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Incontriamo Daniele Cernilli il Doctor Wine

25/07/2013
Daniele Cernilli, laureato in filosofia, giornalista professionista, direttore del magazine on line Doctor Wine, managing director di Spirito di Vino, Maestro Assaggiatore Onorario dell’Onav. Erede fra pochissimi di Luigi Veronelli, al quale lo lega anche il comune studio della filosofia. Infatti, ha insegnato storia e letteratura per poi trasformare il suo amore per cibo e vino nella sua professione. Giornalista professionista collabora regolarmente con diverse testate giornalistiche oltre ad aver pubblicato libri tecnici di divulgazione, di degustazione e analisi dei vini. Nel 2006 ha pubblicato per l'editore Einaudi il volume Memorie di un assaggiatore di vini, nella collana Stile Libero. Cofondatore del Gambero Rosso nel 1986, che ha lasciato nel 2011, curatore della Guida dei Vini d'Italia per 24 edizioni, ( a lui si deve l'ideazione della classificazione dei vini in bicchieri da uno a tre, e l'invenzione del premio dei tre bicchieri per i migliori vini valutati su quella guida), direttore del magazine Gambero Rosso, personaggio televisivo alla guida del Gambero Rosso Channel per diversi anni. Docente dei corsi professionali alla Città del Gusto di Roma e presso l’Associazione Italiana Sommelier, della quale è Socio Onorario. Ha vinto diversi premi per il suo contributo alla diffusione della cultura enogastronomica tra cui la targa d'Oro dell'Associazione Enotecnici nel 1999 ed è stato incluso nella classifica di Decanter tra le 50 persone più influenti nel mondo del vino (2007). Nel 2011 ha ideato il sito web www.doctorwine.it. Dal maggio del 2012, ha iniziato la collaborazione con "Sette" il settimanale supplemento del "Corriere della Sera".

1. Chi o cosa ti ha portato nel mondo del vino e cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Nel mondo del vino mi ci ha portato la passione per la geografia e per le tradizioni contadine. In fin dei conti il vino si esprime in una grande geografia di sapori, di odori e di colori, che dipendono dal vitigno, dalla tecnica di vinificazione e, moltissimo, dai luoghi e dai climi nei quali le diverse uve maturano. Poi ho incontrato grandi maestri che mi hanno indicato una strada. Luigi Veronelli, di sicuro, ma anche Isi Benini, Giacomo Tachis e Franco Colombani, il “mio” presidente dell’Ais quando ero all’inizio del mio percorso nel mondo del vino.

2. E’ pacifico che internet oggi la possibilità ai produttori di spiegarsi, di far capire meglio il proprio vino, com’è fatto, da dove viene e perché viene prodotto. Quanto la rete da una mano alle Cantine per comunicare direttamente con il mondo, smentendo o concordando opinioni e interpretazioni dei cosiddetti ‘guru’.

Il web è uno strumento. , appunto, una possibilità di comunicazione. Come un cacciavite ed un martello danno la possibilità di costruire qualcosa. Poi tutto è nelle mani di chi li usa. Se non si hanno conoscenze o competenze adeguate può essere persino controproducente e fuorviante perché consente una comunicazione “orizzontale” dove tutto ha lo stesso valore immediato. Ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Senza troppi controlli. Questo può creare confusione nei lettori. Il problema nel futuro sarà quello di “gerarchizzare” le informazioni, evitando che il massimo delle notizie diventi il minimo dell’informazione a causa della confusione che si determina. Perciò, benissimo internet, grande mezzo democratico se ben indirizzato, ma non facciamone un mito, perché i problemi ci sono anche .

3. Come è cambiata la geografia del vino Italiano oggi?

Da trent’anni anni a questa parte la produzione è calata del 40% ed il consumo del 50%, e questi sono dati impressionanti. Il Sud è migliorato molto qualitativamente, ma in Sicilia, ad esempio, meno del 30% del vino prodotto è imbottigliato ancora oggi, che è la metà circa del dato nazionale. Le regioni classiche, Piemonte, Veneto e Toscana, mantengono la loro leadership, soprattutto nell’export. Sul mercato interno assistiamo invece ad un’evidente localizzazione nei consumi, e qualche regione del Sud sta crescendo, come la Puglia, la Sicilia e la Campania.

4. In occasione della celebrazione dei 50 anni della legge sulle Doc, qualcuno ha provocatoriamente suggerito di sfoltire le 330 Doc, 73 Docg e 118 Igt d’Italia. Cosa pensi al riguardo, ci sono troppe denominazioni in Italia?

Sono d’accordissimo. Esistono molte Doc inutili e disattese. Basti pensare che l’80% della nostra produzione è rappresentato da appena 88 denominazioni. Io vorrei sapere quanti fuori dalla Sardegna sanno cos’è il Mandrolisai, o fuori dalla Toscana il Bianco della Valdinievole o dell’Empolese. E in Puglia, una Doc Salento non potrebbe ricomprendere molte delle denominazioni minori? Nardò, Squinzano, Copertino, Matino? Io capisco l’orgoglio e lo spirito di appartenenza, ma immaginate cosa accade quando ad un importatore cinese, indiano o brasiliano si deve spiegare la differenza fra due vini a base negroamaro prodotti in due paesi del Salento che distano fra loro pochi chilometri. Già fa fatica a collocare l’Italia, con un po’ di difficoltà si può spiegare cos’è la Puglia e il Salento come sua zona meridionale, con precise caratteristiche. Ma la differenza fra uno Squinzano ed un Matino è impossibile da far capire, vi assicuro.

5. Quali sono le principali potenzialità collegate alla trasformazione di un vino/territorio in un brand?

Questo è un discorso importante. Pensate allo Champagne, e da noi al Brunello di Montalcino e, più di recente, alla Franciacorta. Sono esempi di territorio e di vino che diventano un brand. Se non si riesce a creare un brand aziendale per mille motivi, non ultimo quello della piccolezza delle aziende vinicole italiane, l’unica chance è di lavorare insieme e territorialmente, creando un brand in quel modo.

6. Come comunicare il nettare di Bacco domani?

Non utilizzando mai termini come “nettare di Bacco” ad esempio. La retorica e l’autoreferenzialità sono cose del passato. Steve Jobs diceva che siamo nell’era della semplificazione, ricordiamocelo sempre.

7. Hai apprezzato la scelta operata da Parker per la successione a The Wine Advocate, che è caduta su Monica Larner, una delle colonne di Wine Enthusiast, definendola “cosa che non guasta affatto in un mondo ancora troppo declinato al maschile”. Come vedi il mondo del vino al rosa?

Come un segno dei tempi. All’epoca degli Antichi Romani le donne sorprese a bere vino venivano uccise. Almeno in questo le cose sono molto migliorate oggi. Il mondo femminile è ricco di produttrici, di she wine critics, di sommelière brave quanto e più dei loro colleghi maschi. Da Madame Lalou Bize Leroy ad Anne Claude Leflaive, da Corinne Mentzelopoulos a Laurence Faller, da Marimar Torres ad Helen Turley. Fra le maggiori wine critics ci sono Jancis Robinson, Serena Sutcliffe, Sarah Kemp, ed ora anche Monica Larner. In Italia Eleonora Guerini. E tra le produttrici Elisabetta Foradori, Patrizia Felluga, Donatella Cinelli Colombini, Francesca Planeta, per citarne solo alcune note a tutti.

8. In Vinitaly, anche quest’anno, sei stato protagonista del ‘Taste Italy by Doctor Wine’, evento-degustazione che presenta alla stampa e agli operatori esteri l'eccellenza italiana, nella galleria tra i padiglioni 10 e 11. Il comparto del vino nel suo complesso, tiene, ma ritieni che lo stesso stia adottando una strategia ‘mirata’ per affrontare il mercato, in particolare quello estero?

In Italia parliamo tanto di “strategie” forse perché non abbiamo le idee chiare e ci piace tanto chiacchierare. Ogni mercato va affrontato con una strategia specifica. Tradizioni diverse, maturità commerciale diversa, conoscenza del vino diversissima. Poi il “comparto del vino” è un termine del tutto teorico. Una grande cooperativa, un imbottigliatore e un vitivinicoltore hanno approcci diversi, e aggiungerei per fortuna. Io guarderei alla Francia per capire qualcosa. c’è una lucidità estrema e sinergie vere fra pubblico e privato. Noi abbiamo l’Ice che si deve occupare di tutto l’export, “tacchi, dadi e datteri” dicevano Cochi e Renato una volta. Buonitalia è miseramente, e colpevolmente, fallita. Sento improbabili proposte sull’uso delle Ambasciate come centri per la promozione, cosa che non fa nessuno al mondo e forse un motivo ci sarà. Le uniche cose che hanno funzionato sono iniziative private, in parte finanziate con fondi ocm. Ma se continueremo ad andare in giro in ordine sparso, casuale e senza alcun concreto supporto pubblico, non vedo bene il nostro futuro. L’export del vino italiano, che va ancora bene, è per l’80% in Usa, Germania e Gran Bretagna. Cina, Brasile, India, i mercati nuovi, insomma, rappresentano briciole. In Cina l’import vinicolo è coperto dalla Francia per il 55% e dall’Italia per il 3% scarso. E’ questo il futuro che ci aspetta. Nel frattempo la stragrande maggioranza dei nostri politici si riempiono la bocca con le “eccellenze italiane”. Ma ci rendiamo conto?

9. Proprio all’ultimo Vinitaly, insieme alla conferma delle star Veneto, Piemonte, Toscana, un imprevedibile exploit per la Puglia, forse la regione emergente in questi ultimi due o tre anni, come interpreti questo successo della regione e del Primitivo di Manduria in particolare?

Il Primitivo ha due elementi che lo aiutano. Il primo è che negli Usa c’è lo Zinfandel, che è più o meno la stessa uva, quindi alcuni consumatori “evoluti” ne conoscono le caratteristiche. Il secondo è che somiglia vagamente all’Amarone, che è oggi il vino di alta gamma che sta avendo più successo all’estero, e in particolare nei paesi anglosassoni.

10. Chiude l’incontro la domanda di rito, cos’è per Daniele Cernilli il vino?

Una metafora della vita...e della vite.