Sei in: 

Le due Leuca, la grande e la... piccola.

01/03/2009
Nella tavolozza cromatica della Puglia salentina, l’alta luminosità del colore senza tinta ci sta bene: bianche sono le scogliere dell’ultimo lembo di terra pugliese verso Oriente e quando senti il nome di Punta Ristola, venendo dal mare, capisci che se vedi accanto Punta Malazzeddu, sei in porto. Sei a Leuca e qui - la radice del nome greco te lo dice - c’è il bianco per antonomasia. Quel bianco, che ridona serenità al cuore, soprattutto se l’unirsi dei due mari lo si è visto con Nettuno che da sotto increspava le onde più del dovuto, se le vele han fatto rumore agli schiaffi del vento e se la schiuma dei flutti «Grotta delle Cazzafre» o su «Le Mannute» o sulla « Grotta del Brigante» era più imponente del solito. Le sapevano fin dall’età del bronzo, queste cose, gli uomini che solcavano il mare: chi lo affrontava per mestiere o
per necessità si orientava con quel bianco luminoso degli scogli, cangiante sotto i raggi del sole.

Quelle rocce candide, prima ancora che si costruissero le torri per scongiurare le invasioni turchesche e dei pirati, e prima ancora - ma ormai siamo nella seconda metà dell’Ottocento - che si iniziasse a costruire il faro, erano il riferimento più certo per i naviganti. «Leuca, il “Japigia acra” degli antichi, capo del regno di Napoli (Terra d’Otranto), all’estremità Sud Est dell’Italia», scrisse soltanto il prof. Vincenzo De Castro, nel suo «Gran Dizionario corografico dell’Europa», stampato a Milano, capitale del Regno Lombardo-veneto, nel 1859. Poca cosa, se pensiamo che lì finiva il «Golfo di Venezia». E se così era, ecco che non si sforzò nemmeno nel considerare le vicinanze di Leuca. Morciano? Tre righe, per dire solo che era «villaggio del regno di Napoli, Terra d’Otranto, distretto di Gallipoli, circondario di Galiano (sic!) a 3 km dal mare, in collina» e che all’epoca aveva 1.200 abitanti. E con l’Italia unita, anche politicamente; e con Roma capitale, ecco cambiar musica (solo in parte). Per Francesco Predari, infatti, che compilò, sempre a Milano, ma nel 1871, il suo «Dizionario di geografia antica e moderna ad uso delle scuole», Leuca è «capo dell’Italia meridionale; forma il tallone dello stivale - scrisse - che figura la penisola italiana, anticamente si chiamava Japigium o Salentinum promontorium». Di Morciano, invece, non c’è traccia: bisognerà attendere il prof. Gustavo Stafforello e la sua monumentale «La Patria», a cavallo tra XIX e XX secolo, perché spiegasse agli italiani, che «Morciano di Leuca aveva 1.900 abitanti, che si trova a 139 metri d’altezza sul livello del mare ed a 6 km da Alessano, in situazione amena - scrisse ancora -, in collina e in territorio parte in colle e parte in pianura producente praticamente olio e vino». A quel luminare non sfuggì, che il «promontorio di Leuca» era «famoso nell’antichità per un ricco e frequentatissimo tempio di Minerva». Alla prediletta figlia di Giove si andava attraverso percorsi terresti; da lei si giungeva per rendere grazie, magari per la salvezza guadagnata solcando i mari.

Ed a Leuca si va ancora, si fa a finibus terrae, per rendere grazie alla Madre di Dio, del Dio cristiano, visitata di recente anche dal Papa. A lei sono sempre andate le popolazioni del Salento, pellegrine, appunto, a finibus terrae, che già nel nome evoca quell’oltre, al quale il cristiano tende. Raggiungere quei luoghi, magari all’alba mentre il sole si arrampica sull’orizzonte, ti apre il cuore alla vita; ti dice che - lo si voglia o no - si ricomincia…il bianco ha vinto sul nero della notte, perché anche con le tenebre non si è dissolto del tutto. Non è mai completamente buia, la notte salentina. E di notte si va - in pellegrinaggio - verso la luce, che al mattino troverà già pronto alle sue devozioni, chi ha percorso chilometri alla luce di una torchia, o delle luna e delle stelle. Ha camminato di notte - e tanto - il popolo salentino. Finibus terrae è davvero punto estremo: raggiungerlo è cammino, materiale e spirituale insieme. È lotta con le tenebre; è purificazione graduale verso la metà. Ecco perché, se Leuca è la grande, è il culmine, è finibus terrae, lì vicino c’è una Leuca piccola, che è sosta rinfrancante, ultima tappa verso la meta, il «quasi» vicino all’«oltre».

Leuca Piccola è a Barbarano del Capo, frazione di Morciano di Leuca, che nel nome ricorda scorrerie di barbari sul territorio e che nel lungo periodo feudale salentino, passò di mano in mano; dai Capece ai Capece, si potrebbe dire, se pensiamo che re Tancredi D’Altavilla cedette quel territorio a Lancellotto Capece e che la famiglia Capece lo governava nel 1806, anno in cui la feudalità fu soppressa. E Leuca Piccola è complesso monumentale che proprio uno dei Capece, Annibale, fece realizzare «esempio di ospitalità ed accoglienza», hanno scritto gli storici, quale segno tangibile «del carattere ospitale dei suoi abitanti». Accogliere i pellegrini, del resto, è opera di misericordia materiale, dice il catechismo e con il culto fiorente per la Madonna di Leuca, ai pellegrini che cercavano redenzione dei peccati e salvezza dell’anima, bisogna pure dare un sollievo nel lungo viaggio. La «strada dei pellegrini», con quei sentieri bianchi, che solcano i campi salentini, era davvero lunga e la sosta diventava necessaria prima di compiere l’ultimo tratto. Piccola Leuca era tutto questo: chi la fece costruire volle la Chiesa per pregare e la locanda perchè ci si rifocillasse; volle i sotterranei per il riposo, i pozzi per dissetarsi, i luoghi di quiete per gli animali... La strada attuale ha tagliato in due l’insediamento originario, ma non ne ha scalfito il fascino. E poi, ad entrare in chiesa e a rimirare il soffitto, anche il moderno pellegrino capisce che il tratto da compiere ormai è breve. È vero, Barbarano è anche il centro famoso per le sue «vore», le voragini, che secondo le leggende rappresentano il punto di passaggio tra la terra e gli inferi: ma proprio il pellegrinaggio attraverso le difficoltà del mondo, tra il bene ed il male, merita la conquista della meta finale. E quando il pellegrino lascia Leuca Piccola - o Santa Maria di leuca del Belvedere, come la descrisse mons. De Rossi nel XVIII secolo in una sua Santa Visita - capisce che non saranno gli ultimi chilometri di strada ad impedire il traguardo finale, al quale si giunge con le scarpe bianche di polvere, ma anche con l’anima bianca, purificata dal sacrificio.
[265.77 KB]