo aperto un dibattito al nostro interno per sostenere un processo di semplificazione che, ad esempio, da 6 DOC esistenti per un’ unica zona geografica portino a 1-2 al massimo (alcune DO si stanno adoperando lodevolmente in questo senso), o anche per prevedere un percorso inverso con il declassamento da DOC a IGT, con possibilità di crescere e tornare magari al livello superiore. Se non ci pensiamo noi, i paletti verranno fissati dagli altri Paesi anche per noi e il sistema più complesso di riconoscimento della UE farà il resto. Il numero chiuso non è invece praticabile, per le libertà consentite e per tenere le porte aperte a produzioni veramente meritevoli di salire di grado.

La questione della tutela internazionale della denominazione sarà importante anche per il nostro Primitivo di Manduria: è già presente sul mercato mondiale un Primitivo prodotto in Australia e pare in gestazione quello ‘cinese’. Quali le azioni a tutela da esperire?

R.
La Denominazione “Primitivo di Manduria” nella sua interezza sarà inserita nel registro europeo delle Indicazioni Geografiche E-Bacchus e come tale tutelato, ma non nutriamo speranze di avere la protezione per il vitigno “Primitivo” considerato singolarmente, che pure è inserito nell’allegato XV parte B del reg. CE n. 607/09. Proprio l’Australia ha preteso di utilizzarlo, perché riconosciuto dalla OIV come vitigno e perché loro – sostengono – lo coltivano da tempo. Spiace confermare le debolezze degli accordi TRIPS e del sistema di protezione comunitario, dovuto anche alle moltissime Denominazioni esistenti, ma l’unico sistema di protezione dimostratosi ad oggi valido è quello della registrazione dei marchi, peraltro utilizzato a costi alti da molti Consorzi di tutela.

Oggi il vino è l’unica voce largamente attiva nella bilancia agro-alimentare, nonostante la crisi le nostre vendite all'estero tengono e conquistano addirittura nuove quote di mercato a discapito dei vini francesi che stanno conoscendo una crisi gravissima. Abbiamo raggiunto il primo posto tra i vini importati in mercati primari come Stati Uniti, Germania, Austria, Svizzera e siamo ai primissimi posti in altri mercati importanti. E’ una posizione invidiabile sia come numeri che come solidità di immagine. Tutto bene quindi?

R.
Indubbiamente il sistema vino globale è in crisi, il commercio mondiale del comparto registra per la prima volta dal 2000 un calo del 3,6% nel 2009 rispetto all’anno precedente. Tutti i maggiori Paesi esportatori sono in sofferenza: Argentina, Stati Uniti, Spagna, Francia, con l’Italia che in qualche modo “tiene” ma non è una soddisfazione. I nostri numeri sono tornati con il segno + solo a fine anno 2009 ma non si sono consolidati nel senso di una inversione positiva definitiva, rappresentano un aumento dei volumi esportati pari al 9% ma con un passivo in valore del 5% (- 16% per lo sfuso). La lettura di questi pochi dati, se paragonati ad altri numeri “crudi” delle esportazioni francesi (- 9% in volume e – 19% in valore, con Champagne a – 28% e Bordeaux a – 21%) e di quelle spagnole (- 10% in volume e – 13% in valore) fanno intendere l’entità della crisi. Oggi si tende nei consumi a privilegiare i prodotti con rapporto qualità/prezzo sopportabile.