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Ovidio di Sulmona (2a parte)

01/11/2009
Vino, simposio e galanteria, passaporti per l'amore.

Se in questo passo degli Amores il poeta invita la donna a tradire il suo uomo e a corrispondere ai suoi desideri, in un altro della stessa raccolta (vale a dire II, 5, 15) ci troviamo di fronte ad una situazione che, pur ripetendo lo stesso cliché, appare rovesciata : infatti, questa volta, come spesso accade in Ovidio, non è il poeta a tradire, ma piuttosto è lui ad essere tradito dalla sua Corinna.
Il poeta si accorge che durante il simposio tra la sua donna e un altro uomo si intreccia un inequivocabile rapporto: “Io stesso ho visto, ahimè, restando sobrio con il puro vino dinanzi, le tue perfidie, mentre tu mi credevi in preda al sonno. Io vi ho visto parlare fittamente con l’accennare delle sopracciglia; erano quasi parole i vostri cenni. E gli occhi tuoi non tacquero e la mensa fu segnata di lettere, né senza dir parole stettero le dita. Io riconobbi quell’eloquio, che altro dice da quel che sembra, e le parole che espri- mono certe cose convenute. Già gli altri commensali erano partiti abbandonando la mensa, e c’erano due giovani ormai immersi nel sonno. Allora, sì, vi ho visti congiun- gervi in baci immondi, vi ho visti (e manifesto mi era che la lingua tra lor li mescolava) : non quali una sorella ad un severo fratello dà, ma quali ad un bramoso amante suo dà una lasciva amica…” (trad. G. Vitali).
L’Ars amatoria è un ‘opera in tre libri, considerata da Concetto Marchesi “il capolavoro della poesia erotica latina” in cui Ovidio si fa praeceptor amoris, maestro cioè dell’amore, un ruolo comunque svolto da tutti i poeti elegiaci, ma che con il poeta sulmonese trova la sua esaltazione, grazie anche alla raffinata cultura dell’autore, alla consumata esperienza e ad una sapiente mescolanza di generi letterari (elegia, epica didascalica, precettistica tecnica).
I primi due libri sono dedicati agli uomini e trattano, rispettivamente, la conquista delle donne e le tecniche di seduzione, e il mantenimento dell’amore; il terzo, invece, si propone di dare nella medesima direzione preziosi consigli alle donne. Ma, al di sopra di tutto, l’opera rappresenta vivacemente il quadro sociale contemporaneo ed è indubbio che essa contrasti con la politica augustea, tendente al rilancio dei valori della famiglia e della casa, nonché dei mores maiorum, considerati come il presidio più saldo della pubblica e privata moralità.
Nel suggerire quelli che sono i luoghi eletti della “caccia”, Ovidio non può fare a meno di indicare i luoghi pubblici, quelli insomma più affollati, dove è più facile incontrare le prede: i teatri, i bagni, il circo, le piazze, i simposi. E’ qui, suggerisce il poeta, che si aggira sia la donna giovane sia quella più matura e “fatta esperta” dalla vita ed è più facile trovare il contatto con l’amata e l’occasione per proteggerla dai gesti dissoluti dei vicini.
Affiora in tutta l’opera una Roma frivola, disincantata ed amorale nei suoi costumi che presta il fianco allo scambio intrigante dei doni d’amore. E tra le feste e i banchetti della città imperiale si propaga il profumo del nettare di Bacco. Il vino, che prepara i cuori alla passione, non manchi mai sulle tavole imbandite. Così infatti si esprime il poeta riecheggiando in diversi punti l’amabile Orazio (Ars amat. I, 237-52): “Il vino dispone l’animo all’amore e lo rende pronto alla passione: l’inquietudine fugge e si dissolve con il vino abbondante. Allora nasce il riso e anche un poveruomo diventa audace; allora se ne vanno dolori e affanni e rughe dalla fronte, e la sincerità, nel nostro tempo così rara, rende aperti i cuori , poiché il dio Bacco bandisce ogni artificio. Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani e Venere, con il vino, è fuoco aggiunto al fuoco. Ma tu non credere troppo all’ingannevole lucerna; la notte e il vino non sono adatti a giudicare la bellezza. Con la luce del giorno e a cielo aperto Paride osservò le dee, quando a Venere disse: “E l’una e l’altra, o Venere, tu vinci”. Di notte non si vedono i difetti e si perdona ogni manchevolezza: qualunque donna rende bella quell’ora. Per le gemme e la lana tinta nella porpora chiedi consiglio al giorno; fa’ parimenti per giudicare il viso o il corpo di una donna.”
I temi del vino e dell’amore, tanto cari all’elegia precedente che li aveva cantati come mezzi per favorire l’amore o per farlo dimenticare o medicarne le ferite, sono visti da Ovidio in una prospettiva nuova e diversa, che esalta la strategia della seduzione e della conquista.
Tale strategia si fonda non sulla sincerità, che potrebbe essere favorita dall’abbondante uso del vino, ma piuttosto sulla simulazione e sulla finzione, in quanto il seduttore, considerato da Ovidio diretto discipulus, deve saper fingere con arte consumata. “Tu devi fare la parte dell’innamorato e simulare nelle tue parole le ferite d’amore”. Come ha annotato Aldo Luisi, si tratta di un vero e proprio “gioco delle parti”, in virtù del quale è giusto “ingannare chi inganna”.
In questa ottica che bandisce la sincerità e la purezza di cuore, anche l’ebbrezza deve essere controllata e tenuta sotto il dominio della ragione, tant’è vero che il nostro poeta, nel dare le norme di comportamento durante il banchetto, così si esprime (Ars amat. I, 597: “L’ebbrezza, se è vera, nuoce, ma risulta utile se è simulata”. E non manca di suggerire le modalità dell’ebbrezza simulata per giustificare delle ‘avances’ troppo sfacciate : “Fa’ che la lingua finga di incepparsi con suoni balbettanti, in modo che qualunque cosa tu dica o faccia con troppa sfrontatezza sia attribuita a quell’unica causa, il troppo vino”.
Insomma, Ovidio non solo non accetta la sostanza dell’antico detto “in vino veritas” ma al contrario la capovolge collegandola ai nuovi parametri etici e letterari, che sono alla base della sua più fortunata opera.
L’ebbrezza va tenuta a bada affinché, come egli dice (Ars amat. I, 589) : “la mente e le gambe svolgano bene il loro ufficio”.
Insomma, il seduttore, l’amator, non può consentirsi facili cedimenti o peggio ancora smarrimenti, deve sapersi destreggiare con le parole e i gesti, essere un abile timoniere che, senza mai perdere il senso della rotta, deve saper affrontare con sicurezza la navigazione e le eventuali procelle e dirigere la nave in porto sicuro…
Che Ovidio non abbia un’alta considerazione del genere femminile, specie di un certo genere, è fuor di dubbio, come è pure confermato da altri passi (ce n’è uno, in cui afferma : “se volessi l’arti maligne delle male femmine narrarti ad una da una, non potrei con dieci bocche e dieci lingue insieme”), ma bisogna anche aggiungere che la Roma del suo tempo non è più quella dell’età arcaica, in cui la donna era virtuosa, fedele, attaccata alla casa, rispettosa degli antichi valori e delle tradizioni. Roma stava cambiando profondamente e la donna si stava conquistando spazi di libertà e di autonomia. Ma qui il discorso prenderebbe un’altra piega…
Una cosa è certa: Ovidio ci ha lasciato un’opera impareggiabile che, oltre ad essere un documento prezioso di vita, lo è anche di letteratura, e di una letteratura di alto livello, colta, elegante, raffinata.