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L'ipocrisia di Pinocchio

01/03/2007
E’ giusto o non è giusto che nel mondo del vino tutto ciò che non nuoce alla salute debba essere considerato lecito?
Questa è la domanda dietro cui si nasconde tutta la diatriba sull’uso dei trucioli nel prezioso nettare di cui quotidianamente ci occupiamo. Da una parte la Commissione Europea che, forte del parere positivo espresso dall’OIV (Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino), ha consentito l’uso del legno quale pratica enologica nella preparazione dei vini a prescindere dall’affinamento o dall’invecchiamento. Dall’altra i sostenitori della tradizione e della superiorità dei vini europei che paventano una deriva di omologazione del gusto, qualora si dovesse continuare ad accettare il confronto con l’emergente nuovo mondo enoico inseguendoli sul terreno delle pratiche enologiche e della riduzione dei costi. Il provvedimento della Commissione (non si dovrebbe dare tanto potere ad organi prettamente tecnici, ma lo si dovrebbe vincolare a decisioni politiche più condivise) ha fatto la felicità di chi, con mentalità a stelle e strisce, vorrebbe la massima “deregolazione”, pensando ad una libertà  d’azione che consenta loro di essere i più competitivi possibile sui mercati interni ed internazionali e sostenendo che così facendo si vanno anche a sanare comportamenti di chi, in maniera più o meno occulta, già si avvaleva di tale pratica.
A costoro che pur accampano valide ragioni si potrebbe eccepire che il mondo del vino ha le sue specifiche peculiarità ed ha maggiore qualità e, quindi, maggiori riconoscimenti anche economici, proprio lì dove, in piena autonomia, sceglie di produrre secondo regole e disciplinari a volte molto restrittivi (doc e docg).
Coloro che, al contrario, dissentono da quanto deciso in Europa, si schierano dalla parte del consumatore che da tale pratica enologica potrebbe essere ingannato nell’acquisto ed al tempo stesso difendono la ricchezza delle diversità dei vini italiani da nord a sud che, ritengono, potrebbe essere pregiudicata dal massiccio ricorso a tale comoda pratica enologica dando vita a quello che definiscono il “vino di Pinocchio” con esplicito riferimento al legno e alla bugia.
Davanti a tale contrapposizione, bene ha fatto il Ministro De Castro a prendere salomonica posizione con proprio decreto che restringe l’uso dei chips ai soli vini da tavola ed igt (questi, troppo spesso, dai disciplinari eccessivamente anonimi e permissivi) e non consentendolo per doc e docg. Per qualcuno non è bastato e, mentre scrivo, pende davanti al Tar del Lazio un ricorso verso tale decreto che, ove accolto, aprirebbe le porte alla possibilità di usare i trucioli per qualsiasi vino: anche doc e docg. Questi epigoni della retroguardia dovrebbero, infatti, sapere che non è possibile varare un provvedimento nazionale contro una normativa europea e già coraggiosa era stata la posizione ministeriale nell’emanare quel decreto restrittivo.
A mio modestissimo parere, si dovrebbe puntare l’attenzione più sull’informazione del consumatore e, quindi, sull’etichetta su cui, per legge, apporre una dicitura che evidenzi l’uso dei trucioli.
Se ricorso andava fatto, doveva essere inoltrato alla Corte di Giustizia Europea ed avere come oggetto le nuove regole sull’etichettatura, ove con molta ipocrisia si può indicare l’uso di barriques o di botti con termini quali invecchiamento o affinamento. Si può, quindi, indicare di aver messo il vino nel legno,ma nulla è dovuto se si vuol mettere…il legno nel vino!