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La fonte dai mille segreti

01/07/2009
Itinerario storico alla scoperta del Fonte Pliniano detto «Scegnu», antico pozzo messapico sulle cui origini studiosi d’ogni tempo hanno a lungo dibattuto...

Tanto i Senesi sono «gelosi» del loro Palio, tanto i Manduriani sono convinti che un forestiero, mai e poi mai, penetrerà tutti i segreti del loro «Fonte» - lu Scegnu, come familiarmente lo chiamano - simbolo della città, addirittura stemma civico, al pari della lupa capitolina per i Romani. Questione di gelosia legata al campanile? Chi può dirlo? Certo è che serviva Giuseppe Garibaldi prima, e i Bersaglieri con la breccia di Porta Pia dopo, a far conoscere il Fonte agli Italiani, perchè gli stranieri - almeno gli eruditi e quelli del Grand tour - lo conoscevano già. Passò Garibaldi da Manduria e si fece immortalare nei pressi del Fonte? Non è questo il punto, ma è pur vero che il geografo Vincenzo De Castro, quando nel 1859 pubblicò il suo Gran Dizionario corografico dell’Europa, si limitò a dire che Manduria «sorge sopra un suolo calcareo conchigliare e pieno di pesci pietrificati. È detta - aggiunse - pe’ suoi calori estivi l’Africa dell’Italia». E ad Italia unificata, invece, con Roma capitale, ecco Francesco Predari che, nel suo Dizionario di geografia antica, moderna e comparata ad uso delle scuole, pubblicato nel 1871, ricordò alla voce Manduria, che «apparteneva ai Tarentini e fu distrutta da Fabio Massimo, nella seconda guerra punica, come dice Plinio».

Ecco - si dirà - c’è Plinio, ma non c’è il Fonte... E sarà necessario attendere il prof. Gustavo Stafforello e la sua monumentale La Patria - che fece davvero connazionali tutti gli italiani non fosse altro perchè iniziarono a leggere gli uni degli altri -, perchè nel 1899, finalmente, da Bardonecchia e Cefalù si apprendesse che a Manduria, patria di Sir Lacaita, baluardo contro la «tirannide borbonica», «non molto lungi dalle mura ed a circa 1 chilometro dalla città, in un luogo detto Scegno, è il famoso pozzo descritto così accuratamente da Plinio: In Salentino juxta oppidum Manduriam lacus ad margines plenus neque exhaustis aquis minuitur neque infusis augetur (Nel territorio salentino, presso la città di Manduria, è un lago colmo sino all’orlo, le cui acque né diminuiscono attingendovi, né crescono aggiungendovene).
E tal si mantiene sempre al dì d’oggi il pozzo - aggiunse - , la cui acqua è pura e gradevole al gusto, ma alquanto calda. Non lungi dal pozzo, detto impropriamente lago da Plinio, il sig. Gigli fece alcuni scavi». Ma cosa sarà mai questo Fonte, richiamato da Plinio nella sua Naturalis Historia al capitolo 106 del libro II, quello dedicato all’astronomia ed alla meteorologia? Plinio considera il Fonte tra i miracula - osservò in una dotta conferenza il medico umanista Michele Greco, genius loci manduriano, benemerito della cultura e direttore della biblioteca comunale, autentico scrigno di memorie patrie.

Egli lesse il passo pliniano sopracitato al capitolo 106, spiegandone sia il miraculum sia il lacus: «una sorgente perenne… ove si raccoglie l’acqua sorgiva e in cui si nota il fenomeno del costante livello». Ed il buon medico spiegò ancora che di fronte al miraculum vi era stata «lunga disputa», «vaste disquisizioni e note e memorie scientifiche», ma ciascuno restò della sua opinione, mentre a suo giudizio sarebbe stato al pari miraculum osservare i «nostri vecchi scavatori di pozzi» per spiegarsi il tutto.
«Scava e scava - disse suadente il nostro - trovano la vena d’acqua; allora, col terreno, di solito cretaceo, in cui rinvenivano l’acqua, formavano una conca di battuto semi impermeabile; si formava il lacus - aggiunse - e la vena continuava ad andar per la sua via, lasciando parte dell’acqua, sempre rinnovata, in questa piccola conca o vasca o lacus creata dalla mano dell’uomo». Se il fenomeno scientifico è spiegato attraverso una tecnica antichissima, di certo c’è che il fascino del onte resta intatto.
Giovanni Boccaccio, sicuramente debitore a Plinio della «segnalazione», cita il Fonte nel De montibus - ovviamente affrontando il tema «de fontibus» - ed è esaltante esperienza di bibliofilo leggere il passo nella prima edizione a stampa che Boneto Locatello e Ottaviano Scoto realizzarono a Venezia septimo kalendas Martias del 1493

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Gli stranieri poi, fecero il resto, perché gli elementi «misteriosi» per sollecitare l’immaginario collettivo ci sono tutti: c’è l’acqua che sgorga e resta sempre dello stesso livello, c’è il luogo sotterraneo perforato dai raggi solari, che danno, minuto dopo minuto, toni e cromìe differenti. Non passo Goethe, è vero, dal Fonte, ma Jean-Claude Saint Richard abate di Saint-Non, ad esempio, che tra il 1781 ed il 1786 diede alla stampe il suo monumentale Voyage pittoresque, ou Description des royaumes de Naples et de la Sicile, non potè certamente fare a meno di darne contezza e di farlo ritrarre dall’équipe di disegnatori. che erano al suo seguito, dopo che, qualche anno prima, Louis Ducros aveva realizzato un disegno acquerellato, in cui è compendiato il mistero: la scalinata sotterranea, la luce che illumina l’antro ed il Fonte…Non ci fu viaggiatore straniero in Terra d’Otranto, dunque, che non volle venire sino a «Manduria seu Casal Nuovo» (il nome varia a seconda dell’anno in cui avvenne il viaggio nel XVIII secolo) per mirare il Fonte e ci fu, Chastelet per conto di Saint-Non, che vi inserì (disegno dal vivo?) un malato condotto in barella e menato per le scale fino al liquido miracoloso.
Nel simbolo, evidentemente, volle indicare la bontà dell’acqua, la quale di certo dissetò non solo i manduriani, ma anche i cittadini dei borghi vicini nel corso della terribile siccità del 1791. E dire che proprio un anno prima, il medico manduriano Salvatore Pasanisi, nel suo Saggio chimicomedico sull’acqua minerale di Manduria, pubblicato in Napoli, aveva concluso che l’acqua del Fonte «costituiva uno specifico, da somministrare in alternativa alla corteccia di china, nella cura delle febbri intermittenti ostinate recidive, presa per bocca con abbondanti “bevute naturali”, oppure adoperata sotto forma di bagni, quando la stagione lo avesse permesso».

Il malato che veniva condotto al Fonte era lì per abluzioni particolari? Forse, di certo è che Pasanisi, in pieno pensiero illuminista, non esitò a sostenere che quell’acqua recava anche giovamenti «nelle idropisie e nell’anasarca, nelle “itterizie croniche causate da bile viscosa” e - circostanza rilevata dallo storico della medicina Gianni Jacovelli - nel tarantismo, dato che questa singolare forma morbosa tipica dei pugliesi era considerata ai suoi tempi, specie dopo gli studi del Baglivi, una specie di “delirio melanconico”». E insomma, nell’Africa d’Italia, dove la calura provocava anche i morsi più feroci della tarantola sembra vi fosse anche un… antidoto singolare. L’opinione che l’acqua avesse funzioni medicinali non è isolata. Non c’è bisogno di scomodare dalla vicina Mesagne il medico Epifanio Ferdinando, che nel secolo XVII aveva scritto della bontà di alcune acque sorgive dell’antica Messapia, ma di ricordare - questo sì - che fino quasi ai nostri giorni, medici manduriani prescrivevano l’acqua del Fonte «nelle malattie di reni, della vescica e della prostata, ma specialmente nei casi d’impotenza». Medicina, leggenda, sacralità naturale? Il Fonte è un compendio. A cavallo tra XVIII e XIX secolo, Giuseppe Pacelli effettuando uno scavo nell’area attigua, fece un rinvenimento singolare. «Dei cadaveri distesi su strati cinerini, così conservati - scrisse -, ed intatti nelle ossa, che vi s’avrebbe potuto benissimamente istituire l’anatomia. Ma esposti per breve tempo all’aria - osservò ancora - si scomponevano, e si spezzavano facilmente ».

Conclusione del Pacelli fu che «quest’antro fusse veramente un Tempio, un Oracolo, un Ninfeo, e che quei fussero cadaveri de’ Sacerdoti». Riti primordiale legati all’acqua? Certamente le popolazioni messapiche e magnogreche diedero il loro contributo, alla storia come alla leggenda di questo posto. Scendendovi ora, certo non ti aspetti la grande cerva bianca «posta a guardia del tesoro sacro alla  divinità del fonte», né le donne messapiche, sedute nei pressi, intende ad «intrecciare i lor capelli recisi per rendere più forti e solide le corde di scocco degli archi dei loro guerrieri». Ma il luogo è propizio per sostare: non ti apparirà certo una sibilla benché l’antro sia propizio, ma Plinio il vecchio forse… Ecco completa l’opera sua, aggiornandola al Pacelli, al Pasanisi ed al Greco e conclude, citando un latinista locale di età barocca: «En hic sepultus, reviviscit Messapus».