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L'aridocoltura

01/07/2007
pratica tradizionale per il razionale utilizzo di limitate risorse idriche.

INTRODUZIONE
L’aridocoltura è una pratica agronomica di antichissima tradizione in ambienti caratterizzati da limitata piovosità, in particolare in quelli a clima mediterraneo, caldo-arido, come la Puglia in generale e il territorio di Manduria in particolare, in cui la pioggia è concentrata nel periodo autunno-inverno, mentre durante il periodo primaverile-estivo scarseggia, proprio quando le colture, per le elevate temperature, hanno maggiori fabbisogni idrici.
Secondo Pantanelli (1950) con il termine di “aridocoltura” si intende “un insieme di pratiche agronomiche da adottare in condizioni di limitate disponibilità idriche per ottenere i migliori risultati produttivi senza dover ricorrere all’irrigazione”.
Più recentemente, con l’espandersi dell’irrigazione in aree con disponibilità di acqua inferiori agli effettivi fabbisogni irrigui delle colture, le tecniche di aridocoltura sono state estese anche in questi ambienti. Pertanto secondo Cavazza (1980) per “aridocoltura” si deve intendere “un’agricoltura in cui è praticato il più razionale uso delle limitate risorse idriche disponibili”.
Prima di illustrare, anche se in forma sintetica, le tecniche di aridocoltura, per una più facile loro comprensione mi sia consentito di accennare ad alcuni concetti su cui esse si basano.

CONCETTI DI BASE
A) Capacità d’invaso di acqua disponibile per le piante.

L’acqua di pioggia e/o apportata con l’irrigazione si invasa nel terreno e successivamente è utilizzata dalle piante per le proprie esigenze . La quantità di acqua che può invasarsi nel terreno per essere utilizzata dalle piante, ossia la capacità d’invaso di acqua disponibile per le piante, dipende:
a) dal tipo di terreno, in particolare dalla sua granulometria: passando dai terreni sabbiosi a quelli argillosi la capacità d’invaso di acqua disponibile aumenta;
b) dalla profondità di terreno esplorato dalle radici: per un determinato tipo di terreno la capacità d’invaso aumenta con l’aumentare della profondità di terreno esplorato dalle radici.
B) Perdite di acqua dal terreno.
Il terreno perde acqua per diretta evaporazione e per traspirazione attraverso le piante ossia per evapotraspirazione. La perdita di acqua dal terreno per diretta evaporazione è tanto maggiore quanto più elevata è l’umidità in superficie. Questa varia in relazione alla frequenza degli apporti idrici naturali (pioggia) o artificiali (irrigazione), alla velocità con cui l’acqua risale fino alla superficie del terreno per capillarità e alla velocità con cui l’acqua evapora dalla superficie (alla intensità di evaporazione), che dipende dalla domanda evapotraspirativa dell’ambiente. Fino a quando gli apporti di acqua alla superficie del terreno sono uguali o maggiori delle perdite per evaporazione il terreno in superficie è molto umido e le perdite per evaporazione sono elevate. Quando gli apporti sono inferiori alle perdite la superficie del terreno si essicca progressivamente e le perdite per evaporazione si riducono anche esse progressivamente.
In condizioni di apporti idrici naturali o artificiali poco frequenti l’afflusso di acqua verso la superficie del terreno può essere ridotto praticando la sarchiatura, lavorazione superficiale del terreno, profonda intorno ai 5-10 cm, che ha i seguenti effetti:
a) interrompe la continuità dei pori tra strato lavorato e strato sottostante non lavorato, condizione che ostacola la risalita di acqua per capillarità;
b) provoca un rapido essiccamento dello strato di terreno lavorato con conseguente notevole riduzione della sua conducibilità idrica, condizione che ostacola ulteriormente la risalita di acqua dagli strati di terreno più profondi e più umidi fino alla superficie;
c) ricopre eventuali crepacciature che si formano a partire dalla superficie mano a mano che il terreno si essicca, crepacciature che sono tanto più ampie quanto più argilloso è il terreno. Le crepacciature aumentano notevolmente la superficie di terreno evaporante e quindi le perdite di acqua per diretta evaporazione dal terreno.
In definitiva con la sarchiatura si costituisce uno strato di terreno “pacciamante”, ossia uno strato di terreno superficiale che ricopre gli strati più profondi meno secchi proteggendoli da perdite di acqua per evaporazione.
Con la traspirazione il terreno perde acqua attraverso le piante, le quali l’assorbono con le radici sotto forma liquida dal terreno e la disperdono nell’atmosfera sotto forma gassosa attraverso le aperture stomatiche localizzate nelle foglie. Sembrerebbe che la pianta si comporti come un sifone che travasa acqua dal terreno nell’atmosfera. Il processo traspirativo implica il passaggio dell’acqua dallo stato liquido a quello di vapore; tale passaggio richiede energia e a tal fine è utilizzata l’energia solare intercettata dalle foglie. Pertanto la quantità di acqua traspirata aumenta con l’aumentare della radiazione solare (della temperatura dell’aria)  e con l’aumentare della superficie fogliare, visto che le aperture (gli stomi) attraverso cui l’acqua fuoriesce dalla pianta aumentano con l’aumentare della superficie fogliare per unità di superficie di terreno. La traspirazione, quindi, è utilizzata dalla pianta per dissipare energia solare intercettata dalle foglie allo scopo di evitare che la loro temperatura assuma valori superiori a quelli dell’aria, con conseguente riduzione dell’attività fotosintetica, quindi delle produzioni.
Le perdite di acqua per traspirazione possono essere ridotte riducendo la superficie fogliare per unità di superficie di terreno, con tecniche diverse a cui successivamente si farà riferimento.

OBIETTIVI DELLE TECNICHE DI ARIDOCOLTURA
Le tecniche di aridocoltura fondamentalmente si prefiggono i seguenti obiettivi:
a) aumentare il contenuto idrico del terreno disponibile per le piante;
b) contenere perdite inutili di acqua immagazzinata nel terreno;
c) adottare colture e tecniche di coltivazione idonee per il miglior utilizzo delle limitate risorse idriche disponibili.
Aumento del contenuto idrico del terreno
Il contenuto idrico del terreno disponibile per le piante può essere incrementato: aumentando la capacità di ritenzione idrica del terreno ed il suo spessore esplorato dalle radici; riducendo, su terreni in pendio, le perdite di acqua per ruscellamento superficiale.
La capacità di ritenzione idrica di un terreno si può aumentare migliorando il suo contenuto in sostanza organica, modificando la sua granulometria attraverso lavorazioni profonde allorquando ci si trova di fronte a terreni stratificati, per esempio sabbiosi in superficie ed argillosi più in profondità: con aratura profonda si possono rimescolare i due strati. Il problema dell’aumento della capacità di ritenzione idrica sussiste quando si è di fronte a terreni sabbiosi.
Lo spessore del terreno esplorabile dalle radici può essere aumentato eliminando le cause che ostacolano il loro approfondimento quali:
a) la presenza, a poca profondità, di strati impenetrabili o impervi di spessore contenuto (cappellacci o crostoni superficiali costituiti da roccia concrezionata). Questi strati impervi oltre ad impedire l’approfondimento delle radici ostacolano il drenaggio di acqua in eccesso durante la stagione piovosa, con conseguenze negative sulle colture per eccessi idrici durante il periodo autunno-inverno e per deficienze idriche durante il periodo primaverile-estivo siccitoso. Il problema è particolarmente evidente sia su colture erbacee a ciclo autunno-primaverile, che su colture arboree il cui apparato radicale subisce una notevole limitazione nell’approfondirsi. La rottura di questi strati con lavorazioni profonde del terreno (scarificatura, aratura con aratri da scasso) favorisce l’approfondimento delle radici, quindi l’aumento del volume di terreno colonizzato e del volume di acqua utilizzabile dalle colture;
b) condizioni precarie di abitabilità del terreno da parte delle radici e dei microrganismi responsabili della fertilità lungo il profilo del terreno (degli strati sottosuperficiali), a causa di limitata presenza di macropori derivante o da eccessiva compattezza del terreno o da precario stato strutturale dello stesso. Lo stato di compattezza del terreno lungo il profilo lo si può eliminare con aratura profonda e con lo scasso per le colture arboree, operazione quest’ultima normalmente praticata dagli agricoltori prima di impiantare una coltura arborea. Lo scasso, quindi, è una tecnica di aridocoltura e serve ad aumentare lo spessore di terreno esplorabile dalle radici e la capacità di invaso del terreno.
L’effetto più immediato delle lavorazioni è l’aumento della distanza tra le particelle che costituiscono il terreno, con conseguente aumento della porosità per ampliamento delle dimensione dei pori che facilita l’arieggiamento lungo il profilo del terreno e quindi le condizioni di abitabilità.
Il precario stato strutturale del terreno, ossia lo stato di aggregazione delle particelle fini tra loro, implica la presenza di limitata macroporosità, a causa di ridotta presenza o assenza di aggregati strutturali (grumi strutturali), con conseguente limitato arieggiamento lungo il profilo del terreno. Interventi mirati a migliorare lo stato strutturale quali:
a) apporti di sostanza organica, anche con sovescio parziale o totale;
b) allontanamento di elementi chimici disperdenti dei colloidi, come il sodio, con uso di correttivi – solfato di calcio – ed attivazione di un efficiente sistema di drenaggio naturale, rompendo strati impervi, o artificiale, con drenaggio tubolare sotterraneo in presenza di falda superficiale;
c) eliminazione di eventuali eccessi idrici sottosuperficiali;
d) in condizioni di terreno asfittico con arature profonde per favorire l’umificazione di sostanza organica torbificata.
Tutti questi interventi favoriscono la costituzione di macropori, quindi l’arieggiamento del terreno in profondità e l’approfondimento delle radici, con conseguente utilizzazione di maggiori volumi di acqua.
Le perdite di acqua per scorrimento superficiale, ossia per allontanamento dalla superficie che ha intercettato la pioggia, possono essere ridotte:
a) con opportune sistemazioni superficiali dei terreni quando le pendenze sono di una certa entità (classiche sono le sistemazioni a terrazzamento, come quelle realizzate nel passato nella valle d’Itria);
b) favorendo la permeabilità dello strato superficiale del terreno, quando si compatta, con lavorazioni superficiali;
c) per le colture arboree effettuando la lavorazione colturale principale (l’aratura più profonda effettuata normalmente anche per interrare concimi fosfatici e potassici) in senso trasversale alle linee di massima pendenza del terreno, se possibile, prima dell’inizio della stagione delle piogge. Così operando oltre ad aumentare la permeabilità del terreno, si riduce la velocità di scorrimento superficiale dell’acqua, per l’elevata scabrezza della superficie, e si aumenta la capacità di invaso dello strato lavorato per l’aumento della porosità.

CONTENIMENTO DELLE PERDITE DI ACQUA INVASATA NEL TERRENO
Le perdite inutili di acqua invasata nel terreno possono essere ridotte:
1) agendo sui fattori climatici che causano le perdite di acqua per evapotraspirazione, attraverso:
a) la pacciamatura, ossia la copertura del terreno con materiale diverso (residui vegetali, films di plastica, ecc.), che riduce la quantità di radiazione intercettata dalla superficie del terreno, quindi la quantità di energia necessaria per il passaggio dell’acqua dallo stato liquido a quello di vapore, ed il flusso di vapore acqueo dal terreno nell’atmosfera circostante;
b) l’ombreggiamento con reti ombreggianti, là dove richiesto dalla coltura, o con reti antigrandine, diffusamente usate su vigneti di uva da tavola allevati a tendone, che, oltre a ridurre l’energia solare intercettata dalla vegetazione e dal terreno, riduce anche il flusso di vapore acqueo dalle superfici evaporanti o traspiranti nell’atmosfera circostante (si ricorda che il processo evapotraspirativo fa parte di un bilancio energetico, per il passaggio di stato dell’acqua, e di un processo aerodinamico di flusso di vapore dalle superfici evaporanti all’atmosfera, fortemente influenzato dalla ventosità;
c) la realizzazione di frangiventi che, riducendo la velocità del vento, riduce il flusso di vapore dalle superfici evaporanti (terreno e foglie) nell’atmosfera circostante, con conseguente riduzione dell’evapotraspirazione;
2) agendo sulla vegetazione, ossia sulla superficie fogliare che insiste sull’unità di superficie del terreno (m2 di foglie, m-2 di superficie di terreno) - maggiore è la superficie fogliare maggiori sono le aperture stomatiche attraverso cui l’acqua passa dalla pianta nell’atmosfera sotto forma gassosa -, attraverso:
a) la lotta alle erbe infestanti;
      b) il contenimento della densità di piante (n° di piante per unità di superficie): maggiore è la densità di piante maggiore è la superficie fogliare  per unità di superficie di terreno, quindi maggiore è l’evapotraspirazione;
 c) la forma di allevamento nel caso delle colture arboree, per esempio nella vite passando dall’alberello, alla controspalliera ed al tendone la superficie fogliare esposta aumenta, quindi aumentano le perdite di acqua per evapotraspirazione;
3)  agendo sul terreno per ridurre le perdite per diretta evaporazione, attraverso la sarchiatura, i cui effetti sono stati precedentemente illustrati.

TECNICHE AGRONOMICHE DIVERSE
Tra le tecniche agronomiche, diverse da quelle a cui si è fatto cenno, che possono contribuire a migliorare l’efficienza d’uso di limitate risorse idriche disponibili, ossia ad aumentare la quantità di produzione per ogni metro cubo di acqua disponibile, particolare importanza rivestono:
a) la scelta di colture che si adattano bene a condizioni di limitata disponibilità idrica come, per esempio, negli ambienti pugliesi, in generale, nell’area di Manduria, in particolare, l’olivo, per l’apparato radicale molto espanso e la capacità di controllo del proprio bilancio idrico, e la vite, anche essa per la capacità dell’apparato radicale di approfondirsi quando sono adottati portainnesti adeguati, che abbiano del “sangue” di Vitis Rupestris;
b) la scelta di portainnesti caratterizzati da apparati radicali espansi e profondi (si ricordi che all’aumentare del volume di terreno colonizzato dalle radici aumenta la quantità di acqua che può essere utilizzata dalla pianta);
c) la scelta dell’epoca di semina o trapianto. Per le colture erbacee a ciclo sia autunno-primaverile che primaverile-estivo l’anticipo dell’epoca di semina o di trapianto entro limiti accettabili, dà la possibilità alla coltura di utilizzare meglio le risorse idriche naturali derivanti dalla pioggia, prevalentemente perché si riduce il tempo del ciclo colturale ricadente nel periodo siccitoso. La tecnica del trapianto consente di far permanere la coltura in pieno campo per un periodo più breve rispetto alla semina diretta, consentendo risparmio di acqua;
d) la concimazione appropriata, in modo particolare quella azotata. La quantità di elementi nutritivi da apportare alle colture deve essere tale da evitare che questi risultino fattori limitanti la produzione e allo stesso tempo non devono dare luogo a lussureggiamento della vegetazione. Una vegetazione eccessiva, come quella che può derivare da una abbondante concimazione azotata, comporta una elevata perdita di acqua per evapotraspirazione con rischio di esaurimento della riserva idrica del terreno ancora prima che si completi il ciclo colturale;
 e) l’irrigazione di soccorso. Una tecnica mirante a valorizzare le risorse idriche naturali è l’irrigazione di soccorso, se si dispone di acqua irrigua. L’irrigazione di soccorso è effettuata in caso di eccessiva siccità durante periodi del ciclo colturale particolarmente sensibili a carenze idriche, detti periodi critici. Tali periodi variano con la specie e successivamente si accennerà alla vite e all’olivo. Una o più irrigazioni di soccorso possono risultare molto utili per migliorare l’efficienza d’uso delle risorse idriche naturali utilizzate dalle colture. In alcune circostanze potrebbe verificarsi che la coltura non completando il ciclo colturale per mancanza di acqua non dà luogo a produzione, con conseguente sperpero dell’acqua comunque utilizzata.

TECNICHE DI ARIDOCOLTURA E QUALITA' DEI PRODOTTI
Le tecniche di aridocoltura aventi lo scopo di utilizzare al meglio le risorse idriche naturali facendo ricorso all’irrigazione solo eccezionalmente, mirano a contenere l’uso dell’acqua da parte delle colture e ad ottenere una produzione quantitativamente contenuta ma di qualità elevata a causa della elevata concentrazione di sostanze caratterizzanti la produzione, quali per esempio: il contenuto in glutine nel grano duro; la concentrazione di sali solubili negli ortaggi, conferendo elevata sapidità; il contenuto zuccherino, in sostanze coloranti ed in aromi diversi nelle uve da vino, che sono alla base per la produzione di vini di qualità; il contenuto in olio ed in sostanze fenoliche nelle olive, da cui dipendono la resa in olio e le caratteristiche organolettiche e di serbevolezza.

VITE
Relativamente al vigneto per uva da vino, allevato a controspalliera ed equipaggiato con impianto irriguo a goccia, così come è ormai in uso nella pratica anche nel territorio del comune di Manduria, volendo esaltare sia la produzione per unità di superficie, entro limiti compatibili con la qualità, che le caratteristiche qualitative dell’uva, si è proceduto alla stima del fabbisogno irriguo della coltura. A tal fine: sono stati utilizzati, per la zona di Manduria, i valori climatici medi dell’area climatica omogenea n° 6 del progetto ACLA 2, ed i valori medi della capacità di ritenzione idrica dei terreni riportati nella carta pedologica della Puglia, realizzata nell’ambito del su citato progetto ACLA 2. Pertanto, tenendo conto: della riserva idrica del terreno utilizzabile dalla coltura; dell’andamento dei consumi idrici durante il suo ciclo colturale; della sensibilità della coltura a stress idrici dal germogliamento delle gemme all’inizio dell’invaiatura dell’uva; degli effetti dello stress idrico controllato successivamente all’invaiatura fino alla raccolta sull’esaltazione delle caratteristiche qualitative dell’uva (titolo zuccherino, sostanze coloranti ed aromi diversi tipici delle varietà), il fabbisogno irriguo medio totale annuo risulterebbe pari a circa 1200 m3?ha-1 distribuito in 5 interventi irrigui con volumi di adacquamento pari a 240 m3?ha-1. Il volume di adacquamento contenuto deriva dal fatto che l’irrigazione a goccia è localizzata: volumi di adacquamento più elevati determinerebbero perdite di acqua per percolazione profonda.
Per la coltura non irrigata, come nel caso dei vecchi vigneti allevati ad alberello, le tecniche di aridocoltura, adottate con rigore, congiuntamente alla contenuta carica di gemme per ettaro, ossia al numero ridotto di speroni per ceppo, e la mancata cimatura dei germogli per non stimolare l’emissione di femminelle, che darebbero luogo alla produzione dei racemi, sono indispensabili per ottenere un prodotto di elevata qualità, anche se in quantità contenuta. D’altra parte è ampiamente consolidata la realtà che ciò che consente di ottenere redditi soddisfacenti è la qualità e non la quantità: l’affermazione sul mercato del “Primitivo di Manduria” ne è una dimostrazione incondizionata.

OLIVO
Per quanto concerne l’olivo, pianta tipica mediterranea con le caratteristiche di adattamento a situazioni di stress idrico precedentemente accennate, durante il suo ciclo vegetativo annuale presenta due periodi critici nei riguardi dell’acqua: dalla ripresa vegetativa all’allegagione (grosso modo dalla fine di marzo alla metà di giugno) e dall’inizio dell’ingrossamento dei frutti, dalla seconda metà di agosto, alla maturazione; mentre durante il periodo dall’allegagione all’indurimento del nocciolo e fino all’inizio dell’ingrossamento dei frutti (dal 15-20 giugno alla metà di agosto) la coltura è meno sensibile a deficienze idriche. Pertanto adottando adeguate tecniche di aridocoltura, rivolte a favorire l’accumulo di acqua nel terreno, durante il periodo invernale piovoso, ed a limitare perdite inutili dell’acqua accumulata nel terreno, attraverso ripetute “sarchiature”, comunque realizzate, per eliminare tempestivamente le infestanti e contenere perdite di acqua per diretta evaporazione, in annate con andamento pluviometrico durante il periodo autunno-invernale non dissimile da quello medio della zona, sarebbero sufficienti a soddisfare le esigenze idriche della coltura fino a fine luglio-inizi di agosto. L’eventuale prosecuzione del periodo siccitoso oltre la metà di agosto potrebbe compromettere le produzioni, mentre qualche intervento irriguo di soccorso dalla seconda metà di agosto fino al sopraggiungere delle prime piogge di fine estate-inizio autunno le potrebbero favorire dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo (resa in olio e caratteristiche organolettiche). D’altra parte è ben noto l’aforisma noto nel Salento “acqua di agosto olio e mosto”.
Tuttavia in annate particolarmente siccitose si potrebbero rendere indispensabili interventi irrigui anche durante il primo periodo del ciclo vegetativo annuale, dall’inizio della ripresa vegetativa all’allegagione.
Anche per l’olivo le tecniche di aridocoltura, comprese quelle inerenti all’appropriata potatura ed all’eliminazione dei succhioni, consentirebbero di conseguire redditi soddisfacenti se si rivolgesse accurata attenzione nel produrre olio di qualità ed all’organizzazione commerciale. Anche per l’olio, come per il vino, il reddito non dipende dalla quantità ma dalla qualità: le elevate quotazioni degli oli toscani ne sono una tangibile dimostrazione.
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