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Là dove San Pietro ferma il tempo

01/07/2005
un’antichissima chiesa rurale dedicata al Santo, a Crepacore, nei pressi di Torre Santa Susanna

Ci sono luoghi nei quali anche la persona più distratta avverte, come per incanto, che l’attimo presente coincide con la storia. Non il cosiddetto «tuffo nel passato»; qualcosa di più: la percezione che il tempo è fermo... Se poi in quel luogo ci si imbatte nella stagione estiva, con il sole che picchia, le cicale che friniscono, ed il vento caldo che spira deciso, sembra addirittura normale che qualcuno, armato con le fogge di un soldato bizantino o longobardo, possa apparirti di lì a qualche metro. Perchè, però, proprio quei fantasmi di soldato e non altri? Perchè quel luogo, in cui il presente è storia, è Crepacore e, pur parlando di un’umanità lunga millenni, è soprattutto a quel lungo (e per tanti versi poco esplorato) medioevo salentino, che fa particolare riferimento, sito di confine com’era tra l’area di influenza greca e quella longobarda, posta – dicono gli studiosi – lungo quel «Limite dei Greci», che tante menti ha appassionato alla ricerca.
Siamo a 4 chilometri fuori dall’abitato di Torre Santa Susanna, sulla via per Mesagne, presso masseria «Le Torri» e dalla strada già si vedono le vestigia di un’antica chiesa dedicata a S. Pietro.
Qui c’era un casale, ma prima c’era una villa rustica romana e probabilmente un sito messapico e, ancora prima, un insediamento del bronzo recente. Il casale era in un luogo rilevante, visto che era ubicato a ridosso del crocevia tra la strada che congiungeva Taranto ad Otranto e quella che collegava Taranto a Brindisi attraverso Manduria e Mesagne. C’era acqua, terra fertile ed il terreno con qualche altura faceva il resto…
Da qui, scrisse la storiografia secentesca, passò Annibale; qui, aggiunsero altri, sostò S. Pietro, sbarcato a Chidro per raggiungere Roma, e vi riposò una notte. Oltre le leggende, una cosa è certa: Crepacore è presente su tutte le mappe topografiche antiche e la vicinanza di contrade, che si chiamano «Camarda» e «Farai» o «Maracciccappa», dice esattamente che ci si trova lungo quel confine famoso, tra tende bizantine (Camarda), guarnigioni di militari (Farai) e doni della prima notte (morgengabio).
E di quel periodo è la chiesa di S. Pietro: ha la forma di un edificio a pianta basilicale, sormontato da due torri, che nascondono le cupolette a trullo. L’interno della chiesa, con una considerevole zona absidale, è costituito da un ambiente a tre navate. Fin qui tutti d’accordo, ma poi, ecco che confrontandosi con le misure e con il loro linguaggio simbolico, le strade degli studiosi divergono: «è bizantina!», dicono alcuni; «stile longobardo-beneventano», concludono altri. Ma quando si è dentro la chiesa, sono gli affreschi a rapire il visitatore. Nell’abside ci sono i resti dell’Ascensione, con 17 figure; all’interno di una nicchia c’è l’arcangelo Raffaele; e poi altre dodici figure con i nomi degli evangelisti scritti nell’aureola, e ancora gli apostoli. Gli studiosi, da alcuni attributi iconografici, li datano al X secolo. E torniamo nell’abisde: più in basso, alla destra del Cristo, contrariamente alle scritte in greco, troviamo affrescato il nome «Petrus» ed un uomo che cinge le chiavi: è il titolare della chiesa, dipinto secoli dopo e poco ben conservato. Nella sorte di essere poco visibile, è accomunato alla «Panaghìa», affrescata poco oltre con lo sguardo rivolto al Cristo.
Si resta per ore in quel luogo. Le ore? Cosa saranno mai, a Crepacore, dove il tempo è fermo? Ed il visitatore attende in chiesa. Ma chi? Forse, il guerriero che non verrà. Ed allora esce a gira intorno alla chiesa ed il mistero è svelato: il guerriero non verrà perché probabilmente sepolto in uno di quei tumuli, trovati in scavi recenti, o in uno di quei sarcofaghi, dai simboli incisi. Quel guerriero sarà «Barbatus», come si legge su una pietra. Certamente non sarà quella «Anastasia» che - come fecero scrivere i suoi all’atto della sepoltura - «BIBA IN D(E)O SEM(PER)», mescolando insieme caratteri greci e latini, rendendo la nostra Natascia l’esempio più vivo di comunità diverse che, al di là degli scontri, forse preferivano incontrarsi, confermando che il Salento è terra in cui hanno convissuto popoli diversi.