Sei in: 

Franco Maria Ricci

01/11/2007
Franco Maria Ricci
"la qualità la fa il produttore, non il marchio!"

Inauguriamo una nuova rubrica dedicata agli  Uomini e alle Donne che quotidianamente sono impegnati nella ricerca e nella comunicazione della vite e del vino.
Dai loro incontri gli appassionati e i professionisti del mondo enoico potranno trarre utili suggerimenti.


Molte le passioni nella sua vita, la pittura una delle prime, con mostre e apprezzamenti dalla critica. Di seguito l’amore per i prodotti della terra, il cibo, la cucina. Infatti, a metà degli anni ottanta, collabora con la Guida dell’Espresso diretta da Federico D’Amato. Frequenta corsi di gastronomia a Milano e a Roma. Fortunato l’incontro con Ginafranco Vissani, allora non ancora personaggio alla ribalta, che segue in America per due mesi -  tra New York e Los Angeles al mitico Hotel Rex – dove collabora e presenta, insieme ad altri cuochi, i piatti italiani. L’esperienza fa crescere in Ricci la cultura gastronomica che completa con il corso da sommelier organizzato dall’AIS all’Hilton a Roma. Nel 1990 diviene Delegato AIS Roma e successivamente Presidente dell’AIS Roma e Direttore di BIBENDA, la rivista legata all’Associazione Italiana Sommelier che pubblica la rinomata guida DUEMILAVINI.
Da allora l’Associazione è cresciuta tanto: è il più grande centro di cultura del vino nel mondo.
Proprio così: il vino è anche CULTURA e Franco Ricci si occupa di cultura del vino “negli avvenimenti e nelle edizioni eccellenti”. Ne è d’esempio il Premio Internazionale del Vino, l’evento unico al mondo che ogni anno - al Grand Hotel Parco dei Principi a Villa Borghese- premia con l’Oscar del Vino, le donne e gli uomini che con il loro impegno quotidiano contribuiscono al grande successo del vino. La kermesse ideata dallo stesso Ricci, vede come sempre un parterre eccezionale, con la presenza di vip del mondo del vino, dello spettacolo e della cultura, per un grande show trasmesso su RAI UNO.
Tutto questo può contribuire a far diventare “il vino di moda”? Si può parlare di una moda del vino, specialmente se pensiamo ai giovani?

Si e no.  Se per moda si intende il fatto che l’AIS, con altri gruppi di lavoro - in costanza con la qualità del vino- abbia attirato la gente con la voglia di saperne di più, di concretizzare una presa di coscienza che è anche cultura del vino, allora si può anche parlare di moda. Ma quando leggo i numeri che ho nella mia realtà romana, mi rendo conto che forse non è solo un fenomeno di “moda”: facciamo circa 100.000 presenze all’anno e circa il 28% dei partecipanti ha un’età da 18 a 30 anni. Quindi è bello vedere che i giovani non pensano al vino come ad una moda.

BIBENDA, la seducente rivista che Lei dirige – e che ha ospitato nel numero 16 un dettagliato servizio sul Primitivo di Manduria e sul CPV-  si distingue per l’ottima grafica e per la cura dei particolari, per la  scelta di immagini e l’assoluta mancanza di pubblicità. BIBENDA oggi è la rivista sul vino più bella del mondo, molto diversa dal primo spartano giornalino che diffondeva l’AIS negli anni ottanta con un ciclostile di bassissima qualità. Oggi si assiste ad un proliferare di pubblicazioni nel settore enologico, tra guide, riviste, siti web... Ecco, non si rischia di confondere l’utente, il consumatore? E poi: quali possono essere i criteri per individuare una pubblicazione che riesca veramente ad arrivare al pubblico?

E' proprio vero.  Questo accade quando c’è un grande successo. E dietro ad ogni successo c’è sempre un rovescio: si assiste così ad una guerra tra poveri… Prendiamo, ad esempio, la questione del marchio DOCG: nasce circa 45 anni or sono, da tutti  considerato – vuoi per mancanza di informazione, vuoi perché si è preferito passarlo così – un marchio della qualità. Questo non è vero, perché il marchio di qualità lo fa la signora Rossi quando fa la spesa: prima di scegliere il suo vignaiolo, non legge il marchio ma, come per tutti i prodotti, dopo l’acquisto c’è l’assaggio. Se non incontra il suo gusto, cambia.
Quindi la qualità la fa il produttore, e non il marchio, che consiste nell’indicare che quel prodotto proviene da un determinato luogo. Questa è la grande difficoltà:  far capire alla gente qual’ è la qualità.
Sarà un caso che io abbia sul mio tavolo 17 bottiglie di vino DOCG, queste bottiglie variano da 0.90 centesimi a qualche decina di euro, tutte acquistate nei supermercati o enoteche. Allora io mi chiedo: come si fa a dire che la DOCG è un marchio di qualità? A 0.90 cent, a 10/20 euro c’è la qualità? Che messaggio diamo, se continuiamo a dire che DOCG è qualità? Ed allora così come per il vino anche per una rivista: io la vedo, la leggo e, se è poco attendibile, la abbandono. Ed ancora, la pubblicità: come posso ritenere credibile una rivista che pubblica la pubblicità di un’azienda e solo qualche pagina a seguire pubblica la degustazione di quel vino?


Quindi la “comunicazione del  vino” è diversa da quella di altri prodotti alimentari. Ed allora, da cosa non deve prescindere per essere efficace e come far capire al consumatore che la qualità, in una gamma di offerta tanto varia, ha un costo?

Il tema è molto importante ed è stato oggetto di approfondimento in una Giornata del Sommelier un paio di anni addietro. Nessuno ha spiegato agli italiani quanto deve costare il vino. L’italiano non è abituato a pagare 10-15 euro per una bottiglia di vino, stesso discorso per l’olio. Il problema è un altro: il ricarico. Quanto dev'essere il ricarico del vino da quando esce dall’azienda a quando arriva sulle tavole degli italiani? Noi non badiamo al ricarico delle cose, badiamo solo al ricarico dei vini e dicendo ciò non difendo nè i ristoratori, né gli enotecari per gli esosi ricarichi. Da uno studio condotto dall’AIS, il cappuccino al bar è risultato ricaricato 19 volte il valore del cappuccino: noi continuiamo tranquillamente a pagarlo 1 euro, perché è un fatto normalissimo pagarlo tanto. L’insalata servita al ristorante è ricaricata 14 volte il valore di partenza dell’insalata. Perché non ci scandalizziamo del ricarico su prodotti, che continuiamo tranquillamente ad acquistare, ed invece ci si meraviglia del  costo del vino come dell’olio? Semplicemente perché non sappiamo quanto deve costare, perché nel nostro paese non c’è ancora una cultura del vino e dell’olio!

Tale carenza di cultura del vino può anche essere attribuita alle errate scelte di comunicazione di alcuni produttori o di Enti preposti, Amministrazioni, Assessorati? Ad esempio, il suo ultimo editoriale su Bibenda è dedicato all’idea da Lei proposta al Presidente Prodi sull’opportunità che il vino italiano possa essere il migliore ambasciatore e testimonial del nostro Paese.

Il nostro è il Paese “del vino” e “del contro vino”. E’ il bel paese delle cose ovvie: fino a ieri,      regalavamo agli ospiti stranieri eleganti confezioni con “coccetti”, ma come si fa a pensare di lasciare il ricordo del nostro paese… Investimenti enormi vengono elargiti per la promozione del prodotto tipico, per affollati eventi nelle piazze e nulla viene investito per la cultura. Occorre dare i soldi ai contadini affinchè imparino bene come si fa il buon vino, perché oggi è più difficile farlo male, che farlo bene. Le amministrazioni dovrebbero investire principalmente per la cultura del vignaiolo, per la cultura di chi deve assaggiare, per la cultura della ristorazione; occorre educare  al gusto i consumatori sin da bambini e  preparare i produttori a far bene il loro mestiere e a saper vendere il loro prodotto, al di là degli eventi che servono solo ad arricchire chi li organizza.

Vorrei raccogliere il Suo pensiero sul Primitivo di Manduria, un vino che solo da poco più di un decennio gode di un rinascimento e che segna lo scuotersi della nostra terra dal lungo letargo enoico…

Il Primitivo di Manduria è il futuro del vino italiano. È un grandissimo prodotto, un vino di grande eleganza: può essere il prodotto che può fare veramente il successo del vino italiano nei prossimi cento anni. Amo questo vino, amo questo vitigno, testimone di una realtà importante che serve tanto al nostro paese. L’unica cosa che vorrei sottolineare è che i produttori del Primitivo devono essere gelosi del loro vino: non devono non darlo in pasto agli stupidi, ma insegnare al mondo che quello è il loro vino, il vino italiano, e non è il vino per tutte le stagioni, per tutti i gusti e per tutte le realtà nazionali.

 Per la presentazione al pubblico della edizione 2008 del libro guida DUEMILAVINI è stato scelto lo slogan “Spesso sono le fiabe a conquistare il mondo… Raccontare il vino è la nostra fiaba che diventa realtà”. Ma il vino italiano, il successo nell’export, è davvero la fiaba italiana che ha conquistato il mondo?

Sicuramente si! Il vino italiano è un prodotto di grande eccellenza, ma girando mi accorgo che l’ospitalità è deludente, non vedo un futuro roseo nel settore se non abbassiamo il  “pressappochismo”. Mi riferisco ad un certo tipo di ristorazione,  agli alberghi, agli eventi: questa tendenza a ridurre il personale, a risparmiare – che sicuramente deriva da un momento difficile della nostra economia - non fa altro che abbassare la qualità del prodotto “Italia Ospitalità”. Al contrario, il vino e la moda aumentano in qualità. Le nuove firme della moda italiana sono sempre più numerose; nel settore vitivinicolo la qualità è in aumento grazie al lavoro dei produttori, alle nuove generazioni, al lavoro degli enologi... Anche il desiderio di conoscere questa qualità è in aumento: ecco perché dico che i produttori non devono temere un futuro nero, ma il futuro del vino italiano è sicuramente rosa.

Concludendo in una frase: cos’e per Lei il Vino?

Mi piace ricordare le parole di un caro amico, Giacomo Tachis, ed una definizione che mi è rimasta nel cuore e nella mente, e che ripeterò sempre: il vino è calamita organolettica.