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Crocifissi e Passioni nel Salento

01/03/2011
un legame antico di devozione e rito che si evidenzia a Muro Leccese, nella Chiesa dedicata al Crocifisso...

Quando Ettore Vernole, nei primi decenni del secolo scorso, studiò le tradizioni popolari del popolo salentino non potè fare a meno di notare la particolare devozione per la passione e morte del Signore: riferì delle donne delle nostre contrade, così compenetrate nel dramma tutto umano della Mater dolorosa; studiò con particolare attenzione il raccoglimento ed il silenzio dei riti della Settimana Santa, cogliendo la sintonia del popolo col dolore di Maria e del Figlio Crocifisso, accompagnato lungo la via Crucis e sotto la croce e nel sepolcro «appunto come si usa nel fare la visita di condoglianza ad amici o parenti di riguardo». Del resto, a ben osservare, non c’è paese, borgo o contrada del Salento, che non abbia in sé tracce ben evidenti di questo rapporto, reso più stretto - personalizzato, si potrebbe quasi dire - da un particolare evento straordinario, che lega ciascuna rappresentazione artistica del crocifisso - tela o scultura che sia - ad una comunità, che talvolta lo ha elevato a proprio patrono, talaltra lo invoca con particolare devozione e “precisione”, se è vero che le anziane del popolo, quando chiedono intercessioni e grazie al figlio di Dio crocifisso, accompagnano la richiesta d’aiuto con la frase che indica il luogo in cui è, del tipo: «Aiutami tu, Crocifisso mio, che stai dietro il coro della Chiesa…» o «…sull’altare della Chiesa».

Tale contesto, ad esempio, è stato evidenziato a Muro Leccese, ove sorge una chiesa dedicata al Crocifisso. «Questa chiesetta è un’espressione sincera di quella caratteristica devozione popolare delle nostre contrade salentine», ha scritto Vincenzo D’Aurelio, qualche anno addietro, aggiungendo che questo luogo di culto, «attraverso i riti qui officiati e l’arte riflette quel semplice mondo della spiritualità cittadina che così tanto legò l’uomo al Cristo, ai Santi e alla Madonna e specialmente in quei tempi in cui il dolore, le vessazioni, le malattie e l’indigenza rendevano la vita una perenne scommessa da giocarsi con la morte».

Doveva essere davvero notevole, la devozione, in questo «borgo dell’Italia meridionale della provincia di Terra d’Otranto», così come lo descrisse Francesco Predari nel suo Dizionario di geografia antica, moderna e comparata, che nel 1871 contava 2090 anime. «Sta presso il fiumicello Idro - aggiunse -. Vi sono avanzi di antichità». Di questi non menzionò alcun sito, ma la chiesa del Crocifisso doveva esservi necessariamente, perché in essa - ritrovata in un roveto - fu esposta l’immagine della Madonna Addolorata, qui vi è uno «stupendo crocifisso ligneo del ‘600 - ha scritto ancora D’Aurelio - opera dello scultore alessanese Placido Boffelli», «di Tarquinio e di Margherita Renna - aveva precisato ad inizi ‘900 Amilcare Foscarini -, architetto e scultore nato ad Alessano il 3 giugno 1635 ed ivi morto, non ancora sessantenne, il 27 gennaio 1693». Boffelli è noto nel mondo della storia dell’arte come “il Fidia Salentino”. Anzi, fu lui a considerarsi, tale perché nella chiesa di San Matteo a Lecce, vicino alla statua di S. Filippo, uno dei dodici del Collegio apostolico, si legge tra l’altro che «opus Phidiae vivit hic in Placido».
E l’opera conservata a Muro è davvero notevole. Il Crocifisso non è scolpito nel momento del trapasso, con il capo reclinato, che indica anche a chi non crede il “tutto è compiuto”. Nell’opera alessanese, vi è invece il Cristo ancora vivo, che prega secondo le parole del salmista e dice: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Si nota lo sguardo rivolto in alto, verso il Padre; vi è tutto il corpo che sembra allontanarsi dal legno della croce, per protendersi in avanti, esattamente a metà tra le forze, che ormai abbandonano il corpo, e l’ultimo sforzo per cercare di restare in vita: insomma è l’agonia, la lotta per eccellenza - secondo l’etimologia greca - tra la vita e la morte. Nella scultura tutto ciò è ancora reso più realistico dal particolare dei vasi sanguigni sulle braccia del Crocifisso: sono rigonfi del sangue, che circola in maniera inusuale, perché parte importante in quella lotta. «In occasione della mostra Il Barocco a Lecce e nel Salento (1995) ebbi a notare come questo Crocifisso assomiglia fin quasi alla sovrapponibilità a quello conservato nell’omonimo altare del Duomo di Lecce, tanto che fidandomi della tradizionale attribuzione al Boffelli di quello in esame, estendevo la stessa paternità anche all’esemplare leccese», ha scritto tuttavia Raffaele Casciaro, quando in seguito ad analisi più approfondite, ha deciso che «tale attribuzione non può più essere confermata. Oltre al fatto che non si conosce alcuna attività del Boffelli come scultore del legno – ha aggiunto -, la non pertinenza del Crocifisso di Muro con l’altare nel quale è stato collocato trova riscontri anche nella differenza di stile con le figure firmate dei Dolenti, improntate a una resa classicistica nelle vesti e con fisionomie piuttosto schiacciate e dai lineamenti muniti, laddove il Cristo ha lineamenti forti e sporgenti».
Insomma, questa scultura lignea non sarebbe del “Fidia salentino”. E allora? Raffaele Casciaro ha sostenuto che «il modello di partenza può essere un’incisione da un disegno michelangiolesco, che potrebbe spiegare sia l’iconografia, sia la diffusione di questa tipologia a date tra fine Cinque e inizi Seicento».
A pensare a vicende recenti, che hanno riguardato crocifissi michelangioleschi, si finisce per essere coinvolti nel ginepraio delle polemiche, che ancora animano il tema, proprio sul fronte della diffusione della “tipologia”. Qui, invece, giova credere che quest’opera, sia o no del “Fidia salentino” (probabilmente no), è un bell’esempio dell’arte sacra post tridentina, quella nata dal De invocatione, veneratione et reliquis sanctorum et sacris imaginibus, il decreto con il quale «la Chiesa romana introdusse il controllo delle opere da parte delle autorità religiose locali». Le opere devono essere vagliate con attenzione e in esse vi deve essere chiarezza, verità, aderenza alle scritture, sostennero i Padri conciliari. E nel Crocifisso di Muro, questi sono gli elementi facilmente riscontrabili, capaci di essere comunicati ai devoti di tante generazioni e ora anche a quanti, turisti o studiosi, lì vi si recano per ammirare la scultura.