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MARIA CORTI A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA CON LA TERRA DI PUGLIA SEMPRE NEL CUORE

02/04/2013
Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Maria Corti (1915-2012), illustre filologa, scrittrice e docente di letteratura italiana, e la sua assenza si fa sentire, specie nell’àmbito delle patrie lettere.
Aveva insegnato a Lecce e per il resto della vita a Pavia, dove aveva creato una vera e propria scuola di filologia italiana, nota come “scuola di Pavia”, insieme con i colleghi Cesare Segre, Dante Isella, Silvio D’Arco Avalle.
A lei si deve anche la creazione di quel Fondo manoscritti degli scrittori e poeti contemporanei, che resta un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia ap-
profondire le opere di autori contemporanei e studiarne l’interna struttura. Per questo
‘fondo’ aveva fatto non pochi sacrifici, vincendo le resistenze degli apparati accademici e burocratici e riuscendo a convincere gli autori a consegnare alla Università di Pavia i propri manoscritti. Da Bilenchi a Fenoglio, da Saba a Montale, da Moravia a Bertolucci, da Levi a Calvino, quasi tutti i più importanti scrittori e poeti italiani avevano risposto all’invito di Maria Corti, indotti dalla sua autorità culturale e morale.
La sua attività critica si è dispiegata in vari campi, dallo studio del medievo e dell’età contemporanea (in particolare, il dolce stil novo, Dante, Cavalcanti, Bonvesin de la Riva, Fenoglio) a questioni di metodo critico e di critica letteraria (fondamentale è il saggio, in uno con Cesare Segre, I metodi attuali della critica in Italia, ERI, Torino 1980).
Iniziò l’attività accademica nel 1962 proprio nella città di Lecce, incoraggiata da Gianfranco Contini, forse il più grande filologo del Novecento, e benché avesse potuto ricoprire la cattedra di letteratura italiana in altre più prestigiose sedi (il famoso ispanista Carmelo Samonà l’avrebbe voluta al Magistero di Roma), accettò di venire nel profondo Sud con spirito davvero pionieristico.
All’epoca Lecce era una nascente università e non poteva offrire molto sul piano delle strutture ed attrezzature scientifiche, nonché delle relazioni culturali, ma Maria Corti non solo non si perse d’animo ma si gettò anche nella nuova avventura con slancio e spirito di servizio. Vi trovò infatti un ambiente vivo e stimolante, desidero-
so di crescere sul piano sociale e culturale; le sue lezioni erano seguite con interesse
e le ricerche dei laureandi svolte con altrettanta passione. Tra l’altro in quegli anni svolsero il loro alto magistero personaggi del calibro di Nenci, di Prato, della Barocchi, di Capitani, che diedero un notevole impulso alla crescita dell’ateneo.
Ma, facendo un passo indietro, devo rilevare che la scelta salentina non fu casuale. Infatti, il primo incontro della Corti con la Puglia avvenne nel periodo dell’adolescen-
za, allorquando a causa della morte prematura della mamma, il padre ingegnere si trasferì per motivi di lavoro a Maglie: qui frequentò le scuole e strinse le prime amici-
zie. Rientrò poi al nord, ma durante l’estate continuò a frequentare la nostra terra per trascorrere le vacanze. Negli anni che vanno dal 1948 al 1953 partecipò alle attività dell’Accademia Salentina, al progetto culturale davvero ardimentoso di Girolamo Comi, che fu insieme il fondatore della rivista L’albero, un infaticabile promotore di cultura letteraria ed un mecenate illuminato. Fu proprio all’interno dell’Accademia che Maria Corti conobbe e stabilì rapporti di durevole amicizia con personaggi come Oreste Macrì, Vittorio Bodini, Luciano Anceschi, Alfonso Gatto ed il nostro Michele Pierri. Ed a proposito di quest’ultimo (del quale, tra l’altro, la prima raccolta poetica “Contemplazione e rivolta” del 1946, confluì nel Fondo manoscritti), la Corti conti-
nuò a seguire l’attività letteraria del poeta-medico fino agli ultimi anni di vita e al sodalizio affettivo e poetico con Alda Merini.
Tornando agli anni ’60, Maria Corti, grazie alla sua sensibilità e ad un bagaglio culturale di tutto rispetto, non solo affinò gli strumenti della ricerca nel campo della lingua e letteratura italiana, ma si aprì anche allo studio e alla comprensione della
realtà locale, per scoprirne gli aspetti storici e identitari. Mostrò infatti una attenzione nient’affatto episodica sia ai fatti letterari e linguistici delle zone della cosiddetta Grecìa Salentina, cioè del griko, sia agli aspetti antropologici (come la persistenza di certi valori arcaici, messi in luce di frequente ad es. da Vittorio Bodini e Rina Durante).
Inoltre, in quegli anni la Corti, oltre ai rapporti umani, si legò all’ambiente salentino quasi con fisico trasporto : sentì come suoi la storia, il paesaggio, il cielo, i colori, i profumi di questa terra lontana ma ricca di fascino e di forti emozioni.
Il romanzo L’ora di tutti (1962), che è stato tradotto in molte lingue e che rievoca il sacco di Otranto ad opera dei Turchi nel 1480, è nello stesso tempo un mirabile omaggio alla terra del Salento e un’operazione letteraria ‘controcorrente’, nel senso che in una stagione letteraria che risentiva ancora della lezione neorealistica, rappresenta una novità assoluta sia per la complessa coralità che per lo spazio insolito che attribuisce alla storia, al mito, alla fantasia, al rapporto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, rispetto ad una letteratura che privilegiava l’hic et nunc ed istanze contingenti, scadendo spesso nel
bozzettismo e l’affresco sociale di maniera.
Dopo il rientro a Pavia e il dispiegarsi più intenso della sua attività accademica e creativa, la Corti continuò a mantenere fecondi rapporti con la Puglia e con il Salento, non facendo mancare i suoi consigli ed incoraggiamenti e partecipando al dibattito culturale su fogli come L’immaginazione, diretto da Anna Grazia D’Oria, per i tipi di Manni. E con lo stesso editore pubblicherà nel 2007 l’ultimo romanzo La leggenda di domani.
Anche per questo la lezione di Maria Corti non potrà essere facilmente dimenticata, per aver dato a noi pugliesi il senso della nostra storia e identità, e per averci insegna-
to che la letteratura non è solo documento e testimonianza, impegno civile e culturale, ma anche libertà, fantasia, ‘gioco’ intellettuale.