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La bardatura dei cavalli

25/01/2011
Uarnamièntu (finimento), plurale uarnamiènti, è ciascuno degli elementi della bardatura del cavallo o di altro animale da sella, da soma o da tiro.
Quest’insieme di cinghie, strisce di cuoio, funi, catenelle, fibbie, tirelle, attrezzi, ecc. servivano, e servono ancora, per bardare, imbrigliare, guidare e attaccare l’animale al carro (traìnu), al calesse (sciarabbà), all’aratro o ad altro strumento agricolo (es. traja = erpice). Erano intagliati e cuciti interamente a mano, con l’aiuto della morsa di legno, e venivano ricavati dalla pelle del bue opportunamente conciata. La lavorazione del cuoio rappresentava, nel tempo passato, una delle attività artigianali del Salento molto fiorente.
L’artigiano che fabbricava o riparava questi finimenti era conosciuto con l’appellativo di uarnamintaru (sellaio).
Tra i documenti relativi alla cultura materiale della civiltà contadina, che  il nostro museo della civiltà del vino Primitivo conserva ed esibisce,  passeremo in rassegna e tratteremo  dei finimenti, che erano corredo degli animali utilizzati dal contadino per i lavori dei campi  e dal carrettiere (trainièri) per i vari servizi da trasporto, a volte anche su lunghe distanze.
L’equipaggiamento essenziale di finimenti, utilizzato soprattutto per lavori agricoli pesanti quali aratura, trebbiatura di cereali e legumi, o il tràino di grossi carichi (utti = botti, tinàcci = bigonce, uccetti = conci di tufo, terra, ecc.), comprendeva: capézza (testiera), cuddàru (collare), uardèlla (bardella) e praca (imbraca).
La testiera (capézza) si metteva alla testa dell’animale, sistemata a forma di museruola; era composta essenzialmente da strisce di cuoio una delle quali passante sopra la nuca, dal frontale, da un sottogola (sottacanna) e dalle sguance che terminavano nel portamorso (sirretta) delle briglie. Le strisce di cuoio erano tenute insieme da anelli metallici. Attaccati alle sguance vi erano i paraocchi (acchjàli), schermi di cuoio che impedivano la vista laterale, restringendo il campo visivo e impedendo all’animale di imbizzarrirsi o  adombrarsi.
Il collare (cuddàru), l’elemento più composito dei finimenti, dalla forma ovale, abbastanza pesante, era fatto di cuoio tagliato piegato e cucito indi riempito di borra a diversi strati e finito con paglia. Veniva posto al collo dell’animale nell’attaccarlo al carro o nell’apprestarlo alla bisogna per i lavori agricoli. Ai due lati del collare erano posti due assi di legno (fiškàri), talvolta intagliati, muniti di cinghie e con grosse asole (cuèi) per fissare le stanghe. Sfruttando l’appoggio saldo e combinato del collo e del petto della bestia, si otteneva il massimo della forza da imprimere nell’azione.
La bardella (uardèlla) era una specie di piccolo basto o sellino, composto da una forma di legno imbottita,  ai cui lati si attaccavano le stanghe del carro, dopo che questo era stato assicurato all’animale per mezzo di una  robusta cinghia di cuoio (sottapànza) con grosse fibbie metalliche. L’imbottitura (pannièddu), poggiante sul dorso della bestia per non fare eccessiva pressione ed evitare escoriazioni o piaghe, era di paglia e crine da tappezziere. Veniva racchiusa in tela ruvida (canòdda), confezionata con pelo di capra e tessuta al telaio domestico. Funzione della bardella (uardèlla) era quella di mantenere in equilibrio le stanghe e sostenere il peso del carro sul dorso del cavallo, aiutata anche da due grosse cinghie (cignùni).
L’imbraca (pràca), il finimento che copriva in gran parte la groppa dell’animale, era composta da diverse corregge di cuoio, unite mediante grossi anelli di ferro, di cui la più importante, larga e a più strati passava posteriormente alle sue cosce. Attaccata alla bardella (uardèlla), al posolino (cutìnu) e alle tirelle (taràntuli), serviva a trattenere il carro nelle frenate, in discesa, a causa dello spostamento in avanti del peso, e a proteggere di conseguenza l’animale dall’inginocchiarsi. Permetteva inoltre di poter eseguire le manovre di marcia indietro. Il posolino (cutìnu detto anche sottocoda)  striscia di cuoio fermata posteriormente alla bardella e all’imbraca per mezzo di un uncino o di una fibbia, consisteva in una specie di cuscinetto in crine che passava sotto la coda del cavallo; si usava più spesso con il calesse.
A questa dotazione di finimenti detta a uarnamièntu sanu (finimento completo) si contrapponeva quella a mienzu uarnamièntu (finimento ridotto) che utilizzava il pettorale (pittirràli) al posto del collare (cuddàru). Il pettorale (pittirràli), usato per il tràino di carri leggeri, per la carrozza o per il calesse, e per lavori agricoli più lievi consisteva in  una robusta e grossa striscia di cuoio, a più strati e talvolta imbottita, che veniva posta trasversalmente al petto degli animali. Era attaccata alle tirelle, affibbiata alla bardella e collegata con una cinghia al sottopancia e consentiva di tirare più agevolmente e con altrettanta forza.

(continua)