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Il paradiso può attendere

01/11/2006
La chiesetta di Santa Maria di Casaranello

A Casarano, terra di papi, i viaggitori giungevano in treno. «Si prosegue in uliveti, tratti in trincea», scrivevano le prime guide pubblicate all’inizio del secolo scorso, avvertendo che dalla stazione al paese c’era circa un chilometro e che, lì giunti, si poteva chiedere alloggio all’albergo Garofalo o a quello «dei fiori». E poi, premesse cinque righe sulle bellezze del paese, ecco il clou, il vero motivo per il quale valeva la pena fermarsi. «A sud del paese, presso il Cimitero, la chiesa di questo, che è la parrocchiale dello scomparso paese di Casaranello o Casarano Vecchio, patria di Pietro Tomacelli, che fu papa Bonifacio IX (1389-1404), della famiglia feudataria del paese. Interno a tre navate divise da pilastri - prosegue la guida -; sul 1° destro, ritratto di Urbano VI, affresco fatto eseguire da Bonifacio IX cui quel papa conferì nel 1381 la porpora cardinalizia. La cupoletta, appartenente ad un edificio paleo-cristiano, è adorna di un prezioso musaico (sic!) ritenuto del V secolo»: Santa Maria della Croce.
Quei viaggiatori erano attirati dall’effigie di un papa, Urbano, scelto per l’ultima volta fuori da collegio cardinalizio ed individuato nel dotto canonista Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari? Nossignore: e nemmeno potevano essere attratti dal ricordo di «un indegno vicario di Cristo», Bonifacio, che «in pratica badò solo ad arricchirsi sfruttando la qualifica di sovrano temporale».
E allora, potevano essere gli affreschi, capaci di descrivere un arco temporale ed esperienze culturali comprese nell’arco di diversi secoli, a richiamare i visitatori? Nemmeno. Anche se, a dire il vero, attraggono non poco, quelle pitture bizantine, alcune delle quali realizzate a ridosso dell’anno Mille e raffiguranti la Vergine Maria, Santa Barbara, e il Pantocratore, la Madonna Odegitria e scene della Passione e morte di Gesù. Gli affreschi si spingono al XIV secolo ed intersecano l’esperienza bizantina con quella gotica, rappresentata da un ciclo pittorico riguardante la vita delle martiri cristiane Caterina d’Alessandria e Margherita d’Antiochia. Ma non sono queste a costituire la «notizia», quella che iniziò a richiamare l’attenzione per il luogo, già presente nei Registri della cancelleria angioina, tanto che, in pieno Medioevo, l’antico nucleo urbano si divise in Casaranum magnum e Casaranum parvum.
E dunque, chi - e come - accese i riflettori su Casaranello? Fu il grande Arthur Haseloff, che nel «Bollettino d’Arte», ultimo numero del 1907, parlando de «I Musaici di Casaranello» non ebbe dubbi nel sostenere che ci si trovava di fronte al «monumento più antico ed importante dell’epoca cristiana primitiva nel Sud-est dell’Italia meridionale». Un monumento,  che nessuno direbbe essere tale se si ferma alla semplicissima facciata con «un piccolo rosone scolpito e sormontato da una lunetta e due finestre quadrangolari, ciascuna in corrispodnenza delle navatelle laterali». E, baciati dalla luce che entra, eccoli: i mosaici.
Il pavimento attrae per le tre file concentriche di cerchi «affiancati gli uni gli altri e di poco intersecantisi. Dovevano contenere motivi di decorazione che oggi più non si leggono - ha scritto a suo tempo Quacquarelli -. Le decorazioni hanno molti denominatori comuni, come ad Aquileia, a Roma, a Canosa ed Egnazia. Unica era la fonte di ispirazione. La croce sotto la cupola rappresenterebbe la ripresa di un simbolo che si diffonde dall’epoca costantiniana. L’edificio è della metà del V secolo. Per quanto riguarda i mosaici non si può esagerare nell’ipotizzare maestranze particolari viaggianti. Si tratta, invece, di topoi che si riscontrano ovunque, i luoghi comuni che si hanno in letteratura».
Non così, invece, la pensò la Trinchi Cecchelli che, sugli studi del Bartoccini, grande descrittore dei mosaici di Casaranello, fin nei particolari cromatici, riuscì a ricostruire il clima nel Salento dell’alba del cristianesimo. Ed infatti, quella chiesa è «figlia» del Concilio di Efeso: in Asia Minore la proclamazione del dogma della divina Maternità, a Casaranello una delle prime testimonianze del culto alla Madre di Dio, la «Theotòkos».
É vero, della Vergine ci sono soltanto labili tracce, ma l’abisde è davvero opera unica. É incantevole la decorazione ad «opus pavonaceum» presente sul rettangolo mediano, ma sono soprattutto gli elementi zoomorfi e fitomorfi ad attirare l’occhio, anche quello del meno esperto: animali e piante, nella vivacità dei colori delle tessere musive sono uno spettacolo nello spettacolo. Si resta a bocca aperta davanti ad un ramoscello «con pere rosso-rosate, un grappolo d’uva dalle tonalità cilestrine, due anatre accovacciate su di un fiore di loto giallo orlato di verde, tra due canne, una verde e l’altra azzurra». Ed è difficile staccare lo sguardo da un altro insieme composto da «un pesce dalle tonalità verdine, con la bocca e le branchie rosse; un coniglio o meglio una lepre accovacciata che addenta un grappolo d’uva tutta su tonalità grigio azzurro; un galletto avanzante tra due ramoscelli colorato di celeste e verde con il becco, i bargigli, le zampe e qualche piumetta rossi». E ci si muove ancora - sempre con lo sguardo all’insù - tra «fave grigio-cilestrine, un carciofo con due foglie dalle tinte simili, una gallina dal becco e dalle zampe gialle...».
C’è chi ha scritto che «tutto il ciclo musivo è il primo "manifesto" artistico, in Europa, del culto di Maria che guida (Odegitria) l’umanità dalla terra al cielo, ossia verso la Croce, donde il titolo, già altomedievale della chiesa, Sancta Maria Crucis».
C’è chi ha posto in parallelo, questi mosaici, con quelli ravennati ed ha sostenuto che a differenza di quelli, «dove dominano, didascalicamente, le figure di Dio, del Cristo, qui siamo di fronte ad un messaggio criptato, simbolico nei suoi numeri (il cinque) e nelle sue figure geometriche e segniche, riservato solo agli iniziati e protetto dall’allegoria. Ciò è dovuto sia al carattere esoterico e misterico del primo cristianesimo - si è spiegato -, sia a ragioni protettive, essendo Casarano periferia dell’Impero e non centro come, invece, era Ravenna».
Trinchi Cecchelli, ha cercato di inquadrare tutto il monumento guardando non tanto a Ravenna, quanto piuttosto ad Aquileia ed alla Palestina, affermando che, «se l’edificio di Casaranello nacque come aula di culto - e non come mausoleo -, si potrebbe pensare ad una decorazione connessa col simbolo dell’Offerta delle primizie della terra». Quindi ha concluso col «supporre che i mosaicisti di Casaranello fossero artisti greci, precisamente di Salonicco (la Macedonia era strettamente legata alla Puglia dal percorso della via Egnazia)». Ed a questo punto del discorso, una cosa sembra fuor di dubbio: «a segnare la continuità del discorso simbolico, è una vite rampicante con grappoli d’uva e altri segni eucaristici (melagrana) e vitali (medusa), tipici del simbolismo paleocristiano».
E tra i tanti simboli, ciascun visitatore può essere «preso» da uno: chi scrive è rimasto colpito dalla lepre. Essa richiama i Padri della Chiesa, d’Oriente e d’Occidente. S. Ambrogio, ad esempio, che ricordando come la lepre diventi bianca d’inverno e di estate si riprende il suolo colore naturale, esortava i catecumeni a non assumere atteggiamenti mutevoli per ingannare gli altri. «Per il "Physiologus" della redazione bizantina - hanno ancora osservato gli studiosi - la lepre di solito fugge presa dallo spavento. Se corre verso il basso viene presa, ma se si dirige per vie alte e strette i cani e i cacciatori non riescono a seguire la strada e la perdono. Da qui l’esortazione al cristiano di tenere verso l’alto, i monti di Sion, cioè le virtù e la cittadinanza divina, per non essere preso dal cacciatore, il maligno».
E ci si accorge che non una, ma tante, sono le esortazioni a conseguire la salvezza eterna. Uno vorrebbe restare ancora un po’ ad ammirare, ma l’ora tarda invita ad uscire. E fuori, il traffico della Casarano moderna sembra ti dica: «Il paradiso può attendere».