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Estasi medievale

01/11/2007
un percorso di visita tra l'estasi e la stupefazione presso il sito monastico di Santa Maria di Cerrate

C’è un tesoro antico e luminoso tra gli alberi di Squinzano, a nord di Lecce: è lì, a pochi chilometri dall’Adriatico di Torre Rinalda, su una leggera altura, in luogo ameno; zona di caccia, un tempo, tra macchia e alberi di alto fusto, come dovevano essere querce e frassini, “cerri” - come anche si dice - da cui Cerrate.
Tra quegli alberi, secondo una leggenda entrata prepotentemente nei volumi di storia locale, al pari di analoghe storie riguardanti altre cittadine, Re Tancredi normanno, conte di Lecce, durante una battuta di caccia nella foresta, scorse una superba cerbiatta, la inseguì fino al suo nascondiglio e, nel luogo dov’era rifugiato l’animale, scorse un’immagine della Vergine. Lì il Re volle che sorgesse una chiesa: S. Maria di Cerrate, che egli stesso dotò di ampi possedimenti, l’affidò a monaci brasiliani e divenne così quell’Abbazia in riva al mare, importante monastero italo-greco.
Se la leggenda di Tancredi, secondo alcuni studiosi, è “tarda tradizione locale”, certezza di data vi è, invece, in un elemento leggibile in un codice della Biblioteca Vaticana, il “Vat. Gr. 1221”, nel quale vi è il Commentario di Teofilatto sugli Evangeli, finito di copiare “il 3 aprile 1154 da Simone, notaro per Paolo Egumeno di S. Maria di Cerrate, l’anno della morte di Ruggero nostro re”. Paolo Egumeno, del resto - siamo sempre nella Biblioteca Apostolica, ma al codice “Vat. Gr. 2001” - possedeva scritti di Padri e vite di Santi, chiamato com’era a guidare con autorevolezza, coscienza ed esempio personale, una comunità monastica, nella quale era coadiuvato da ieromonaci, monaci semplici e chierici, con un ecclesiarca in chiesa, l’ebdomadario a turno che celebrava la sacra liturgia, ed un bibliotecario ed un protocalligrafo, preposti alla conservazione ed alla riproduzione di ciò che era cultura: testi rituali e autori classici, scritti il latino o in greco, benché quest’ultima fosse lingua ormai appannaggio di pochissimi.
Sarà che ancora uno ha negli occhi le sequenze cinematografiche de “Il nome della rosa”, ma nella quiete del luogo, al levarsi del vento da nord, crede di essere lì lì per incontrare, se non il protocalligrafo, almeno un suo sottoposto, uno scriba, un amanuense che con il suo incedere veloce tuttavia è disposto, seppure per attimi, a iniziarti ai segreti della sua arte, a raccontarti dell’ultima opera calligrafica intrapresa, a congedarti sull’uscio dello scriptorium, più sacro, per lui, di un Sancta Sanctorum. E dove non ci sono le affermazioni del monaco incontrato, ci sono i “luoghi paralleli” e la mente viaggia nel Salento tra S. Maria di Cerrate ed altri due siti monastici, fari della cultura nel Medioevo, quali sono stati S. Nicola di Casole ad Otranto e S. Mauro a Gallipoli.
Come sovente accade, lì dove non arrivano gli scritti, arrivano le immagini. E se troppo difficile risulterebbe l’edificazione personale attraverso la lettura dei codici manoscritti, ecco che tutto diventa più facile grazie all’architettura. È bella, in senso assoluto, la costruzione. È bella già nella facciata esterna della chiesa, “decorata a lesene sottili e ad archetti - dicono gli esperti -, con un tocco tipicamente francese nell’imponente portale duecentesco”. È stupendo, addirittura, l’archivolto che è un vero Vangelo dell’Infanzia in…pietra. Già, perché leggendo le tracce dello scultore, da sinistra a destra, ecco l’Annunciazione ed ecco Maria che va a far visita a S. Elisabetta; ecco i Magi in processione ed ecco la Natività, “nell’unica scena dell’Adorazione” ecco il “Bagno del Bambino”, ecco…
Si resta con il naso all’insù a contemplare e gustare questo trattatello di teologia medievale, avvincente al pari di ciò che dovevano essere gli affreschi risalenti al XIII e XIV secolo, conservati all’interno. Ci sono figure di santi che recano cartigli scritti in greco, ci sono frammenti di bella fattura. Trasportata altrove, vi era anche una Dormitio Virginis con il devoto committente che, fattosi ritrarre in basso a destra, non aveva esitato a far scrivere “Memento Domine famuli ti Peregrini de Marciano”. “Ricordati, o Signore…”, dice quel nostro antenato, facendosi collocare in un contesto solenne della festa dell’Assunzione, perché - ce lo ricorda mons. Scipione Spina quando il 15 maggio 1610 fu in Visita pastorale in questo luogo - “bis in anno celebratur solemni ritu festus dies magno cum fidelium populorum frequentia ed concursus ex finitimis loci feria quinta post Pascham ed in die Assumptionis Beatae Virginis”.
E se quelli erano i giorni di festa religiosi, come non ricordare che Giovanni Antonio Del Balzo Orsini, il 20 dicembre 1452, istituì una grande fiera che si svolgeva nell’atrio “prope ecclesiam” e che durava 5 giorni, dal 20 al 25 aprile (festa della Madonna), prima di essere trasferita altrove? Gli affari della fiera diventarono tuttavia affari di masseria; i turchi imperversarono, e S. Maria di Cerrate - come tante altre realtà monastiche - a seguito di saccheggi e occupazioni conobbe il declino, l’oblìo, il passaggio di mano in mano, fino a quando, nel luglio 1965, il luogo non fu acquistato dalla Provincia di Lecce e man mano ha conosciuto una progressiva valorizzazione.
Da qualche anno sono state intraprese campagne di scavo; da alcuni frammenti materiali e da due monete - un barattino veneziano ed un bronzo di Ferdinando il Cattolico - si è ben consci che verranno nuovi elementi per ricostruire l’arco di tempo compreso tra fine XV ed inizi XVI secolo. Ma sono le vicende medievali, che solleticano ancora l’attenzione e chissà che andando a Cerrate, magari guardando in direzione del ricco pozzo rinascimentale, uno non scorga la sagome di una cerbiatta, la insegua e, trovandosi nelle stesse condizioni di Re Tancredi, non abbia a fare una nuova scoperta, convinto com’è che la storia possa anche ripetersi.