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I «giorni del Fuoco»

01/11/2008
A spasso nella tradizione di Novoli per la festa della Fòcara: il grande falò acceso ogni anno in onore di Sant'Antonio Abate.

Per tutti sono i «giorni del fuoco» e richiamano gente da ogni dove, perchè – come magistralmente è stato scritto di recente - «la festa è diventata “evento”» e il Santo, Antonio abate, ha dovuto fare anche un passo indietro, forse, rispetto al simbolo che lo rappresenta.
E dire che il segno celeste, almeno se dobbiamo stare alla storia degli inizi di tali giorni a Novoli, piena Terra d'Otranto, non fu dei più propizi. Gli storici, infatti, sostenendo che in questo centro il rito dell'accensione del falò (la «fòcara») è attestato per la prima volta nel 1893, non fanno a meno di riferire come, proprio in quell'anno, il falò in onore di Sant'Antonio abate fu acceso a stento «a causa della continua pioggia che non cessò fino a tarda sera».

Ma l'acqua, evidentemente, non spense il fuoco. Anzi. E questo fatto può avere un duplice significato: un significato divino, legato al «gradimento» del gesto da parte del Santo, che evidentemente non fece spegnere il fuoco stesso ed invitò a perseverare nell'impresa; ed uno più umano, legato al fatto che probabilmente la prima volta ufficialmente attestata, non era tale nella pratica del culto, antico di diversi secoli. E gli storici non sbagliano, dunque, quando di pari passo annotano: «Affermare con precisione del falò non è possibile in quanto mancano documenti al riguardo».
E si vuol negare, forse, che un falò in onore di Sant'Antonio «del fuoco» non sia stato acceso in anni precedenti, chiedendo che spegnesse quanto ogni devoto sentiva ardere dentro e considerava estinguibile solo ad opera del potente taumaturgo? Già, perchè se il Santo è venerato nel mondo popolare come protettore degli animali, altrettanto lo è stato quando in queste contrade infuriavano le pestilenze. Non c'è bisogno, del resto, di recarsi a Praga per vederlo effigiato sulle facciate delle case, magari assieme a San Sebastiano ed a San Rocco: anche qui nel Salento, i tre «protettori maggiori contro la peste» trovano posto nell'iconografia delle nostre chiese e nelle preghiere rituali delle nostre nonnine. E quando l'«herpes zoster» assale qualcuno, oltre ai farmaci non manca l'invocazione: «Sant'Antonio mio, spegni questo fuoco!».
Ed il Santo che veniva dall'Oriente, fu (ed è) molto venerato nel Salento: alcune comunità lo assunsero a protettore subito dopo una scapata pestilenza; altre lo avevano già nelle loro invocazioni, ereditate dai riti bizantini, frequenti in queste contrade. A Novoli diventò protettore nel 1664, due anni dopo la conclusione dei lavori, che avevano trasformato in una grande chiesa un antico luogo di culto evidentemente più angusto. Quando l'arcivescovo di Lecce, Luigi Pappacoda, infatti, visitò Novoli nel maggio del 1640 trovò un piccolo luogo di culto. E proprio in quell'anno iniziarono i lavori che si conclusero nel 1662. E fu lo stesso vescovo, il 28 maggio del 1664, a concedere l'assenso canonico alla supplica che Università e Clero novolese avevano rivolto perchè il Santo anacoreta diventasse loro protettore. La città tutta intera lo considerava già tale assieme alla Madonna di Costantinopoli, ma il santo che veniva dall'Oriente – ci perdoni – fu protettore «provvisorio» per diversi decenni. Al provvedimento ecclesiastico di mons. Pappacoda, infatti, solo settant'anni dopo, giunse l'approvazione da parte della Sacra Congregazione dei Riti. Solo il 3 agosto 1737, infatti giunse quel «placet» da Roma, che la curia di Lecce provvide a rendere pubblico – in un'epoca in cui i documenti viaggiavano alla velocità dei corrieri di posta - venti giorni dopo.
E da allora, dunque, il Santo ha scandito il calendario dei novolesi, perchè il 17 gennaio, festa a tutti gli effetti, aveva risvolti sociali e civili. In alcune comunità del Salento si registra un breve adagio che, tradotto, dice (ciascuno lo moduli con i termini dialettali della comunità alla quale appartiere): «Della Santa Epifania, tutte le feste vanno via./ “Aspetta – dice Sant'Antonio -, chè c'è ancora la mia!». Ed infatti, se il 6 gennaio i Magi recano i doni al bambino, il 7 inizia il solenne novenario in onore del Santo, che culmina proprio il 16 successivo, vigilia della festa, giorno in cui si vivono i momenti più significativi.
Il 16 infatti, si svolge la solenne processione, dopo la benedizione degli animali; il 16 si provvede all'accensione della «fòcara». Ed era tanta, dicono tutti, la devozione di chi partecipava alla processione: per implorare la grazia vi erano fedeli che incedevano scalzi, incuranti del freddo e del possibile ghiaccio misto a fango, che poteva essersi formato lungo il percorso. Del resto, non si andava a mani vuote ad invocare il «Santo del fuoco»: si recava in mano un cero di diverse grandezze che qui chiamano «sugghi»; e si «segnavano anche messe» in suffragio dei propri defunti....
Man mano che la processione volge al termine, però, sale l'attenzione verso l'«evento» maggiormente visibile. La «fòcara», appunto, la cui accensione è uno spettacolo che coinvolge, «riscalda», fa sentire comunità... L'enorme falò lo si prepara per giorni; ciascuno vi contribuisce fornendo le fascine di sarmenti, recuperati dalla rimonda dei vigneti, che circondano la cittadina. E sono gli anziani a realizzare l'immenso monumento: li chiamano «“pignunai” da “pignu” (pino), la tipica forma che i contadini davano al grano raccolto nei covoni». Ed a tutto c'è un significato, che viene da lontano... Eugenio Imbriani, l'antropologo, che da sempre studia la gente di queste contrade, ha rilevato «l'intima relazione della “fòcara” oltre che per la sua forma, per la sua collocazione calendariale del tempo della sua accensione». Ed i «pignunani» lavorano per giorni e giorni fino al mezzogiorno della vigilia per realizzare il falò più alto del mondo, visto che nelle più recenti edizioni – quelle che si svolgono per motivi di sicurezza non più innanzi al santuario, ma in piazza Schipa – ha raggiunto diametro di base di 20 metri ed altezza di circa 23 con oltre 55mila fascine utilizzate. Ed il monumento, in apparenza, sarà distrutto dal fuoco: resta quella cenere che è segno propiziatorio per la comuità, le sue contrade e le sue persone. Ed il Santo, con gli abiti solenni ed i segni iconografici guarda la sua gente: Lui che, viene spesso ritratto con il porcellino, non solo protegge gli animali domestici, ma ricorda altri eventi, proprio in virtù di quel piccolo suino – simbolo nel paganesimo delle divinità infernali – e di quel fuoco, da mettere in relazione con il mondo degli inferi e con la morte, essendo stato, proprio il santo, secondo alcune leggende, ad aver donato il fuoco agli uomini, quasi nuovo Promèteo.
Con la festa di Sant'Antonio abate inizia il Carnevale. Ed i pensieri sin qui svolti, richiamano «lo scambio col mondo degli inferi, con la natura sotterranea, che nel Carnevale, non va avvertito come uno scambio distruttivo, negativo». Ha spiegato Lucia Faranda come «esso al contrario porta con sé tutta l'ambivalenza rigeneatrice di un avvicinamento simbolico alla terra, laddove la morte della natura (l'inverno) è solo temporanea e prelude ad un nuova nascita, visto che il sema ha “ingravidato” la terra stessa: è per questo che, come morte temporanea, va celebrata e solennizzata in un ambito festivo». Ecco perchè la «fòcara» assomiglia ad un chicco di grano; ecco perchè ciascuno spera in sé, che quelle fascine brucino presto: da quel fuoco nasce la vita e la primavera sarà più vicina.