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Ovidio di Sulmona

01/07/2009
La luminosa stella del poeta-simbolo del mondo galante e salottiero dell’età imperiale.

Un posto di rilievo nella letteratura latina di età imperiale occupa Publio Ovidio Nasone, poeta colto e raffinato, nonché uomo di mondo galante e salottiero; e nel mondo del vino e del simposio, non gli si può negare un ruolo altrettanto importante e significativo.

Nato a Sulmona nel 43 a. C. da una famiglia facoltosa, appartenente al ceto equestre, ben presto venne a Roma per seguire i corsi di grammatica e di retorica, tenuti dai migliori maestri del tempo: Marco Arellio Fusco e Marco Porcio Latrone. Il padre voleva fare di lui un insigne oratore, ma il piccolo Publio era naturalmente portato verso la poesia, come conferma, con piena consapevolezza di sé, in un passo autobiografico: “Ciò che tentavo di dire, era già poesia”. Completò gli studi ad Atene, come era abitudine dei giovani rampolli della buona società e, di ritorno, visitò le città dell’Asia Minore, l’Egitto e soggiornò un anno in Sicilia.

A Roma si avviò alla vita politica, ma con scarso successo, anche perché i suoi interessi erano orientati in direzione letteraria. Fece parte prima del circolo di Messalla Corvino, illustre personaggio politico del tempo, diciamo così “non allineato” con il regime augusteo, e poi di quello di Mecenate, dove ebbe modo di conoscere Orazio, Properzio, Tibullo e, per poco tempo, Virgilio. La frequentazione del circolo di Mecenate gli offrì la possibilità non solo di farsi conoscere come poeta colto e raffinato, ma anche come uomo brillante, amante della bella vita e degli agi, inserendosi nell’alta società romana ed intrat- tenendo rapporti privilegiati con uomini politici di primo piano, donne aristocratiche e con lo stesso imperatore Ottaviano Augusto. Cantò il vino, il simposio e l’amore in una produzione vastissima ed intrigante, che non finisce di sorprendere e di attirare la nostra attenzione di uomini del XXI secolo.

Ovidio si sposò tre volte; dalle prime due mogli divorziò presto, mentre con la terza, Fabia, stabilì un rapporto intenso e duraturo. La donna, infatti, gli rimase fedele per tutta la vita, nelle gioie e nei dolori, e di lei Ovidio lasciò un ricordo tenero e commosso. Le vicende coniugali, tuttavia, non gli impedirono di coltivare la vita mondana e salottiera, nonché la musa poetica, conquistando onori e successi.
Ma a sconvolgere la sua vita fu un fatto traumatico: la relegazione forzata nell’8 d.C. a Tomi, piccolo centro del Mar Nero, decisa dall’imperatore Augusto. La sua vita cambiò per sempre e lontano da Roma visse una stagione di affanni e di sofferenze, che lo portarono alla morte nel 18 d.C. , in una terra desolata e a lui totalmente estranea.
Quale o quali le cause? E’ Ovidio nei Tristia a fornirci una chiave di lettura: “Due crimini mi hanno perduto: un carme e un errore; del secondo mi tocca tacere la colpa“. Le interpretazioni del passo sono tante e contrastanti: per il riferimento al carme, si pensa alla redazione dell’Ars amatoria, considerata all’epoca un’opera licenziosa e contraria alla politica moralizzatrice di Augusto; quanto alla culpa, le ipotesi si intrecciano : forse il poeta avrebbe avuto una relazione con l’imperatrice Livia Drusilla, oppure avrebbe scoperto illeciti rapporti di Augusto a corte o curiosato sulle abitudini private della stessa Livia, oppure sostenuto Germanico contro Augusto…Un vero rompicapo, ancora oggi circondato dal più fitto mistero.

Publio Ovidio fu autore di una ricchissima produzione letteraria, cui in questa sede possiamo soltanto accennare: Le Metamorfosi, vasta opera in 15 libri, che resta il suo capolavoro, una sorta di affascinante “arazzo” in cui il poeta rifonde miti greci e latini dando fondo alla sua inesauribile vena inventiva e felicità narrativa e sfruttando, proprio come dice il titolo, il tema della ‘trasformazione’; i Fasti, gli Amores, l’Ars Amatoria, i Tristia.
Ai fini del nostro percorso enopoetico, sono soprattutto gli Amores e l’Ars amatoria le due opere che maggiormente ci consentono di cogliere la forza di attrazione di temi come il simposio, il vino e l’amore e di avvicinarci ad un ineguagliabile maestro di bon ton, di eleganza, di galanteria e di arte dell’amore. Sicché molti personaggi del nostro tempo, che si atteggiano a maestri di look, di fashion e di erotiche virtù, farebbero bene a rileggersi le pagine ovidiane per confrontarsi con un vero maestro.
Gli Amores, opera in tre libri composta verso l’1 a.C., già dal titolo ci indicano il carattere e la direzione di marcia: Ovidio non intende parlarci dell’amore, quello che si prova per una sola donna, ma “degli” amori, della interminabile caccia e conquista delle donne. E lo fa in maniera spensierata, leggera ed ironica, sviluppando i motivi più tipici dell’elegia romana. Il poeta innamorato ci presenta come al solito una relazione furtiva; esprime desiderio e gelosia, celebra il fascino della sua donna e racconta i suoi tradimenti; rievoca la bellezza di un pomeriggio d’amore, smania per l’insonnia, supplica mariti e guardiani severi; impreca davanti ad una porta chiusa, maledice ruffiane che lo screditano agli occhi della sua donna, si lamenta per la separazione e così via…

Ma, a differenza di Tibullo e di Properzio, la passione d’amore assume in Ovidio una dimensione meno ‘alta’ e un tono più leggero e scanzonato; al poeta-innamorato, insomma, si sostituisce la figura del poeta che scherza con il tema dell’amore. Con quel filo di ironia che caratterizza l’intera opera, scherza sulle vicende felici e su quelle sfortunate, ma anche su quelle irritanti e vergognose.

In un passo memorabile (Amor. I, 4, 15) il poeta ci descrive una scena di simposio, luogo eletto per la messa in opera della strategia amorosa, in cui invita la donna, diciamo così “del cuore”, a trascurare il compagno/marito e a corrispondere ai suoi segnali d’amore:
“Quando egli prenderà posto sul triclinio e anche tu, con viso pieno di modestia, andrai a prender posto al suo fianco, premi di nascosto il mio piede; guardami, fa’ attenzione ai cenni del mio capo e alle espressioni del mio volto : sappi cogliere i miei segnali furtivi e ricambiali. Senza aprire bocca ti parlerò con le sopracciglia; potrai leggere parole scritte con le dita, parole disegnate con il vino. Quando ti tornerà in mente il piacere lascivo del nostro amore, tocca con il pollice delicato le tue gote accese; se avrai motivo di lamentarti silenziosamente di me, la tua mano rimanga mollemente sospesa all’estremità dell’orecchio; quando invece le cose che farò o dirò ti piaceranno, o luce dei miei occhi, gira e rigira l’anello fra le dita; quando augurerai a quell’uomo i molti malanni che si merita, tocca la tavola con le mani, nel modo in cui toccano l’altare i supplici. Il vino che egli mescerà per te, dammi retta, fallo bere a lui; chiedi tu stessa a bassa voce allo schiavo il vino che vorrai; il boccale che tu gli avrai restituito sarò io il primo a prenderlo e berrò da quella parte dalla quale avrai bevuto tu…
Non allacciare la tua coscia con la sua, non accostarti con la gamba e non intrecciare il tuo piede delicato con il suo brutto e rozzo. Non farlo. Esorta quell’uomo a bere continuamente e mentre beve, senza che se ne accorga, se ti riesce, aggiungi vino puro. Se giacerà sdraiato, pieno di vino e di sonno, il luogo e la circostanza ci consiglieranno cosa fare…"
(trad. L Luisi).