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Nella patria di «Papa» Galeazzo...

01/07/2008
Un giro a Lucugnano, nelle murge salentine.

È borgo di poche anime tra il mare Adriatico e le ultime propaggini delle Murge salentine: frazione di Tricase, è nota alla cultura ufficiale ed a quella popolare salentina. «Lucugnano è la patria del poeta Girolamo Comi», affermerebbero esponenti della prima, ricordando l’«Accademia salentina» da lui fondata e la rivista «L’Albero» e i prestigiosi apporti ad Accademia e rivista di letterati come Oreste Macrì e Maria Corti e Mario Marti…
«È la terra di “papa” Galeazzo», diranno gli altri, forse i più, collegando Lucugnano e la sua arcipretura a quest’uomo avvolto nella leggenda, i cui aneddoti – qui li chiamano «culacchi (di storia)» – al pari delle salaci battute a lui attribuite vengono citati, perché condensati di saggezza ed ironia popolare, quella alla quale ancora ci si richiama per risolvere i problemi, che la vita quotidiana offre.
«È la maschera più espressivamente emotiva dell’umorismo salentino – avvertì anni addietro il compianto Michele Paone -, il più bizzoso ed estroso prodotto di un humor faceto brioso e scoppiettante come il fuoco che crepita nel camino vecchio e nero e allunga lingue che s’inseguono senza mai raggiungersi…». E c’è chi lo ha visto come il corrispondente salentino, di ciò che a Firenze fu il pievano Arlotto, le cui facezie, motti e burle rappresentano l’«arguzia del nostro vecchio spirito toscano – si scrisse in riva all’Arno in una memorabile edizione di quelle gesta – e la sua impareggiabile vivacità».
Innanzi tutto, oltre alla tonaca, entrambi i nostri presbiteri son vissuti per davvero: del pievano, l’esistenza, non fu mai messa in dubbio, del nostro don - «papa», come usa chiamarli il popolo, mantenendo vivo un grecismo – Galeazzo, invece, solo di recente c’è chi ha dato conferma della reale vita, identificandolo con quel «Galeazzo De Palma di Loconiano», presbitero, che interviene in alcuni atti notarili di fine Cinquecento, dai quali nulla si ricava però circa la sua presunta cura d’anime, con l’attività dal pulpito lasciata agli anedotti, alcuni dei quali, evidentemente, sono frutto di aggiunte operate dal popolo in epoche diverse, secondo un sistema di stratificazione della memoria.
E dunque ci sta bene, un sacerdote, in una rivista enoica, non fosse altro per il vino che serve al sacrificio della messa.
A leggere le facezie di «papa Galeazzo», invece, mai il vino di cui si parla è quello della consacrazione eucaristica: mai un calice elevato con relativa formula di preghiera. Il vino, innanzi tutto, è quello del Salento, ed è quello prodotto in modo genuino. «In Lucugnano allora, come oggi, si fabbricavano bellissimi vasi d’argilla, per la conservazione del vino, chiamati volgarmente vozze», si legge in un aneddoto, nel quale il nostro paladino si reca dal proprio vescovo, per chiedere l’elemosina di qualche misura d’olio per la lampada del Santissimo e si trova a spillargli una cisterna addirittura a causa di un provvidenziale equivoco circa le unità di misura…
E quando “Sua eccellenza” cerca di rendere pan per focaccia a Galeazzo, sapendo «che il parroco di Lucugnano era ben fornito di un certo vino assai prelibato, prodotto in una tal vigna della parrocchia, sita alla spalle della marina di Tricase», ecco cosa accade. Il vescovo chiese al suo sacerdote del vino e poteva, il nostro, rifiutarglielo? Però successe che il presule inviò a Lucugnano non una bottiglia, né un otre, ma «una serie di recipienti che, da una bottiglia da litro terminava ad un botticino della capienza di oltre 50 litri e – si narra -, uno per volta a brevi distanze, cominciando dalla bottiglia, (il vescovo) li spedì da Papa Galeazzo, il quale per quanto avesse imbeccato la fava, glieli ritornò pieno di vino». Tutti? Tutti, meno uno. Perché giunta la botte, accadde un fatto inusuale.
Papa Galeazzo, «fatto condurre il barilotto in cima ad una scala, ve lo lasciò rotolare giù, pei gradini, comandando al messo di monsignore di ricondurlo così com’era al superiore». Ed al servitore incredulo, il nostro arciprete disse di riferire a monsignore la «voce» del botticino. Già, ma cosa aveva detto mai quel recipiente? Il servitore disse a Monsignore tornando in curia: «Io, nulla intesi che dicesse (il barilotto), solo, mentre rotolava già pei gradini si sentiva, com’è naturale, il rumore soltanto che faceva trop – trop – trop – trop».
Il vescovo, evidentemente, comprese al volo e del resto ancor oggi nelle nostre contrade si usa dire, a proposito di abusi: «Lu troppu è troppu, tissi la votti di papa Cagliazzu!». Quelle scale e quel barilotto son rimaste certamente più note di analoghe scale ed altrettante botti, consegnate alla memoria collettiva dal pievano Arlotto.
Questi - dicendo semplicemente: «Non ricordo se ho chiuso il rubinetti della botte» - le fece percorrere a rotta di collo al padrone di casa che lo aveva mandato in cantina. Ma volete paragonare quella corsa con il «barilotto parlante» del presbitero salentino? Due pianeti diversi, con quello salentino, che vince non solo in sagacia, ma anche in umanità.
Il «trop – trop» di quella botte, forse che non richiama criteri di giustizia? Ed il vino è davvero discrimine di Temi: «papa Galeazzo», infatti, non indugiò un momento per condannare - anche in nome dei criteri dell’ospitalità salentina – un oste ed assolvere un’adultera.
Il primo, infatti, fu reo di aver «apprestato a cena quelle polpette di cavallo e quel vino acitolato», mentre per l’altra, ecco cosa accadde. «Venuta a morire una povera giovane, la quale in vita era in peccato di adulterio –narra uno degli aneddoti -, s’ebbe dall’Arciprete pietosa assistenza e tutti i confronti religiosi.
L’avvenimento suscitò in paese il pettegolezzo e per ogni dove fu un gran parlare. Alla sera, come l’Arciprete fu in casa del Barone, tutti si dettero a vituperare l’accaduto, commentando l’atto del Parroco, che aveva prestato i Sacramenti alla donna adultera. “Ehi! Ehi!, si pose a gridare papa Galeazzo, si può essere meglio disposti ad assolvere i peccati di adulterio umano, anziché il peccato degli osti quando adulterano il vino!”». «Dilige et quod vis fac», «Ama e fa' ciò che vuoi», avrebbe commentato Sant’Agostino. «…ma non adulterare il vino», avrebbe aggiunto il nostro. Papa Galeazzo insegna.