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Il quadrilatero dei presepi su tela

02/04/2013
Terra singolare, il Salento. Lo riscontri anche in questo Natale, quando è addirittura il Papa a far comprendere di che pasta siamo fatti. Non che Benedetto XVI venga qui – c'è stato nel 2008 – ma se andiamo in giro per «presepi di tela» con il suo ultimo libro in mano, è facile rendersi conto di quanto antico e profondo sia stato il nostro osservare ed il nostro essere capaci - attraverso l'arte delle chiese salentine - di andare «oltre il velo» e capire il mistero dell'Incarnazione - momento decisivo, per chi ha fede; evento da apprezzare artisticamente, per tutti – proprio grazie alla «Biblia pauperum» di tele ed affreschi.
Quante generazioni, pur non sapendo leggere, riuscivano a comprendere quel mistero fra trasmissione orale (di conoscenze e fede) e dipinti sugli altari dei luoghi di culto! Ed ora, anche se non tutto sembra più semplice, almeno è più apprezzabile, di sicuro più comprensibile.
Se questa osservazione è valida ovunque, non occorre percorrere tutto il Salento per verificarlo: questa volta basta fare tappa in un piccolo triangolo del Tacco estremo, tra Martano, Presicce e Tricase, magari allargando il poligono, rendendolo un quadrilatero, per comprendervi anche Barbarano, frazione di Morciano di Leuca. Prima di scendere, tuttavia, leggiamo alcune righe de «L'infanzia di Gesù», terzo volume della sua trilogia su Gesù di Nazaret, scritta da papa Ratzinger: «Gesù non è nato e comparso in pubblico nell’imprecisato “una volta” del mito. Egli appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente indicato: l’universale e il concreto si toccano a vicenda». Ancora: «Maria avvolse il bimbo in fasce», e «il bimbo strettamente avvolto nelle fasce appare come un rimando anticipato all’ora della sua morte: Egli è fin dall’inizio l’Immolato, come vedremo ancora più dettagliatamente riflettendo sulla parola circa il primogenito. Così la mangiatoia veniva raffigurata come una sorta di altare». Inoltre, «la mangiatoia diventa un rimando alla mensa di Dio a cui l’uomo è invitato, per ricevere il pane di Dio».
Prima tappa Martano, dunque. Ci si ferma nella Chiesa Matrice, dedicata all'Assunta, elogio architettonico delle maestranze neretine e del connubio tra riti cristiani d'Oriente e d'Occidente. Qui vi è una tela di inizi Ottocento (fig. 7), che regge degnamente il confronto, benchè di anonimo artista, con altre opere di pittori più noti, da Fracanzano a Tiso. Sembra la riproduzione, in grandi dimensioni, di quei santini tanto apprezzati dalla pietà popolare, allora, e dai collezionisti, adesso. La scena dell'adorazione dei pastori è tutta «rubata» dal gesto della Vergine, che solleva con la destra un panno candido, reso ancor più luminoso da chiarore della fetta di luna, che si staglia in alto nel cielo, sotto l'angelo che reca il cartiglio del «Gloria in excelsis». Ogni sguardo di contemplazione o stupore, dentro e fuori il quadro, converge tuttavia sul Bambinello benedicente: suscita davvero tenerezza il suo sollevarsi dalla mangiatoia reggendosi sul gomito del braccio destro, mentre fissa con lo sguardo gli occhi del pastore corpulento che gli è di fronte.
La purezza dello sguardo del Dio-bambino incrocia quella dell'umile pastore, interprete delle tante generazioni di salentini, che hanno contemplato con i loro occhi lo sguardo del Cristo che nasce.
Ed ora, via: rotta verso Presicce, dove bisogna fermarsi con calma ad ammirare gli affreschi nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli; quindi sostare nella Chiesa matrice ed in quella del Carmine. Restiamo fuori dal centro urbano, a “Pozzo Magno” (o Pozzomauro), dove appunto si trova il complesso francescano – chiesa e convento – di S. Maria degli Angeli. Volete che in un luogo francescano non ci sia un presepe? A dire il vero, qui, ne troviamo due... affrescati. Meglio: troviamo i due momenti forti dei «Vangeli dell'Infanzia», tra la Natività e l'Adorazione dei Magi (fig. 1 e 2).
Nella chiesa, con pianta a croce latina commissa ad unica navata, infatti, ecco sull'altare addossato due scene davvero singolari, eloquenti per quei fedeli, che iniziarono a contemplarle ad inizi del Seicento. Innanzi tutto, si coglie il messaggio «mariologico», con il Bambino che, adagiato nella mangiatoia di giunco intrecciato, indica la madre, coprotagonista della «Storia della salvezza». Colpiscono gli sguardi dei pastori: c'è quello, a sinistra, che scruta il cielo per guardare la stella e c'è chi rivolge gli occhi al cielo, a destra, magari prestando attenzione agli angeli, che hanno dato loro l'annuncio. Colpisce la presenza di due agnelli sulla scena: uno è sulle spalle del pastore subito dietro a San Giuseppe, l'altro è ai piedi del Bambino, adagiato sul dorso e con le zampe legate, quasi vittima sacrificale. Sarà la recente lettura offerta anche dal Papa, ma quel pastore con l'agnello sulle spalle ricorda tanto la parabola del «Buon pastore», mentre l'agnello ai piedi di Gesù sembra una profezia della missione di quel Bambino, che sarà «l'agnello». Vengono in mente le parole del Vangelo di Giovanni e la scena del Battista che «vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l'Agnello di Dio, ecco Colui che toglie il peccato del mondo! Ecco Colui del quale io dissi: dopo di me verrà un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me”» (Gv 1,29-30). Insomma, quell'affresco sembra un compendio di Sacra Scrittura: c'è Antico e Nuovo testamento e l'anonimo frescante è stato altrettanto eloquente nel comunicare la fede. Di più: notiamo quell'arco a tutto sesto. Esso delimita la nuova éra determinata dalla venuta al mondo di Gesù Cristo, uno spartiacque nella storia umana.
E se Gesù si presenta subito agli «ultimi» della terra, va ben ricordato che egli, re, viene riconosciuto come tale dai saggi del mondo, capaci di cogliere il «nuovo», annunciato dalla stella. Così, proprio accanto all'affresco della Natività, ecco quello dell'Adorazione dei Magi. A sinistra il Bambino - ritto in piedi sulle ginocchia della Vergine Regina, nudo e a gambe divaricate, in atto benedicente – dimostra tutto il suo essere regale innanzi ai sapienti della terra, qui proprio rappresentati da Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, rispettivamente simbolo della razza semitica, camitica e giapetica, i quali, genuflessi o col capo inchinato, offrono oro, incenso e mirra, simbolo rispettivamente di sovranità, divinità ed umanità di una vita mortale.
E con questa scena affrescata ancora viva negli occhi è agevole spostarsi nella Chiesa matrice della cittadina, dove attende il visitatore un'altra «Adorazione dei Magi», quella realizzata nel 1781 circa, attribuita a don Oronzo Tiso, quel sacerdote leccese famoso per quantità e qualità delle opere lasciate nelle chiese salentine.
Rispetto all’affresco visto poc’anzi, qui la scena è ribaltata: la Vergine e il Bambino sono a destra, mentre i Magi, da sinistra, porgono i loro doni. Colpisce subito l’umiltà del sapiente con le insegne regali (la stola di ermellino), mentre porge il dono al Re dei Re, il quale è reso dal Tiso con altrettanta disarmante autorità nella dolcezza dei lineamenti, con appena delineata, alle spalle, la figura di san Giuseppe, quasi a descriverne la paternità putativa ed il suolo vigile e silente. Un discorso a sé merita il volto della Vergine: è lì la firma del Tiso. Si provi a comparare il volto di Maria, in questa Adorazione dei Magi, con i tanti volti dei quadri dell’Assunta – il tema pittorico più caro all’artista – che don Oronzo realizzò nel Salento. Anche il meno aduso a frequentare i temi dell’arte sacra si renderebbe conto della estrema somiglianza, quasi della sovrapponibilità delle immagini, tutte rispondenti ad un preciso canone artistico.
E non si può andare via da Presicce senza che si sia apprezzato, nella chiesa del Carmine, l’ovale della “Natività”, databile al 1801 e realizzato con ogni probabilità dalla ruffanese Maria Rachele Lillo (1768-1845). Era figlia d’arte, la pittrice, e in questo dipinto sembra consolidarsi, se non un debito, una riconoscenza nei confronti del padre Saverio, che pure realizzò notevoli opere d’arte sacra. Qui sembra esserci un preciso riferimento ad una Adorazione dei pastori di grandi dimensioni, che Saverio Lillo realizzò a Mesagne per la chiesa matrice e che, da qualche decennio, è conservata nella Parrocchia della SS. Annunziata.
Il gesto della Madonna che apre il telo candido, mostrando ai pastori il frutto del suo grembo; l’impaginazione complessiva del dipinto e la devozione dell’atteggiamento orante dei pastori sono tutti elementi di una comunanza di stili, tra padre e figlia, certamente graditi alla committenza salentina tra fine sec. XVIII e metà del sec. XIX.
Adesso, tuttavia, è tempo di recarsi a Tricase. Da Presicce ci sono 12 chilometri appena. Nemmeno il tempo di prepararsi all'evento, chè siamo già nella Chiesa di San Domenico, uno scrigno d’arte con tele di Lillo e Catalano, Zimbalo e Toma. Qui c’è una anche “Natività” che ha bisogno di restauri e che esprime – se leggiamo bene la tela – un concetto teologico piuttosto raro a vedersi. Colpisce il gesto del Bambinello che si manifesta ai pastori sollevando ambo le braccia; stupisce lo sguardo di Maria e Giuseppe che contemplano il Figlio di Dio, ma soprattutto fa riflettere quel fascio di luce che dall’alto della tela si irradia sulla mangiatoia. “Ella concepì di Spirito Santo”, dice la Chiesa di Maria e quella luce “paterna” è davvero teofanìa.
Una tela di profondo significato teologico ci si lascia alle spalle, un’altra ne troviamo poco oltre. Proprio come dicono i poeti parlando del cielo stellato di Betlem: «il tempo sembra essersi fermato». E giacchè così appare, vale davvero la pena di percorrere altri 11 chilometri e sostare a Barbarano, frazione di Morciano di Leuca, nella Cappella della Confraternita dell'Assunta. Qui troviamo un compendio di teologia dogmatica che il committente, in basso a sinistra in atteggiamento orante, richiese ad un buon pennello salentino. Quasi violentato con sfortunati interventi di ritocco, però, il quadro è attualmente apprezzabile da un punto di vista concettuale, non certamente secondo canoni estetici. È una “Natività”? Non solo. È un trattato di teologia, perché in basso, espressamente richiamando una Adorazione dei Pastori di Jacopo Bassano conservata nella Galleria Corsini, il pittore ha inteso raffigurare il primo momento dell’irrompere di Dio nella storia dell’uomo, “mandando il suo unico figlio”; mentre in alto ha sottolineato l’Unità e Trinità di Dio e il completamento della storia della Redenzione, attraverso il sacrificio della Croce.
Insomma – come ha scritto in questi giorni papa Ratzinger – tutto ha avuto inizio in un tempo databile con l’universale ed il concreto che si toccano, grazie all’apporto di una genitrice che prende parte attiva all’intera parabole umana del figlio, destinato nel tempo a restare con l’uomo, prima in una mangiatoia reale, poi in un sacramento per continuare ad essere “mangiato”. Questioni difficili? «Ora la nascita di un Uomo Dio, la ineffabile unione di nostra natura con una divina persona basta da sé sola a sconcertare la umana ragione e a confonderla…», avrebbe predicato a fine settecento mons. Massillon, vescovo di Clermont, ma le generazioni poco acculturate del Salento non temevano di confrontarsi con simili pensieri: avevano simili quadri nelle loro chiese, libri aperti sui misteri dell’uomo che aspira al trascendente.