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Marcello Masi, Eat Parade: bere bene e mangiar sano

01/03/2011
In una frase, il gusto in Tv.

Incontriamo Marcello Masi nel suo ruolo di curatore della rubrica (una delle tante da lui realizzate) “Eat Parade”, che riguarda il mondo dell’enogastronomia, creando uno spazio interessante e molto seguito, in onda su RAI2, all’interno del TG2. Questo appuntamento televisivo è riuscito a far conoscere i nostri «tesori» e nello stesso tempo valorizzarli dando giusti consigli per degustare il meglio della nostra terra abbinandolo agli ottimi vini del territorio.
Poco più che cinquantenne, romano, si laurea alla Sapienza con una tesi in storia contemporanea. Oggi, Marcello Masi è vicedirettore del TG2. Inizia la sua carriera in Rai nel 1989 come giornalista economico al GR della Mezzanotte. In questi anni con le sue rubriche di enogastronomia, turismo ed ambiente pone particolare attenzione alla promozione delle eccellenze italiane. È stato insignito tra gli altri, del Premio speciale per la promozione della cultura materiale, Targa d’Oro 2009, dell’Oscar del vino 2010 come miglior giornalista e scrittore da parte dell’Ais. Miglior sommelier comunicatore del mondo per il cibo e del vino da parte della Wsa.
Ed ancora, Masi è sommelier master dell’Ais, sommelier onorario della Fisar, e socio onorario della prestigiosa ASA - Associazione Stampa Agroalimentare Italiana.

Com’è nata e perché “Eat Parade”, la prima rubrica di enogastronomia in televisione?
È nata undici anni fa da una felice intuizione dell’allora direttore del Tg2 Clemente Mimun. In pratica con quella scelta si sdoganò nei tg nazionali il tema dell’enogastronomia che seppur importantissimo fino ad allora in tv era relegato in una sorta di limbo.

Qual’è la struttura della trasmissione? Sicuramente, dietro al successo del format, c’è un lavoro di squadra. Quanti siete?
Premetto che sto sorridendo. Siamo davvero pochi. In teoria quattro giornalisti e un montatore, in pratica solo una collega si dedica esclusivamente ad “Eat Parade”. Io mi divido tra le edizioni del telegiornale ed altra due rubriche Dossier e Storie. Bruno Gambacorta è a mezzo servizio con la redazione scienze e Lucia Buffo è al desk. Ma questo non significa che “Eat Parade” è un prodotto casuale. Spendiamo moltissime energie per avere in ogni puntata tanta qualità. Siamo una squadra davvero unita ed entusiasta del lavoro che fa. È il nostro valore aggiunto e di questo sono molto orgoglioso.

Oggi esistono decine di programmi tv dedicati al mondo dell’enogastronomia. Perché l’argomento “food e beverage” ha così successo in televisione?
Nel 1994 andai a Tokyo per lavoro, mi colpì moltissimo vedere nella tv pubblica in prima serata un programma dedicato al cibo. Una specie di prova del cuoco all’orientale. Da allora i programmi dedicati all’enogastronomia si sono moltiplicati come funghi in tutti i palinsesti delle Tv pubbliche e private di ogni continente. Il perché non mi sembra oscuro. Il cibo, quello buono soprattutto, parla un linguaggio universale e interclassista. Tutti possono dire la loro e apprezzare le novità. Passiamo a tavola nel corso della nostra vita tante di quelle ore che mangiare bene è una priorità assoluta. In aggiunta a questo negli ultimi anni la ricerca scientifica ci ripete in continuazione che mangiare e bere giusto è sinonimo di vita più lunga e con meno malattie. A tutto questo aggiungo che fare un programma con protagonista principale una cucina e qualche pentola è di gran lunga meno oneroso di tante altre scelte editoriali. Io penso che tutti sono liberi di spettacolarizzare questi temi come vogliono, ma sono ugualmente convinto che tante trasmissioni fotocopie alla lunga avranno l’effetto sui telespettatori di un minestrone indigesto. Non a caso “Eat Parade” da anni punta sul prodotto più che sulla ricetta, sull’eco sostenibilità, più che sul facile intrattenimento. Scelte consapevoli fatte con un preciso obiettivo: dare ai cittadini strumenti e conoscenze per comprendere meglio il mondo che li circonda. È sicuramente una strada lunga e faticosa, ma sicuramente più utile.

Gli italiani, in generale, “mangiano sano”?
Bisogna dividere gli italiani che vivono in provincia da quelli di città. I primi mangiano sicuramente meglio e possono attingere a prodotti più gustosi, genuini e a prezzi ragionevoli. In città è più difficile e costoso mangiare giusto. Le grandi catene di supermercati e di distribuzione decidono di fatto cosa entra nei nostri piatti e questo non fa bene e non mi sta bene.

La tracciabilità degli alimenti, il concetto di “biologico”e di “Km zero” sono ritenuti da buona parte dei consumatori dei valori imprescindibili, ma la cronaca smentisce: dopo i formaggi a colori, il falso vino Doc, l’ultimo caso, la «diossina tedesca». La situazione è davvero pericolosa per la salute dei consumatori e per la credibilità di un intero sistema di controlli che avrebbe dovuto fare scuola in Europa. Qual è la sua opinione e quali ritiene siano i possibili ‘rimedi’?
La contraffazione e le truffe alimentari aumentano con la complessità del mercato. In un mercato globale in tanti purtroppo cercano di arricchirsi prendendo scorciatoie pericolose. Questo è inaccettabile. Dunque ben vengano tutti i modi per tutelare al meglio il consumatore. La rintracciabilità è uno dei mezzi più efficaci, ma non è risolutivo. Io credo molto nella forza dell’opinione pubblica. Se tutti riusciremo ad essere coscienti dei rischi e capaci di reclamare a gran voce i nostri diritti sarà più difficile per i criminali di ogni latitudine perpetrare i loro ignobili traffici. Naturalmente è e resta indispensabile la vigilanza dello Stato e il rafforzamento di ogni misura di controllo e repressione delle attività illecite. Ma rispetto alla formazione dell’opinione pubblica il ruolo dell’informazione è più che mai centrale.

La comunicazione del wine and food si è uniformata, spesso racconta più il folklore che la storicità la fatica e il sacrificio che c’è dietro il prodotto di qualità. E’ così difficile comunicare il cibo ed i il vino in modo particolare senza cadere in luoghi comuni?
Per quanto ci riguarda no. “Eat Parade” cerca di fare questo da sempre. Non mi piace il folklore fine a se stesso. Dietro ogni maschera c’è la storia di un uomo e di un territorio. Noi raccontiamo soprattutto quelli. A me interessa la qualità delle nostre eccellenze che sono da sempre figlie del lavoro, del sudore, della tradizione del territorio e della creatività..

La Puglia è terra ricchissima di tradizioni e materie prime, e questo la rende importante. Cosa pensi dell’enogastronomia pugliese? Hai un piatto preferito tra i tanti della cucina pugliese?
Penso da sempre un gran bene della Puglia. Ci vengo spesso e adoro mangiare praticamente ogni cosa commestibile prodotta da voi. Adoro il vostro mare, le vostre colline, gli odori e i sapori di una terra ospitale e capace di reinventarsi mantenendo sempre salde le radici...

Uno sguardo al mondo vitivinicolo. l’Italia è un esempio quasi unico a livello mondiale, per molteplicità d’offerta di tipologie di vini, di terroir, di vitigni autoctoni, di colori. Tutto ciò è davvero un vantaggio o per il settore questo può rappresentare una debolezza?
Nessuna debolezza solo vantaggi. Il valore aggiunto dell’Italia in questo importante settore è poter contare proprio su centinaia di vitigni autoctoni. Ogni vitigno rappresenta una unicità solo in parte esplorata e valorizzata. Io credo che nel prossimo futuro questo sarà l’elemento decisivo per imporci definitivamente sulla vetta del mercato internazionale. Un mercato sempre più attento e preparato e che vuole fare esperienze emozionali uniche. Solo l’Italia è in grado di accontentare tutti. Dobbiamo però insistere sulla qualità assoluta e migliorare nella capacità di fare sistema.

Qual è il tuo rapporto personale con il vino?
Adoro il vino, un buon bicchiere mi mette di buon umore, ma visto che sono un falso magro (magari fosse) sono costretto a berlo con una certa moderazione. Quando sono un po’ triste mi capita spesso di scorrere e accarezzare le etichette della mia cantina e subito mi passa. Dunque posso affermare con certezza: il vino fa bene.

ALCEO Salentino è ‘figlio’ della terra del Primitivo di Manduria, un vino doc con una storia consolidata, ma ‘giovane’ dal punto di vista dell’ingresso nel mercato. Questo vino, lo hai incontrato? Che sensazioni ti ha lasciato?
Grazie alla continua ricerca della qualità il Primitivo di Manduria è ormai in grado di competere con i grandi vini italiani. Quando ci si affida alla ricchezza del territorio e non alle facili lusinghe dei vitigni internazionali i risultati non tardano a venire. I produttori pugliesi che hanno puntato sul Primitivo di Manduria, autoctono per eccellenza, hanno vinto la scommessa. Come resistere al suo naso speziato, ai richiami di frutti di bosco e foglie di tabacco e non desiderare di gustarlo con un piatto di orecchiette al ragù di carni allevate sulle Murge condite con una generosa nevicata di cacio ricotta affumicata. Insuperabile poi l’abbinamento reale con il formaggio podolico stagionato della Daunia . Insomma un grande vino che sa emozionare e riscaldare come pochi altri e che sta scalando velocemente la mia personale classifica di gradimento.

A termine, la consueta domanda che chiude l’incontro di questa rubrica. Cos’è il vino per Marcello Masi?
Il vino è per me uno dei grandi simboli dell’Italia. Un valore assoluto che coniuga tutti i nostri pregi: territorio inimitabile, lavoro, fantasia, tradizione e tecnologia. Nei vitigni si trasforma un prodotto della terra in un’ emozione. Il vino è gioia, amicizia, ma anche economia, creatività, bellezza e piacere. I nostri vini dalle Alpi alla Sicilia sono un vanto mondiale, sono storia. Per me il vino, in una parola sola, è Cultura.
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