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La quiete del Dolmen Vivente

01/11/2005
il miracolo dell'antica quercia vallonea tra Tricase e Tricase porto...

La vite, l’olivo, il tabacco… Sono diverse le colture, con le quali si identifica il Salento. Se pensiamo, però, ad un albero che compendia storia e leggenda di una Terra d’Otranto reale e di quella che avrebbe potuto essere, e non è stata, allora un solo nome ricorre alla mente: quello della quercia vallonea. «Quercus aegylops» o «Quercus macrolepis», scrivono gli attuali dizionari, riferendo che si tratta di alberi alti fino a 15 metri, originari della penisola balcanica e spontanei in Italia, solo in alcune zone della Puglia, sfruttati per il legno e le ghiande. Ancora, nell’arida definizione di un dizionario, si legge che il nome deriva dal greco «bàlanos» mentre gli esperti dicono che il nome scientifico è «Quercus ithaburensis Decaisne sottospecie macrolepis».
In questi inizi di Terzo Millennio, però, chi pensa alla quercia vallonea, ha subito un riferimento mentale, turistico e culturale preciso, che lo porta, dritto dritto, sulla strada provinciale che da Tricase conduce a Tricase Porto, e lo ferma lì, dinanzi a quell’esemplare, che alcuni hanno definito «Dolmen vivente», altri «Grande madre», altri ancora, invece, lo conoscono come la «Vallonea dei 100 cavalieri» perché, secondo una leggenda, avrebbe offerto ombra - siamo sulla fine del XII secolo - a Federico II e alla sua corte. Forse è da quella leggenda, che deriva l’errata datazione di origine di questo superbo esemplare ad 800 anni addietro, mentre gli anni di vita sarebbero «soltanto» 600. Ma, datazione errata a parte, nella leggenda sembra esserci un fondamento di storia se solo si pensa, che da quelle querce si ottenevano i tannini usati per la concia e la colorazione delle pelli, attività fiorente che alcuni autori locali dicevano essere stata portata «dagli Moreschi» in un’epoca «non molto lontana dai tempi di Federico I».
Ed allora non è inutile sfogliare un libro antico, che vide la luce dopo la morte del suo autore, e che fu stampato da Gaetano Raimondi, a Napoli, nel 1794. Si tratta “Dell’arte del pelacane, e della vallonea, che si ritrae in Tricase ne Salentini, e degli marocchini, che quivi stesso si preparano”, opera di Ferdinando Maria Orlandi, sacerdote di Tricase, il quale rivendicò all’abilità dei suoi concittadini «d’introdurre, e far’allignare nel di lei territorio, l’albero volgarmente detto Falanida, tanto necessario ai Pelacani nella concia delle pelli, a la di cui coltura se resa quasi propria de’ Tricasini, sconosciuta, o non curata dagli altri». Non solo, pensando a come si avesse «l’accortezza d’adoprare in preferenza il piccolo, e quasi abortivo ghiande, di cui il menzionat’albero naturalmente da se va scaricandosi nel mese di luglio, ed agosto…», quel sacerdote osservava come «piantagione sì fatta dovrebbe certamente promuoversi negli altrui distretti sopra tutto, perché trovasi conspirante con le mire del Governo, giacchè col tempo provvederebbe di ottimo legname da servire a’ nostri Cantieri; fornirebbe anche il di loro ghiande dolce gradito pascolo a’ porci; e ‘l calice finalmente sarebbe adoperato con profitto da’ nostri Pelacani nelle di loro preparazioni senz’esser’obbligati estraregnare il contante per acquistarlo, potendosi ben supplire alla voluta scarsezza di sali del nostro Pizzofago col maggior quantitativo da usare».

Insomma, nelle parole del prete non c’era un’omelia, ma un programma di governo. E l’Orlandi  - stimato peraltro, dal marchese Giuseppe Calmieri, anch’egli salentino e discepolo di Antonio Genovesi - attorno alla quercia vallonea costruì un programma economico-politico e socio-educativo ad un tempo: intravide una «filiera produttiva» e, probabilmente, sognò proprio una Terra d’Otranto, che avrebbe potuto essere e non è stata. Una Terra d’Otranto che oltre cinquant’anni dopo quel libro, ancora rifletteva “Della quercia vallonea (Quercus Aegylops) e sua facile moltiplicazione coll’innesto sulle querce indigene della Provincia”. Lo si fece in un’apposita riunione della Società economica della Provincia di Terra d’Otranto, quella del 30 aprile 1846, ad opera del «suo segretario perpetuo», G. Stella, il quale descrisse anch’egli un «Salento possibile» e diverso grazie a quest’albero. Osservò che veniva dal Levante, che «la città di Smirne ne somministrava nello scorso secolo a tutta l’Europa» per poi osservare che «noi nella provincia di Terra d’Otranto possediamo da tempo immemorabile, e senza sapersi come, il maestoso albero della quercia vallonea, e che fin ora è rimasto confinato in quei giardini di pochi proprietari in qualche Comune del Capo di Leuca, come Tricase ed Alessano, valutandosi soltanto come albero fruttifero; perché le ghiande grossissime e dolci si mangiano come le migliori castagne. Né ciò deve recar meraviglia - aggiunse -; dacchè l’arte del pelacane, o di conciar le pelli non à fatto de’ progressi nella nostra provincia, e specialmente in Maglie, che da pochi anni a questa parte; e non si è conosciuta la importanza degli alberi esistenti nel Capo, che quando i conciapelli di Maglie han cominciato ad usare la vallonea proveniente dall’Estero, cui paragonando i frutti immaturi, che sono i migliori per la concia, con quei de’ nostri alberi, han sospettato essere gli stessi; locchè à confermato l’esperienza».
Nel 1794 era stato pubblicato, postumo, il libro dell’Orlandi; nel 1846 Stella pronunciò quelle parole e vien quasi il sospetto che fra Tricase e Maglie - in quegli oltre cinquant’anni, che corrono tra la pubblicazione del primo e del secondo studio - non ci fosse stato alcuno scambio di know-how. Ma tant’è e le parole successive di Stella lo confermano: «Dopo fatta tale importante scoperta - disse - i possessori di tali antichissime piante (che un tempo sono venute certamente dalla vicina Grecia), si sono trovati ben contenti di vendere la di loro vallonea da 6 fino a 12 duc(ati) il cantajo; e quindi si sono affrettati ad estenderne la piantagione». Ed allora, «assicuratici della esistenza in provincia di siffatta importantissima quercia - disse ancora -, non restava che escogitare come moltiplicarla facilmente, rapidamente in tutta questa vasta provincia, ed a ciò ci applicammo». Come? Proponendo gli innesti, perché così «avrebbe allignata sulle altre specie anche a foglie caduche». E Stella concluse: «Noi però non mancheremo di fare in quest’anno degli estesi vivai della vallonea per mezzo de’ semi, onde a suo tempo darne gratuitamente le piccole piante a coloro che ameranno introdurre quest’utilissima coltivazione nei propri poderi».

Ad oltre un secolo e mezzo di distanza da quel nuovo programma economico, non è chi non veda che anche la proposta delineata da Stella descriveva un Salento mai realizzato. Le distese di vallonea rimasero in mente Dei ed ora, in tutto il Salento, qua e là si notano esemplari isolati o piccoli gruppi. Solo in agro di Tricase, in contrada Finocchiara c’è un boschetto con «un nucleo di 45 maestosi esemplari plurisecolari di circa 6/700 anni», che costituiscono «l’unica formazione monolitica in territorio italiano».
Se vogliamo, adesso, è la semplice presenza di questi alberi a far muovere l’economia, richiamando turismo, riannodando fili di cultura tra il Salento e i Balcani, anche in nome di fatti più recenti risalenti all’ultima guerra mondiale. In Grecia come da noi, la quercia vallonea ha confermato di essere «Grande madre», quasi una «Madonna laica»: come la Vergine protegge i fedeli sotto il suo manto, così in territorio di Trepuzzi - raccontano - durante i bombardamenti di quegli anni, una vallonea, quella che sorveglia le «Casine Belvedere e fa da sentinella alla Valle della Cupa»  ha accolto, sotto i suoi rami, diverse decine di cittadini evidentemente al riparo non solo perché fuori dal centro abitato, ma perché invisibili ai riflettori di qualsivoglia ricognitore aereo.
Intanto, però, data la sua rarità, la quercia vallonea è stata inserita nel libro rosso delle piante d’Italia e, parole di Giuseppe Cassieri, «non consola il botanico sapere che la vallonea non muore come un’ordinaria pianta di esportazione, ma piuttosto come l’infelice eroina di un poema agreste».