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Paolo Massobrio, il cronista del gusto

01/11/2009
Paolo Massobrio, quarantotto anni, milanese di origini monferrine si occupa, da oltre vent’anni, come giornalista, di enogastronomia. Collabora ai quotidiani La Stampa, Il Tempo, Avvenire. È autore de Il Golosario, la guida alle cose buone d’Italia, giunta alla dodicesima edizione, ormai un punto di riferimento del turismo enogastronomico italiano. Da poco è in libreria con la sua ultima creazione: I Giorni del Vino. Nel settembre del 2006 il Presidente della Repubblica e la Regione Valle d’Aosta gli hanno conferito al Quirinale il premio Saint Vincent di giornalismo. In tv ha partecipato per due anni alla trasmissione Melaverde in onda la domenica su Rete 4, curando la rubrica sui vini. Nel 2004 alla rubrica “Gusto” del TG5, e dal 2005 a Linea Verde. Da aprile 2008 è autore e conduttore della trasmissione Pinzimonio in onda con cadenza settimanale sul canale satellitare Alice. Da settembre 2009 cura la rubrica radiofonica "Il posto a tavola" nell'ambito del programma Oggi 2000 di Radio Rai Uno la domenica mattina.

Tra le curiosità, è segretario e ideatore dei “Seminari internazionali sul vino da Messa”. Tra le sue battaglie più note, quella a favore delle denominazioni comunali, per affermare il valore identitario per una comunità dei prodotti della terra. E’ stato membro del Comitato Scientifico per la candidatura di Milano all’Expo 2015. Nel maggio 2009 è stato nominato dal Ministro Brambilla nel Comitato per la valorizzazione del turismo enogastronomico.

1. Paolo, quando nasce la tua passione per il vino?
Nasce dalla mia famiglia di origine contadina, nel Monferrato. Da mio padre innanzi tutto che, dopo aver speso una vita in banca, ha ripreso a coltivare la vite, e poi da tante situazioni felici, magari anche casuali, che ho voluto raccontare nel libro Il Tempo del Vino (Rizzoli ed.), che ho pubblicato tre anni fa.

2. Sei il fondatore del Club di Papillon, associazione nazionale che ha come obiettivo la riscoperta dell’originalità di una cultura popolare attraverso il gusto. Ci puoi spiegare la storia di questo movimento e le sue principali finalità?
Papillon ha origine nel 1991 dal mio periodico di sopravvivenza gastronomica. Sette anni fa è diventato un movimento nazionale ed ha come finalità quella di portare il gusto nella quotidianità, nelle famiglie. Sono nati così cinquanta gruppi, sparsi in tutta Italia che svolgono attività di ‘approfondimento’ del gusto, inteso come conoscenza ed educazione.

3. Ed in effetti, proprio affrontando questi concetti, pubblichi ogni anno Adesso, 365 giorni da vivere con gusto, come risparmiare tra le mura domestiche, parlacene.
La nostra passione è salvare il posto a tavola come elemento di civiltà. Tra generazioni si sono persi dei saperi. Con questo libro vogliamo riportare il gusto nelle case, raccontare che c'è un ordine secondo cui alimentarsi, ma anche un ordine per rendere accogliente la propria casa. Se vogliamo, questo libro per la famiglia, che ha la scansione di un'agenda, nasce anche per parlare della tradizione, nel senso di ciò che dal passato vale nella vita odierna.

4. Tra i numerosi libri da te pubblicati, vi è L’Ascolto dei Sapori, manuale che guida i lettori alla scoperta dei tanti prodotti tipici italiani. L’Italia è un paese con importanti tradizioni alimentari, come promuoverle al meglio?
Partendo da un punto di vista che è quello della stagionalità delle produzioni. I prodotti alimentari arrivano sulle nostre tavole secondo un ordine, segnato dal ciclo delle stagioni. Solo i prodotti di stagione hanno dentro i profumi ed il sapore dei territori dove crescono, e sono più salubri e gustosi. Così, i prodotti sono legati ai territori, e i territori hanno delle forti identità legate ai cibi. Per questo, in termini di promozione, per noi è importante parlare delle denominazioni comunali, che non sono marchi, non rappresentano tutele, sono semplici atti notarili o, meglio, delibere di un’amministrazione comunale che registra un dato di fatto: un prodotto, un piatto, un sapere, con i quali una Comunità si identifica.

5. A che punto credi sia arrivata l'Italia a livello enologico, in particolare le regioni del sud?
Molto avanti. Lo scorso anno la nostra regione di riferimento fu proprio la Puglia. Il sud ha sempre avuto la grande materia prima dei vini: la luce del sole, e non è un caso che siano stati scoperti proprio nel momento in cui i produttori abbiano investito maggiore attenzione alla qualità.

6. Hai fatto parte del Comitato Scientifico per la candidatura di Expo 2015, evento universale, avente come principale tema, il diritto ad una alimentazione sana, sicura e sufficiente per tutto il pianeta. Quale è il tuo pensiero in merito a questa manifestazione? Ritieni che sarà utile ai fini di una promozione dei prodotti italiani, per il vino italiano? Penso di si, anche perchè il tema dell'alimentazione sarà sviscerato in tutte le sue inclinazioni. L'Expo non è la Fao, nel senso che a tema non c'è solo la fame nel mondo, che rimane pur sempre un'emergenza; l'Expo è uno sguardo su tutto ciò che porta l'alimentazione, quindi anche il gusto, un tema che ho sviluppato nei miei due anni di lavoro nel Comitato Scientifico.

7. Nei primi giorni di novembre, si è svolta Golosaria, iniziativa di alto spessore culturale, capace di valorizzare le nostre identità. Puoi commentare il successo di questa nona edizione? Hai mai pensato di organizzare un’edizione di Golosaria in Salento, terra di cultura e gusto?
Per organizzare una manifestazione complessa come Golosaria ci vogliono le condizioni, non è facile. Ma non si può mai dire mai. Il successo di questa manifestazione è dato dallo stupore nel vedere tanta gente operosa alla ribalta, in molti casi sono dei giovani, che noi mettiamo su un piedistallo, per dire che bisogna uscire dalla pigrizia dei soliti nomi conosciuti e cercare le eccellenza anche nei posti più impensabili.

8. Da piemontese, con dichiarate preferenze sulla Barbera, cosa pensi del Primitivo di Manduria?
E' un vino che ho nel cuore. Io ho fatto il militare a Taranto e il Primitivo mi è stato compagno di quell' inverno. Considero il Primitivo uno dei vini più eleganti che ci siano in Italia. E' uno tra i miei 5 preferiti, e la cerchia è ristretta come vedi...

9. Quando definisci un vino un “grande vino” ?
Quando si fa bere. Quando dopo un sorso avresti voglia di finire la bottiglia, e ti immagini tanti modi per abbinarlo. Un vino "grande" è come un amore, è come fare all'amore: ti invita a un rapporto.

10. Si scrive e si parla sempre più di ‘autoctono’ – ‘territorio’ – ‘enoturismo’, come possiamo coniugare questi tre concetti senza cadere nella retorica ?
Se tutto questo non diventa ideologia. L'autoctono è una questione di intelligenza, nel senso che merita rispettare o anche solo andare a vedere il frutto dell'empirismo di secoli. Il territorio esiste quando in un vino i suoi segni non vengono uccisi da un'eccessiva tecnica che appiattisce tutto. L'enoturismo è una realtà che cresce del 6% ogni anno. Bisogna crederci.

11. Come consueto, chiudiamo con una frase, cos’è per Paolo Massobrio il vino? E' uno dei più tangibili segni dell'amicizia di Dio, che ha dentro di sé il valore della libertà e della misura.
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