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Il Natale e il periodo dei dodici giorni nel calendario festivo tradizionale...

01/11/2005
Nella cultura contadina il tempo festivo annuale terminava con i riti di Natale. La Chiesa aveva fissato nel 376 tale ricorrenza al 25 dicembre, “al posto di una antica festa connessa al culto del sole”(Le Goff, 1988: 14) e il calendario con l’avvento diventava solare.
La festività cadeva in un delicato momento di passaggio, di attesa: era concluso il ciclo agrario annuale con la mondatura degli olivi o la potatura delle vigne e il contadino aveva a disposizione pochi elementi per prevedere l’andamento del prossimo raccolto. Le feste di dicembre si riconnettevano ad una percezione del tempo o di previsione: a Santa Lucia, 13 dicembre, che è considerata la protettrice della luce, i contadini associavano la presenza del giorno più corto dell’anno:
Santa Lucia la giornata più corta che ci sia
anticipando di circa dieci giorni il solstizio d’inverno.
Il Natale è ricordato dalle persone anziane come una festa e un periodo dell’anno in cui si avvertiva maggiormente la povertà che segnava il quotidiano:
Fino a Natale né freddo né fame, da Natale innanzi tremano gli infanti perché i cesti sono vuoti.
Ma soprattutto è il periodo dal quale si prevedeva l’andamento meteorologico dell’intero anno, per santa Bibbiana che cade il 2 dicembre dicevano;
Se piove di Santa Bibbiana, piove per un mese e una settimana;
e ancora:
Se vuoi una buona annata Natale asciutto e Pasqua bagnata.
Gli eventi metereologici sono determinanti per il buon esito dell’annata agraria, prevederli vuol dire sapere in anticipo e in che misura essa sarà favorevole o contraria.
Il calendario che scandiva i ritmi temporali delle comunità rurali d’inizio secolo del ‘900 era ancora, per molti aspetti, diverso da quello che si è andato imponendo con l’affermarsi della società industrializzata. Il tempo contadino preindustriale registra la compresenza, al suo interno, in maggiore o minore misura, di parti dei sistemi temporali che lo hanno preceduto.
I caratteri distintivi di questo calendario tradizionale si possono evidenziare assumendo l’anno e i suoi sottoinsiemi temporali come misura della vita umana. Esso ci appare innanzi tutto caratterizzato da ritmi ciclici differenti tra loro interconnessi: i ritmi dei giorni, delle settimane, dei mesi, delle stagioni, degli anni, che corrispondono alla periodicità  dei riti, delle feste e delle cerimonie pubbliche.
La luna è il vero e più importante regolatore dei ritmi tradizionali. Credenze, proverbi tecniche produttive ancora rintracciabili nella memoria contadina testimoniano del complesso rapporto del mondo contadino e l’astro lunare, che è il più importante orologio naturale delle campagne. A differenza dell’astro solare che è sempre uguale, la luna nell’arco di circa 29 giorni e mezzo, il tempo di una lunazione, assume quattro differenti fasi: luna nuova, primo quarto, luna piena, ultimo quarto. Il calendario contadino, così come è giunto fino a noi, è fondato principalmente sull’osservazione dei ritmi lunari.
L’evento che per eccellenza ha caratterizzato l’uomo, sostiene André Leroi-Ghourhan, può essere considerato l’addomesticamento del tempo e dello spazio. Il tempo e lo spazio sono creati dai ritmi osservati in quelli regolari della natura,  “delle stelle, delle stagioni e dei giorni, della marcia e del cuore, che in vario grado danno alla nozione di tempo la priorità su quella dello spazio. A questi ritmi specifici si sovrappone l’immagine dinamica del ritmo che l’uomo crea e plasma nei gesti e nelle emissioni di voce, e infine il segno grafico fissato dalla mano sulla pietra e sull’osso” (1964-1965, II: 369).
Il calendario rappresenta la massima espressione dello sforzo umano per organizzare il tempo. I primi calendari sono connessi ai ritmi vitali e agrari: “ Il calendario dei  primitivi o degli agricoltori, la cui base è quella del tempo mitico, è un ciclo contrassegnato dal ritorno di una data selvaggina, dalla maturazione di una data pianta o dall’aratura; qui il tempo è un tempo concreto, operativo, al quale i corpi celesti partecipano sia come comprimari nell’ampia macchina tecnico-religiosa, sia come lontani elargitori. Il ritorno periodico della foca per gli Eschimesi o la resurrezione del grano per gli agricoltori danno origine ad un simbolismo temporale nel quale il pensiero religioso si applica prima di tutto alla realtà operativa” (ivi: 370).
Con lo scorrere della storia, al calendario della natura contrassegnato da un’autonoma ritmicità, si sovrappone una trama simbolica sempre più complessa che permette all’uomo di orientarsi e di organizzarsi nella società. Questo calendario è l’insieme di qualità differenti, di ritmi costituiti da un tempo profano e da un tempo sacro nella prospettiva suggerita da Mircea Eliade. L’alternanza tra sacro e profano che Emile Durkheim (1912) definisce in opposizione perché eterogenei è possibile grazie ai riti che permettono all’individuo di uscire dal tempo comune. In questo modo l’uomo religioso può inserirsi in un tempo sacro che recupera l’eternità, un tempo mitico primordiale che è ripetibile (Eliade, 1956:47). Eliade trova l’essenza della festa e la sua sacralità nel costituirsi come rito che disegna uno specifico tempo sacro nei confronti del tempo ordinario. La festa, come ritorno ad una realtà originaria “in illo tempore”, permette di rompere l’irreversibilità del divenire per restituire l’esperienza di un tempo cosmogonico che non diviene ma è. In essa l’individuo “ritrova il tempo originario, che ‘non passa’ poiché esso non fa parte della durata temporale profana, ma è costituito da un eterno presente, indefinitamente recuperabile”( Eliade, 1956: 59).
In questo modo l’uomo, attraverso le ricorrenti cerimonie che rappresentano gli stessi eventi mitici, dà vita ad un calendario sacro annuale che ritorna incessantemente  su se stesso e si ricrea; un eterno ritorno alle fonti del sacro e del reale che lo salvano dall’annientamento e dalla morte. Da questo calendario l’uomo si allontana quando elabora religioni che storicizzano il tempo dell’origine e i miti che lo ripropongono. In questo contesto Eliade fa riferimento all’anno liturgico del cristianesimo che, pur riproponendo incessantemente gli aspetti salienti della vita di Cristo, li contestualizza in un tempo storico privo di una prospettiva mitica, elemento qualificante delle religioni arcaiche e primitive (ivi:73).
Il calendario contadino che, in molti suoi elementi, è giunto fino a noi, è il frutto di una interazione tra quello liturgico, la cerimonialità non cristiana e la stagione naturale delle stagioni, e dà luogo ad un tempo qualitativo dove l’uomo distingue “tra le diverse qualità di periodi di tempo assolutamente identici da un punto di vista matematico” (Zerubavel, 1981: 161).
Nel calendario tradizionale convivono infatti elementi civili e religiosi, ufficiali e popolari. Esso è il risultato di complesse vicende che ne hanno caratterizzato l’evoluzione storica. Classi e forze sociali, molte volte in conflitto e contrapposte, ne fanno oggetto di potere e di controllo sociale. Infatti “la tendenza a un anno stabile e profano, anche la dove esisteva un calendario rituale, si spiega in gran parte con motivi di governo, di gestione separati dai ritmi naturali e agricoli” (Le Goff, 1977: 517).
Certamente il Natale è la più suggestiva delle feste. In una concezione mitopoietica, “che vuole intimamente, drammaticamente connessi Natura, Uomo e Società (…), afferma Julio Caro Baroja (1989: 13), la Natura, la vita individuale e la vita collettiva presentano le stesse successioni di contrasti, di violenze, di piaceri. La morte e la vita si alternano; la vita e la morte prospettano all’uomo un unico destino; la vita rinnova le società e la morte le distrugge. (…) Le passioni individuali non sono necessariamente omologhe alle passioni collettive; ma è tratto comune a molte religioni stabilire una sorta di “successione di passioni” distribuite lungo il corso dell’anno, con giorni di allegria e giubilo, giorni di piacere o di tristezza e persino giorni nei quali è consentito lo sfogo collettivo di invidie, collere e inmicizie. La religione cristiana ha esemplato il suo calendario su una “secolare” successione di questo tipo.  All’allegria familiare del Natale segue la sfrenatezza del Carnevale e, dopo la repressione della Quaresima, la tristezza comandata e inevitabile della Settimana Santa. Alla mesta autunnalità del Giorno dei morti s’oppone la letizia delle feste di primavera e d’estate. L’anno, con le sue stagioni, con le sue fasi scandite dai cicli del sole e della luna, ha fornito la base, lo sfondo di quest’ordine, al quale l’uomo socialmente determinato si assoggetta e a cui sembrano obbedire gli stessi elementi naturali. Morte e vita, allegria e tristezza, desolazione e splendore, freddo e caldo: tutto rientra in questo tempo, che ritma, insieme, la nostra esistenza”.