Sei in: 

Giovanni Pascoli e il vino

06/09/2012
Il 6 aprile 1912 si spegneva Giovanni Pascoli, il poeta, scrittore e docente di lettere, che aveva segnato con la sua opera uno dei periodi più intensi della vita letteraria italiana, tra seconda metà dell’Ottocento e primo decennio del Novecento.

Non a caso Carducci, Pascoli e D’Annunzio rappresentano tre autentiche ‘corone’ della vita letteraria nazionale e fanno pendant con le altre tre ‘corone’, rappresentate da Dante, Petrarca e Boccaccio.

Quest’anno, perciò, ricorre il centenario della morte del poeta romagnolo (era nato infatti a San Mauro di Romagna, oggi San Mauro Pascoli, nel 1855), che un po’ tutti conoscono dai banchi di scuola, almeno nella produzione più famosa ed antologizzata e nella dolorosa vicenda umana familiare. L’assassinio del padre Ruggero, la morte della madre e dei fratelli, i non pochi sacrifici sostenuti per affrontare gli studi, la travagliata ascesa alla cattedra universitaria di letteratura italiana (che era stata tenuta a Bologna dal maestro Giosue Carducci), la ricerca ossessiva di ricomposizione del ‘nido’ familiare, sono alcuni dei temi fondamentali che caratterizzarono la vita del poeta, e che trovarono, tra l’altro, nella produzione letteraria ampia risonanza e ne condizionarono gli sviluppi.

Giovanni Pascoli poetò in lingua italiana e latina con pari bravura; aveva infatti insegnato latino e greco nei licei per molti anni e aveva coltivato lo studio delle lingue classiche con particolare amore e fervore, tanto che fu considerato da molti critici il “secondo Virgilio” o, come disse il D’Annunzio «l’ultimo figlio di Virgilio». Un riconoscimento legittimo, in quanto tra i due poeti, al di dei tempi e della diversa temperie storica, vi è profonda affinità culturale e sentimentale, pari finezza di gusto ed amore per la natura e il paesaggio, e quella attitudine singolare a cogliere della vita e dei sentimenti gli aspetti chiaroscurali, i mezzi toni, le sfumature, per non dire dell’attenzione premurosa per gli animali e le piante... sentiti come fraterni compagni di viaggio nell’avventura terrena.

In questa sede, ci piace soffermarci su alcuni aspetti della vita e dell’opera pascoliana, in particolare il rapporto con il mondo del vino: un rapporto di certo non lineare, ma ‘ambiguo’.

Se da un lato il Pascoli, come ci raccontano i suoi biografi, ebbe sempre una cantina ben fornita e che persino nelle sue peregrinazioni di docente liceale prima e universitario poi non mancò di procurarsi attraverso amici e conoscenti vini “scelti”, dall’altro ci duole ricordare che il poeta morì all’età di 57 anni di probabile cirrosi epatica, dovuta all’abuso di alcool. Sembrerebbe, piuttosto, come si può ricavare dall’opera Lungo la vita di Giovanni Pascoli della sorella Maria, più nota con il nome di Mariù (curata ed integrata da Augusto Vicinelli, Bologna 1961), che resta la principale fonte biografica, che più che di ‘cirrosi’ dovè trattarsi di ‘neoplasma intestinale’, come gli fu diagnosticato da illustri clinici pisani e bolognesi.

Sta di fatto che, sia nell’uno che nell’altro caso, negli ultimi anni di vita il poeta dei Canti di Castelvecchio, spinto dagli affanni, dalla stanchezza e dalla depressione, trovò rifugio nell’alcool. Tanto è vero che, quando il poeta era ancora in vita, il D’Annunzio, in un momento di crisi della loro tormentata amicizia, irritato da certe critiche rivoltegli dall’amico-rivale per la sua mondanità, gli scriveva che preferiva rischiare l’osso del collo in una battuta di caccia alla volpe anziché passare le serate davanti ad un fiasco di vino. E ciò doveva essere vero se dobbiamo prestar fede alle lettere inviate all’amico droghiere Alfredo Caselli, che mostrano la costante preoccupazione del poeta di rifornire di cibi e bevande la propria dispensa.

Ora, se la cantina di Castelvecchio fu sempre ben fornita di vini, la sua produzione in versi invece, come ha rilevato con acutezza Paolo Melandri, appare piuttosto avara di particolari in fatto di vini. Si tratta di una situazione «speculare e opposta rispetto a quella di D’Annunzio»; infatti egli dice che in Myricae e nei Canti di Castelvecchio scorre decisamente poco vino vuoi per rimozione inconscia vuoi per cosciente volontà di nascondere accuratamente tale ‘vizio’. Allora il Pascoli ricorre ad una sorta di espediente: invece di parlare del vino, parla della vite.

La vite, nel contesto della sua visione georgica e delle non poche rappresentazioni campestri che affollano la produzione, riveste una particolare importanza, e lo stesso grappolo fa caute apparizioni confondendosi tra foglie, gemme, pampini e fiori...

Alla luce perciò di questi rilievi, bisogna prestare una speciale attenzione ai termini enoici che compaiono via via nelle liriche pascoliane. Un primo testo, tratto da Myricae (che, oltre ad essere la prima raccolta, è quella che meglio esprime la novità stilistica e linguistica in virtù del suo sperimentalismo), che si presta ad un’analisi appropriata è I tre grappoli: «Ha tre, Giacinto, grappoli la vite. / Bevi del primo il limpido piacere, / bevi dell’altro l’oblio breve; / e più non bere; / ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto / nel nero sonno vigila, da un canto, / sappi, il dolore; e alto grida un muto / pianto già pianto». Vi troviamo tratteggiati, proprio forse da chi li ha sperimentati in prima persona, gli effetti progressivi dell’alcool sulla psiche: l’iniziale labile euforia, il transitorio dolce smemoramento, il profondo sopore che non riesce a rimuovere il dolore acquattato in fondo all’anima, ma anzi lo acuisce. Come non sospettare, secondo Melandri, che l’invito a non cercare nel vino il rimedio al proprio pianto sia rivolto dal poeta proprio a se stesso?

In un’altra lirica, Germoglio (tratta dalla stessa raccolta) il Pascoli, trattando sempre della vite, dopo avere esaltato la bellezza della foglia nascente, con il suo verde cristallino, e la maturazione della stessa con i suoi grappoli, da cui si ricaverà il vino che “brillerà” davanti al
focolare, tenderà a far svaporare tutto nel mondo del “sogno”, una parola-chiave nell’universo poetico pascoliano: «La scabra vite che il lichene ingromma / come di gialla ruggine, germoglia: / spuntar vidi una, lucida di gomma / piccola foglia //... È del fior d’uva questa ambra che sento / o una lieve traccia di viole? / dove si vede il grappolo d’argento / splendere al sole? / grappolo verde e pendulo, che invaia (cioè “matura”) / alle prime acque fumide d’agosto / quando il villano sente sopra l’aia / piovere mosto...allor che singultando nel bicchiere/ sdruc- ciola vino; il vino che rosso avanti il focolare / brilla, al fischiare della tramontana, / che giunge come un fragoroso mare / e s’allontana / simile a sogno ; quando su le strade / volano foglie cui persegue il cuore / simili a sogno; quando tutto cade, stringesi e muore. / Muore? Anche un sogno, che sognai! Germoglia / la scabra vite che il lichene ingromma: / spunta da un nodo una lanosa foglia / molle di gomma».

Anche nei Canti di Castelvecchio, dove il poeta passa da una dimensione individuale ad una più ‘corale’, il tema della natura e della campagna è ampiamente sviluppato e la vite ha la sua parte, caratterizzando il succedersi delle opere e dei giorni, di esiodea memoria, e sottolineando l’armonia fra ciclo della natura e ritmo del lavoro umano.

Assieme al grano dorato, la vite rinverdita annuncia l’incipiente estate: «Quando apparisce l’oro nel grano / col verdolino nuovo dei tralci». Con il grano, il vino rappresenta per antonomasia il risultato delle fatiche di una famiglia contadina che, conversando fino a L’or di notte, avverte nei rintocchi del campanile la supplica dei morti che vogliono riposare in silenzio, senza ricordare le care cose della vita: «Non vogliamo ricordare / vino e grano, monte e piano, / la capanna, il focolare, / mamma, bimbi...Fate piano! / piano! piano! piano! piano!».

Come si può vedere da questi pochi esempi (ma l’analisi meriterebbe altro respiro), la rappresentazione della natura, del paesaggio e della campagna (resa con vivo cromatismo) non è mai gratificante, non riesce a proteggerlo del tutto dalle ‘insidie’ del mondo in quanto, sempre, consciamente o inconsciamente, si insinua il pensiero della morte e, soprattutto, della tragedia familiare, che il Pascoli non riuscì mai a metabolizzare del tutto e che condizionò la sua vita e quella delle sorelle. Anche se il poeta cerca di immergersi nella visione della campagna e delle opere umane e di placare la profonda inquietudine che lo percorre, tutto lo riporta ai luoghi e alle immagini dell’infanzia, a quel mondo originario che la poesia di Castelvecchio tenta appunto di resuscitare.

Comunque sia, vino o non vino, la poesia pascoliana, al di degli indiscussi valori letterari e della straordinaria novità stilistica e linguistica, ci restituisce la storia di una vita triste e tribolata, tutta proiettata verso la ricostruzione del ‘nido’ familiare e degli affetti perduti, e merita quella pietas che ispirò al poeta romagnolo alte pagine di fede e di amore per la vita e gli affetti privati.