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La Centopietre di Patù

01/11/2009
Al pari delle parole di un aedo eterno le cento pietre di Patù raccontano di antiche gesta eroiche nel conflitto tra cristiani e saraceni...

Cento pietre per una rivincita, pur tra diversi errori e sbavature, della storia sull’oblio: forse ci sarà stato anche un giullare di corte o un trovatore che abbia raccontato il gesto eroico del barone Geminiano o Seminiano (come pure lo hanno chiamato), ma se non c’è stato poi l’amanuense, che mette per iscritto la ballata, la narrazione medievale è bella e persa. E delle gesta, così, restano le pietre a testimoniare: non una, ma cento.
Le Centopietre di Patù, tra le tante cose che raccontano, infatti, parlano anche di un nobile o di un militare dal rango elevato, che dir si voglia, di conflitti tra cristiani e saraceni, di un’impresa eroica che, se non trovò versi in endecasillabo adatti a narrarlo, restò nella memoria orale collettiva, prima di trovare qualcuno che ponesse il ricordo per iscritto collegandolo al luogo e - perché restasse segno perenne - ad un monumento di pietre megalitiche nell’estremo Salento, dove il fruscio del vento, il frinire delle cicale nella calura estiva e lo sciabordio delle onde sono tutto un narrare di episodi, che lasciano sospeso il confine tra storia e leggenda.
E dunque per ascoltare questi racconti bisogna giungere fino a Patù, ultimo lembo della penisola salentina, “alle falde dell’amena collina, che domina l’ingresso orientale del Golfo di Taranto”, scrissero i primi geografi del Regno d’Italia, quando dovevano dare contezza del luogo a chi non era mai sceso a Sud. “Sopra Castrignano del Capo”, precisarono, per aggiungervi che Patù è “là dov’erano anticamente i granai degli abitati di Veretum…”. Nel 1859 era indicato come villaggio del Regno di Napoli, e scrissero essere abitato da 1.200 anime, privilegiate custodi di avanzi di “antichi fortilizi” mentre nel 1899 nel contava 1.046.
E probabilmente tra gli antichi fortilizj va annoverato anche questo monumento che alcuni siti internet, dedicati al turismo, indicano come “singolare costruzione di forma rettangolare composta da cento grossi blocchi tufacei squadrati e situata proprio di fronte all’ingresso principale della chiesa di san Giovanni Battista. Nel 1873 - si legge ancora - è stata dichiarata monumento nazionale di seconda classe”.
Le misure? Sembra si sia ristretto, il monumento, perché quelle attuali indicano una lunghezza di 7,20 metri, una larghezza di 5,50 metri ed un’altezza di 2,60 metri, con una copertura a tetto a due falde. Quel magistrato e storico di razza che fu Giovanni Antonucci, invece, nei primi decenni del secolo scorso, riferendo le memorie raccolte da Girolamo Marciano nella sua Descrizione, origini e successi della provincia d'Otranto, e ricordandone l’ubicazione “nel fondo che conserva ancora l’antico toponimo di Campo Re”, riferì una forma rettangolare lunga 7,25 metri e larga 6,17, con un’area interna di mq. 28,14 e con un’altezza interna che “va da un massimo di m. 2,20 ad un minimo di m. 1,80”.
E riferì pure la leggenda medievale, riprendendola dal Marciano. “Si è al tempo delle invasioni dei Saraceni. Costoro sono già riusciti ad occupare le due città ora scomparse di Leuca e Vereto, e minacciano una ulteriore avanzata - scrive -. Ma contro di loro è l’esercito di Carlo Magno che bivacca sul Campo Re. Un capitano, certo Siminiano, è inviato ai Saraceni a parlamentare, ma viene da questi ultimi ucciso a tradimento. I cristiani allora assaltano i nemici, li sconfiggono, recuperano il cadavere di Siminiano e, su ordine di Carlo Magno, edificano «una cappella di cento pietre per suo sepolcro»”.
Insomma, il Basso Salento una Roncisvalle, e il nostro Siminiano come il paladino Orlando, nella famosa battaglia del 15 agosto del 778?
Può darsi, ma secondo altri storici l’episodio non avvenne sotto il regno di Carlo Magno, ma del re di Francia Carlo il Calvo (823-877), del quale raccontano che abbia mandato un esercito, “qui nel Salento, per far fronte all’avanzata dei Saraceni; tuttavia - si legge -, allo scopo di scongiurare la guerra, il signore di questi luoghi, il Barone Geminiano, venuto a conoscenza che, di lì a poco, sarebbero giunte le armate francesi, cerco di trattare con i Saraceni. Questi, però - prosegue quest’altra narrazione -, vigliaccamente, uccisero il Barone: questo atto fu accolto con sdegno e rese inevitabile la battaglia che si tenne il 24 giugno dell’anno 874, giorno dedicato a San Giovanni Battista. I francesi ebbero la meglio sulle armate saracene e riuscirono a recuperare il corpo martirizzato del povero Barone che fu deposto in un monumento funebre costruito con gli enormi massi tratti dalle vicine mura messapiche di Vereto”.
Ma insomma a quando risale quel monumento? È fatto con materiale “di recupero”, si dice. Pietre messapiche, hanno scritto.
“Pochi monumenti di essi ci rimangono ricordati dalla storia, o scoperti dagli studiosi: per citarne uno, la cento pietre di Patù, forse tra più belli e più conservati, ma certo tra più ignorati esempi di architettura pelasgica in Italia”, sostenne invece Luigi Giuseppe De Simone ne Gli studi storici in Terra d’Otranto del signor Ermanno Aar, frammenti in gran parte estratti dall’Archivio Storico Italiano, stampato nel 1888.
E la questione si ingarbuglia, soprattutto perchè sul finire del XIX secolo, quel grande studioso di Bisanzio che fu Charles Diehl, scendendo fino a Patù, osservò e descrisse situazioni memorabili. Vide, quello studioso, una Sant’Anna, madre della Madonna e poi ancora la Vergine che tiene in braccio il figlio, e frammenti di una santa, forse un’Annunciazione e scritte in greco: Aghia, senz'altro. E poi ancora lesse Kyrios. “Tutte queste pitture sono estremamente rovinate - scrisse nel 1894 -; e la figura di Sant’Anna è il solo monumento considerevole che si deve segnalare a Patù”.
“Ci troviamo dunque di fronte ad una costruzione che, per suoi elementi costitutivi, in parte ricavati da edifici dell'antichità classica, si dimostra di epoca medievale”, scrisse l’Antonucci. Gli attuali divulgatori sostengono che “tra il XIII ed il XIV secolo, l’heroon è stato trasformato in thémenos cristiano, luogo di preghiera e di meditazione”, perchè “a questi stessi secoli risalgono gli affreschi in stile bizantino eseguiti sulla parete interna ovest e dei quali ormai restano solo pallide tracce”. Insomma, la tomba monumentale (heroon) divenne luogo sacro pertinente ad un santuario (thémenos, con riferimento alla chiesa vicina?) e c’è però sempre Antonucci che afferma: “la Centopietre è una laura, costruita tra il sec. VIII e il sec. IX con materiali di ricupero; in essa trovò pace tra le diuturne preghiere qualche venerabile eremita basiliano; e poscia divenne oratorio, rustico oratorio, che i fedeli del luogo, seguendo una consuetudine bizantina, decorarono in tempi successivi con immagini sacre”. Citava monumenti similari, l'Antonucci, riscontrabili in tutta l'area del Mediterraneo. E sulla scorta delle misure che descrivono un luogo certamente non luminoso e basso di volta, induceva a riflettere su fede e riti legati a Bisanzio, con uomini “che hanno l’animo come ripiegato su sé stesso, per la paura del peccato, pel terrore del mondo, per la severità di Dio”, scrisse.
Ed il Barone Geminiano? Nessuno che lo abbia ricordato per davvero. L'Ariosto che pure scrisse: Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori,/ Le cortesie, l'audaci imprese io canto/ Che furo al tempo che passano i Mori/ D'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto..., evidentemente non seppe di quanto accadde in Terra d'Otranto. Così pure Boiardo, che invitò: Signori e cavallier che ve adunati/ Per odir cose dilettose e nove,/ Stati attenti e quïeti, et ascoltati/ La bella istoria che 'l mio canto muove.