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L’olio e l’olivo nell’antichità (II).

25/07/2013
Solone, il semi-mitico legislatore ateniese, promosse l'olivicoltura in Attica e vietò l'abbattimento degli olivi. Partì dalle sue leggi (fine del VII secolo a.C.) una tragedia dell'Attica, che la coltivazione intensiva dell'olivo, accoppiata ad un altrettanto intensivo disboscamento, rese meno resistente all'azione dilavante delle piogge e meno ferace. Già nel IV secolo a.C. Platone contrapponeva desolato il candore abbagliante del calcare nudo dei campi e delle rupi della regione alla tradizionale feracità ed all'abbondanza di pascoli e boschi del passato.
Sugli olivi dell'Attica vigilavano per conto dell'Areopago ateniese gnomones (ispettori) ed epimeletai (sorveglianti), e per l'abbattimento di un olivo vivo e fruttifero era prevista la pena di morte. Erodoto narra che all'indomani della presa dell'Acropoli di Atene da parte dei Persiani « accadde che l'olivo fosse bruciato nell'incendio del tempio da parte dei barbari, ma il mattino dopo (...) quando gli Ateniesi, incaricati dall'arconte di offrire un sacrificio, ascesero al santuario, videro che un germoglio alto un cubito era spuntato da un tronco »: il pollone dell'olivo sacro – « albero invitto che da rinasce », come lo celebrerà Sofocle - garantisce rinascita alla città d'Atene.
Con fronde d'olivo erano coronati in Ellade i vincitori dei vari giochi, ed anfore d'olio erano il premio per gli atleti ad Olimpia e ad Atene per le Panatenee. Anfore panatenaiche d'olio sono state rinvenute nella tomba dell'atleta tarantino esposta attualmente nel Museo nazionale archeologico della Magna Grecia, a Taranto; atleta nel quale si vorrebbe vedere il celebre Icco, trionfatore anche alle Olimpiadi (ma la cronologia delle anfore e le analisi sullo scheletro escludono la suggestiva identificazione). Quest'olio, proveniente dalle moriai, gli oliveti sacri dell'Attica, non poteva essere esportato se non dai vincitori dei giochi.
L'olio di oliva serviva essenzialmente quale cosmetico: aveva azione detergente e, addizionato di aromi, fungeva da unguento e profumo; era poi base per la preparazione di farmaci veri e propri (veniva anche assunto oralmente in caso di avvelenamento o di disturbi digestivi); serviva per l'illuminazione di templi ed are votive (con piccole lampade, perché era costosissimo), secondo un uso derivato dai Fenici. Delle virtù terapeutiche dell'olio d'oliva hanno trattato, tra gli altri, Ippocrate, Galeno, Dioscoride. Il suo uso alimentare era nell'Ellade arcaica estremamente limitato, al contrario delle olive, che furono sempre molto apprezzate dai Greci, variamente condite o ridotte in una sorta di pasta (la sampsa) che veniva mangiata col formaggio. Plutarco racconta che quando si piantò la tenda di Alessandro il Grande presso il fiume Oxo scaturì dal terreno una fonte di olio limpido e chiaro: gli indovini ne trassero il preannunzio di una guerra difficile ma gloriosa, poiché, dissero, l'olio è stato dato dagli dei per lenimento della fatica. Catullo, nella sua versione della Chioma di Berenice di Callimaco, riporta i nomi (purtroppo non gli ingredienti) di numerosi unguenti ed olii balsamici.
L'austera Sparta guardava con sospetto i fabbricanti di unguenti, considerati « corruttori di olio », perché per gli Spartiati le proprietà detergenti, medicamentose e cosmetiche dell'olio d'oliva puro erano più che bastevoli (ed il tardo moralista latino Persio, vissuto sotto Nerone, deplorava anch'egli che si « corrompesse » l'olio con aromi), mentre su letti di foglie d'olivo i Lacedemoni adagiavano i defunti.
In tutta l'Ellade l'olio d'oliva e le fronde d'olivo erano usati nei riti funebri; con olio erano anche ritualmente unte le statue degli dei; offerte d'olio in anfore particolari, le bianche lekythoi (effigiate anche in stele funerarie), facevano parte dei corredi funerari.
Gli Elleni trasferirono nelle colonie le tecniche colturali dell'olivo: l'Italia meridionale, la Sicilia, l'Africa settentrionale, le coste mediterranee di Francia (limitatamente al territorio di Marsiglia, almeno in un primo tempo) e Spagna divennero ben presto aree di estesa olivicoltura; anche i Fenici impiantarono pingui oliveti a Cartagine e in Spagna, sicché tra il IX ed il VII secolo a.C. l'intero bacino mediterraneo fu tutto un fiorente oliveto: le testimonianze archeologiche e numismatiche smentiscono così Erodoto, che riteneva che nella metà del V secolo solo in Attica vi fossero olivi, e Plinio, che citando l'agronomo Fenestella affermava che all'inizio del VI secolo a.C. in Italia in Africa in Spagna vi fossero olivi.
Questi oliveti, a dire il vero, producevano più olive che olio, perché, per un curioso paradosso, se l'olio d'oliva fu sempre, in gastronomia, un condimento caro e riservato alle classi agiate, le olive (specie quelle più o meno leggermente malandate) furono un classico cibo povero, altamente energetico ed a basso prezzo.
Tra le colonie greche in Italia, Taranto impiantò almeno a partire dal VII secolo a.C. pingui oliveti nel suo territorio, e poi in quello di Eraclea, producendo un ottimo olio; tale che, in epoca romana, non cedeva a quello - famoso e reputato il migliore in assoluto - di Venafro. Satiri coronati d'olivo e la civetta sacra a Pallade su un ramo d'olivo compaiono su dracme e stateri tarantini fin dal VI secolo, e celebri erano in tutto il mondo conosciuto i balsami e gli unguenti tarantini; d'altra parte, Taranto era la capitale riconosciuta della dolce vita nell'antichità.
Verso la metà del I secolo d.C. l'Italia nel complesso era ormai il massimo produttore mondiale di olio d'oliva, mentre un secolo prima importava ancora olio, in particolare dalla Spagna e dall'Istria.
Roma conobbe l'olio tramite gli Etruschi e, soprattutto, i Greci d'Occidente, i magnogreci, i quali probabilmente avevano trasmesso le tecniche colturali olivicole agli Etruschi stessi.