Sei in: 

La chiesa della Purità a Gallipoli

01/07/2010
Nostra Signora dei ««vastasi»

Kalé polis: la bella città: Gallipoli. Ce n’è un’altra, bella città, nel Mediterraneo. È sul canale dei Dardanelli; «è la chiave di Costantinopoli su quello stretto», hanno scritto gli storici. Questioni di campanile – e non solo -, portano a pensare, però, che più “kalé” sia proprio quella salentina, «inaspettato angolo d’Oriente», dicono le guide, benché l’altra sia proprio lì, dove sorge il sole. È più “kalé”, forse perché il suo centro antico, tutto racchiuso in un’isola tra mura fortificate, è un susseguirsi di vicoli e corti, con case che ricordano, nella loro facciata e nella struttura, non solo lo stile, ma anche i colori, e persino gli odori ed i sapori di Oriente.

C’è un bianco intenso, ad Oriente. È lo stesso che caratterizza la facciata seicentesca della Chiesa della Purità. È la chiesa-oratorio della corporazione dei «bastagi», i «vastasi», gli scaricatori di porto, quelli stessi che Jakob Philip Hackert - il pittore prussiano vissuto nella seconda metà del ‘700 che operò a lungo nel nostro paese - ritrasse in primo piano quando in un suo celebre dipinto immortalò Gallipoli. Eccoli, gli scaricatori, appoggiati ad un barcone e pronti a caricare l’olio salentino, mentre alla fonda, sulla destra del dipinto, ci sono le navi che attendono di imbarcarlo.

«Per l’olio Gallipoli era il porto più noto in Europa», hanno scritto gli storici e hanno dimostrato l’assunto spiegando che «a metà ‘600 nella Puglia si producevano circa 37.860.000 litri di olio, 7.570.000 dei quali erano destinati alla Repubblica di Venezia» e Gallipoli si distingueva proprio in questo commercio «facendo crescere l’esportazione dell’oro liquido nell’età moderna, benché i suoi cittadini denunciassero gravi carenze di strutture del porto».

È vero, le navi veneziane attraccavano ai moli dei porti del Sud Adriatico, ma le «navi inglesi, francesi, olandesi, portoghesi, spagnole e nel Settecento anche russe e svedesi, preferivano i porti di Gallipoli e Taranto, più attivi e dotati di attrezzature di sostegno e facchinaggio». Del resto, risalendo il Mediterraneo, da Sud non erano costrette a doppiare il Capo di Leuca e poi c’era il facchinaggio: i «vastasi», appunto.

Queste sono coordinate costanti, sono opinione comune, tanto è vero che nel 1836, quando a Napoli furono pubblicati due interessanti libri su Gallipoli, furono in tanti a rendersi conto del fenomeno. Leggiamo le Memorie istoriche della Città di Gallipoli, scritte da Bartolomeo Ravenna: «Anco sulle mura della Città vi è un’altra bella Chiesa, e Congregazione di Santa Maria della Purità, istituita da Monsignor Montoya. La sua fratellanza è molto numerosa, ed è composta dal ceto de’ facchini. Travagliando costoro al caricamento degli olj, e nella discarica e trasporto di mercanzie, depositano una porzione de’ loro proventi in beneficio della Congregazione, e con tali introiti l’hanno molto abbellita con pitture e indorature, e l’han provvista di arredi sacri. Cogli emolumenti medesimi suppliscono pure a delle sovvenzioni a quei confratelli, che per età, o per malattie si rendono impotenti al travaglio». E poi, quasi fosse un flash di macchina fotografica, ecco Liborio Franza che nella «Colletta istorica e tradizioni anticate sulla città di Gallipoli», completa: «Tra li due bastioni S. Benedetto e S. Francesco vi è la Chiesa della Purità per la classe dei Bajuli. Il quadro della Purità è pittura del Giordano».

Così, mentre il cronista immagina questo brulicare di gente intenta a lavorare duramente, a depositare parte della propria mercede in favore del culto e degli altri confratelli della corporazione; proprio mentre rivede, incappucciati, i sodali della confraternita animare i riti della settimana santa gallipolina, con il culmine nella processione della Desolata nella notte tra il Venerdì ed il Sabato santo, è il bianco della facciata di Santa Maria della Purità che lo distrae, anzi gli dice: «Sei arrivato, è qui che devi sostare». E non soltanto per ammirare la facciata, tutta contornata dal carparo, che delimita anche i due pinnacoli laterali; una facciata sulla quale tre pannelli di maiolica già attirano notevolmente l’attenzione. C’è, al centro, la grande composizione della Madonna della Purità, alla quale dal basso si rivolgono, sul lato sinistro San Giuseppe e su quello destro San Francesco d'Assisi, con le stimmate.

E se il bianco della facciata smorza il respiro, non è che all'interno i sentimenti siano diversi: l'unica navata di cui si compone questa chiesa è un autentico scrigno d'arte, dalla volta al pavimento. Proprio così, perchè se lungo i muri vi è un autentico compendio della Bibbia, Antico e Nuovo Testamento; se ad attirare l'attenzione sono gli stucchi ed un altare maggiore in marmi policromi, è doveroso non avere solo lo sguardo verso l'alto: sotto i piedi del visitatore c'è un altro autentico spettacolo, perchè si va definendo – ancora integro nella sua originalità -, un pavimento di maioliche che non può non destare stupore.

Gli storici hanno scritto, con indubbia efficacia che questa chiesa – assieme alla cattedrale – costituisce «un tipico esempio di barocco gallipolino, dove, nel rispetto di questo stile, si usarono materiali diversi dalla solita pietra leccese, contrariamente a quanto avveniva nel resto del Salento». E come dar loro torto, soprattutto se pensiamo ai tesori d'arte lì custoditi, autentica Biblia pauperum? C'è la Genesi e ci sono i Profeti; c'è l'Esodo e ci sono gli Evangelisti; c'è l'opera di insigni maestri, tra i quali Oronzo Letizia e Liborio Riccio.

Ad un tratto, però, lo sguardo è costretto a fermarsi. Lo si creda, o no, deve farlo per tutelare la mente del visitatore. Lo sguardo, dunque, va a posarsi sull'altare maggiore dov’è la tela raffigurante la Madonna della Purità tra San Giuseppe e San Francesco d'Assisi: proprio come nella facciata. A guardar bene, in basso sulla destra, si legge: “L. G.” e queste due lettere sono intrecciate e seguite da una “F”. E dunque, “Luca Giordano fece”. Già, il grande “Luca fa presto” realizzò il bellissimo dipinto, ora ancor più valorizzato dalle ricerche storiche di Antonio Faita, il quale ha provato l'autenticità dello stesso, consegnando alla comunità degli studiosi e – perchè no? - ai sodali della Confraternita, un documento conservato nell'Archivio Storico del Banco di Napoli. In esso ci sono le parti: mons. Montoya, Luca Giordano e «una Congregazione novamente eretta nella città di Gallipoli sotto il titolo della Madonna Santissima della Purità». C’è il motivo del pagamento della somma: «un quadro con il ritratto di detta Madonna Santissima che l’haverà da copiare dal suo originale et detto quadro ha da essere alto palmi dieci e largo palmi otto con Angeli a torno detta immagine et sotto d’essa ch’haverà da venire pittato San Giuseppe da una parte et San Francesco d’Assisi dall’altro». C’è, addirittura, la destinazione del manufatto finale e la data di consegna: «Qual quadro haverà da servire per l’altare maggiore di detta Congregazione et promette (Luca Giordano) darlo finito di tutto punto fra termine d’un mese da 22 settembre 1663».

E così quel documento risponde a tantissimi interrogativi. Risolve la questione relativa al promotore della Confraternita, che fu certamente mons. G. Montoya de Cardona (1659-1666); conferma, da un lato, la floridezza economica della Confraternita, che si rivolse ad un grande dell’arte di quel periodo; e conferma, dall’altro – se ce ne fosse bisogno - la bravura di Luca Giordano, che alla fine consegnò un capolavoro, non copiato, ma ispirato, se vogliamo, al modello suggerito.

È proprio vero, dunque, ciò che ha scritto di recente Luigi Craducci: «Al vertice dei pensieri degli architetti o scultori (e dei pittori, aggiungiamo noi) era l’obbedienza alla fede in Dio che si coniugava con l’orientamento propiziatorio del mare», quel mare che, a leggere il «Libro Rosso» della Città di Gallipoli del 1507, non doveva essere un grande amico se « guasto et mal securo alli naviganti è schifato et vanno li legni più presto a carricare et discarrecare a Brindisi o a lo porto dietro de san Cataldo de Leze ot in diversi luoghi dei venetiani». Ma 500 anni di distanza, col senno di poi, sappiamo com’è andata a finire: Santa Maria della Purità, infatti, racconta tutta un’altra storia.