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Orazio di Venosa (1a parte)

01/03/2008
Il maggior cantore del vino di tutta la Latinità

A Quinto Orazio Flacco, il più illustre poeta dopo Virgilio dell’età augustea, spetta senz’altro la palma di maggiore cantore del vino di tutta la Latinità.
Nacque a Venosa nell’Apulia nel 65 a.C. da padre liberto, un esattore delle aste pubbliche, che volle  che  il figlio frequentasse a Roma i migliori maestri del tempo, alla pari dei rampolli dell’alta società. Orazio è infatti fra i pochi letterati dell’età di Cesare e di Augusto di modeste condizioni sociali, salito ai vertici grazie alle virtù del proprio ingegno. Sui vent’anni frequentò il circolo epicureo di Sirone e Filodemo in Campania, insieme con Virgilio, poi si recò ad Atene a perfezionare gli studi filosofici, come era costume dei giovani di nobile famiglia. Mentre era ad Atene scoppiò la guerra civile fra Bruto e Cassio e i triumviri, ed egli si arruolò nell’esercito dei cesaricidi come tribunus militum. Non sappiamo bene le ragioni di tale scelta, ma forse egli seguì la tendenza più diffusa fra i giovani intellettuali seguaci delle scuole di filosofia, che vedevano nell’idealista  Bruto il difensore della libertà contro la tirannide.
Dopo la battaglia di Filippi del 42 a.C. Orazio poté tornare in Italia grazie all’amnistia dell’anno seguente e dovette adattarsi a fare lo scrivano (scriba quaestorius) per vivere, in quanto tra l’altro gli erano stati confiscati i beni paterni. La prima produzione letteraria attirò su di sé l’attenzione di Mecenate, al quale fu presentato dagli amici Virgilio e Vario, nel 38 a.C. 
Dopo un breve periodo di prova fu accolto nel circolo di Mecenate e qui con Virgilio divenne fra i suoi  maggiori animatori dando un notevole contributo alla “politica culturale” propugnata a favore del regime augusteo. Ben presto Orazio divenne amico e confidente di Mecenate che gli fece dono di una villa in Sabina, che fu per lui un rifugio dalle noie e dalle brighe della vita cittadina. Con Mecenate Orazio ebbe rapporti di sincera amicizia, nonostante il dislivello della posizione sociale e seppe mantenere il giusto equilibrio tra l’ossequio e l’indipendenza. Col passare degli anni crescono in Orazio il desiderio dell’isolamento e della meditazione interiore, il fastidio dei doveri, delle convenzioni sociali e della vita della metropoli, desiderando chiudere i suoi giorni o a Tivoli o a Taranto. Morì nell’8 a. C., due mesi dopo la morte di Mecenate.

Vasta e di grande spessore è la produzione letteraria di Orazio, che comprende gli Epodi, le Satire, le Odi, le Epistole, il Carme Secolare.
Senza entrare nel merito di tutta la produzione (che meriterebbe altro spazio e altro tempo), valga almeno sottolineare che la fama di Orazio è legata essenzialmente alle Satire e alle Odi, due raccolte che consegnano ai posteri l’immagine di un poeta colto, raffinato, amante del bello e del nobile, capace di anteporre (nonostante tutto) i tesori dello spirito a quelli materiali, di interpretare i fatti della vita con aristocratico distacco e di lasciarci un messaggio indelebile di equilibrio e di saggezza (quella che i Greci chiamavano metriòtes).

Ciò che inoltre rende accattivante la lettura di Orazio a distanza di tanti secoli, oltre ai motivi ideologici, filosofici, culturali, letterari, è la sfera autobiografica, che trova nei suoi versi un adeguato risalto e  ci permette di confrontarci (novità, questa, assai rilevante nell’ambito della letteratura latina) con un letterato, che racconta serenamente di sé e della sua vita, delle sue virtù e i suoi difetti, degli ideali e le quotidiane miserie, le tensioni e le debolezze. Insomma, un interlocutore amabile e colto, pronto al dialogo  sia su temi impegnativi, come il confronto tra il temporale e l’eterno, l’amore e l’amicizia, il valore e il significato della poesia, il senso della storia, sia su temi più comuni, come i fastidi della vita cittadina, le noie degli immancabili rompiscatole, i disagi dei viaggi, i piaceri della buona tavola e del sesso, il godimento di una conversazione amena, di un bel paesaggio o del focolare domestico…
Ma, a proposito di vino (e di tutto ciò che ruota intorno), è soprattutto nelle Odi, che Orazio affronta più diffusamente  l’argomento in termini di qualità e di quantità, nonché di coinvolgimento culturale ed emotivo.
La produzione di carattere enoico è molto vasta, a conferma di un reale interesse dell’autore per il mondo del vino, il suo significato e le sue implicazioni, al punto che escludere dal nostro orizzonte tale tema significherebbe oscurare alcune delle sue più feconde intuizioni intellettuali ed umane.
Orazio, dopo aver composto gli Epodi e le Satire, attese  in tempi diversi alla stesura dei Carmina (vale a dire le Odi): un’opera che fonde temi di carattere lirico e ‘civile’ in senso lato. I modelli a cui il poeta venosino si ispira sono essenzialmente Alceo e Pindaro: il primo, che seppe unire amore e passione politica; il secondo, che poetò riconoscendo alla poesia un ruolo profetico, ‘sublime’, di vero e proprio vaticinio.

Orazio era convinto di aver innalzato con le Odi un monumento “più duraturo del bronzo”, ma non riscosse quel consenso che egli si aspettava e dovranno passare molti secoli prima che la sua poesia venga riconosciuta e apprezzata.
Nell’ode a Leucònoe incontriamo, accanto al tema consolatorio del vino, uno dei cardini del pensiero oraziano, il noto carpe diem, con cui il poeta invita l’uomo a “cogliere l’attimo fuggente”, a godere cioè della libertà e pienezza del momento di fronte all’ineluttabile trascorrere del tempo:
“Tu, o Leucònoe, non devi chiedere quale termine gli dèi abbiano assegnato alla mia e alla tua vita. Non è lecito saperlo. Non consultare perciò la càbala babilonese. Quanto è meglio accettare in pace qualunque cosa accadrà, sia che Giove ci abbia assegnato molti inverni o sia questo l’ultimo che sfianca il mar Tirreno contro le opposte scogliere. Sii saggia, filtra i vini e non dare spazio ad una lunga speranza. Mentre parliamo il tempo invidioso sarà già passato: cogli l’attimo fuggente, senza riporre alcuna fiducia nel domani.”
Il vino è per Orazio un ottimo mezzo per scacciare la tristezza  e i rigori dell’inverno se in un’altra ode molto famosa così recita: “Guarda come il monte Soratte si erge bianco per l’alta neve e le selve affaticate non ne reggono più il peso, e i fiumi si sono bloccati per il gelo pungente! Sciogli il freddo, o Taliarco, aggiungendo abbondante legna sul fuoco, e mesci prodigo il vino di quattro anni dall’anfora sabina a due manici. Lascia il resto agli dèi…” (U.Bellocchi).