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In principio era il vino...

01/03/2005
In principio era il vino. Non che il vino fosse l'origine di tutte le cose, come avrebbero potuto affermare i primi pensatori greci, ma senza questo nettare il mondo apparirebbe diverso e sicuramente più triste. Il succo della vite che i greci chiamavano oînos e i latini vinum ebbe come dio Dioniso, signore del delirio mistico, dei sensi, una divinità che con il suo atteggiamento spiegava la vita stessa. Il cristianesimo avrebbe potuto liberarsi di questa bevanda, invece la rese ancor più importante. Gesù Cristo compie il primo dei suoi miracoli alle nozze di Cana trasformando l'acqua di sei giare di pietra in un vino eccellente. E cosa sarebbe la religione cristiana senza il vino dell'Ultima Cena che addirittura diventa il sangue di Cristo? Chi volesse cercare conferme nell'Antico Testamento, ne troverebbe in quantità. Noè, appena uscito dall'arca dopo il diluvio, «cominciò a piantare una vigna». E, aggiunge il testo sacro, «avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto».
E che cosa si deve rispondere all'agiografo che ha scritto il libro di Qoélet, uno dei più preziosi della Bibbia, quando invita a mangiare, a bere e a godere per rendere onore alla vita? «Bevi il tuo vino con cuore lieto» è l'ordine: uno dei pochi rimedi per strapparsi dalla carne il dolore. Ma quelli riportati sono in fondo solo esempi. La storia del vino e quella dell'uomo coincidono in molti punti e le prime civiltà ci hanno lasciato sempre qualche documento in favore di questa bevanda. Il greco Erodoto nel secondo libro delle Storie racconta le feste in Egitto vissute all'insegna dell'ebbrezza, dove il vino scorreva a fiumi. Così si onorava il dio Osiris. Furono quasi certamente i misteriosi Orfici, oltre due millenni e mezzo fa, a intuire che il succo della vite è componente di una pratica ascetica di anelito alla pura conoscenza, una via a volte più sicura di quelle indicate dalla ragione.
Socrate era informato della cosa e, anche se il suo allievo Platone ci ricorda nel Simposio che «nessun uomo lo ha mai visto ubriaco», con il vino dovette avere un rapporto eccellente. Nel ricordato dialogo platonico, dove si parla della contemplazione del bello assoluto e soprattutto dell'amore, irrompe Alcibiade «molto ubriaco, che gridava forte». Ci si rende conto in poche battute che il generoso liquido non produce necessariamente quell'euforia che manifesta la perdita di sé, anzi il particolare stato di ebbrezza sembra rendere possibile l'identificazione dell'oggetto ultimo della filosofia. Anche Heidegger ricorderà in pieno '900 che la verità ama nascondersi: ad Atene quattro secoli prima di Cristo si cominciò a sospettare il fatto, e la bevanda cara a Dioniso rappresentò la metafora di quell'ambiguità che esprime il senso del vero. O, per dirla con Socrate e Platone, il filosofo riesce ad apparire in un modo ed essere in un altro: come Alcibiade, immagine di ogni uomo che cerca.
Epicuro, considerato il maestro di ogni piacere, fu piuttosto un asceta, tanto che alle sue opere attinse il neoplatonico Porfirio per scrivere un trattato sull'astinenza. In compagnia di pochi amici, è descritto con «una ciotola di vino di nessun pregio, anche se di solito beveva sempre acqua». Lasciamolo dunque perdere; chi desiderasse essere epicureo nel senso che il termine ha acquisito si rivolga alle rivisitazioni romane, a Orazio per esempio, che nelle sue Epistole si autodefinisce «un porco del gregge di Epicuro». Condizione irraggiungibile senza l'ausilio del vino.
Con altro spirito affronterà la questione qualche secolo dopo Tommaso d'Aquino, a cui la bevanda piaceva, così come gradiva - nei termini liturgici dovuti - le gioie della mensa. Tuttavia, proprio perché il vino era componente dei sacramenti, nella Summa contra gentiles il sommo dottore tratta di «quella materia estranea» capace di corrompere la specie. Il vino sia genuino e non alterato da sostanze perché dovrà, appunto, trasformarsi nel sangue di Cristo.
Anche Cartesio, si impelagò in una questione simile: prova ne è una lettera che inviò nel 1645 a padre Mesland, missionario in Martinica. Ma per il filosofo francese il vino da bere e quello del sacramento dell'altare sono soltanto un pretesto per avviare la sua analisi logico-scientifica. Kant, pur condannando gli ubriachi, preferì curarsi con il rum anziché con le gocce prescritte dal medico e alla sua tavola non mancava mai una buona bottiglia. Hegel, nel Diario di viaggio sulle Alpi bernesi, ammette di averne gustato generose dosi (e quando è acidulo se ne lamenta).
Kierkegaard - siamo nel 1845 - ci ha lasciato un'opera dal titolo esplicito: In vino veritas, sorta di parodia del Simposio di Platone, dove il vino è una difesa della verità e la verità una difesa del vino. Nietzsche scrive invece il più profondo elogio dell'ebbrezza che la filosofia ricordi. Nella Nascita della tragedia il seguace di Dioniso si spinge sino ad accettare tutte le «bevande narcotiche». E questo anche se Zarathustra beveva acqua(!).
Heidegger dedicò una conferenza nel 1950 alla brocca, quindi non soltanto al contenuto ma anche al contenente. Il vino diventa metafora del mondo. E Wittgenstein, quasi astemio, rimane colpito dal miracolo di Cana, in cui il vino è simbolo dell'amore di Cristo per gli uomini (le pagine si leggono nei suoi Diari). La storia continua e ci si può divertire all'infinito. Ma la lezione ci sembra seria: senza il vino anche la filosofia perderebbe sapore.
Diventerebbe solo una materia accademicamente infiocchettata, mortalmente noiosa. Saper gustare un bicchiere significa anche pensare. Platone ci ha messi al corrente di questo particolare da quasi due millenni e mezzo.