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Cinema e Vino

01/07/2005
“Realizzare Mondovino mi ha permesso dopo vent’anni di cinema di capire che è possibile girare un film nel piacere, col piacere, cercando di dar piacere agli altri senza mai perdere di vista il desiderio di provocare. Piacere e provocazioni d’altronde possono coesistere”
                                                                                                                                        Jonathan Nossiter


Le ultime stagioni cinematografiche hanno evidenziato un nuovo e curioso interesse da parte del mondo della celluloide nei riguardi dell’enologia: Alceo ha recensito per voi i due titoli maggiormente premiati: Sideways e Mondovino...

Le vie del vino sono infinite, ma anche profumate, pastose e limpide come il cristallo di un balloon. È infatti la griglia di emozioni scaturite da una sana degustazione il volano che muove le vicende di Sideways, film premio Oscar e sorta di road movie tutto ironia e contemplazione dove l'amicizia fra due uomini di mezza età fornisce lo spunto per una riflessione agrodolce sul continuare a essere dei «novelli» giovani o imparare ad apprezzare i piaceri della maturità e dell'invecchiamento.
Jack (Thomas Haden Church) è un attore di soap opera in procinto di sposarsi. Il suo migliore amico Miles (Paul Giamatti), bruttino, dolorosamente divorziato da due anni e scrittore non proprio di successo, decide di fargli un regalo speciale. Una settimana sulle strade del vino della California, per un piacevole e intenso addio al celibato fra calici di nettare e campi da golf. Incontreranno anche l'amore, e Miles conoscerà Maya (Virginia Madsen, una volta fatalona bionda e maledetta di Hollywood qui redenta in un bel ruolo di donna sommelier dalle notevoli capacità maieutiche), che, come lui, vive per la gioia di una buona bottiglia.
Riflessivo e garbatamente malinconico, il film di Alexander Payne delinea i personaggi, le loro forze, le loro debolezze, e le mette in parallelo al vino, alle modalità dell'invecchiamento, di conservazione e di degustazione. I sette giorni che Miles e Jack trascorrono insieme sono il percorso di una crescita dei due uomini, profondamente diversi fra loro ma legati da un'amicizia ventennale. La cultura di Miles, espressa da un irresistibile Paul Giamatti (attore dalla sagace vena comica affermato in America come caratterista di tanti film famosi), si scontra con l'istinto animale e grezzo di Jack. E le donne per loro vanno di pari passo con il vino. Per lo scrittore devono essere rare e uniche (come la exmoglie), da apprezzare e da sorseggiare nella loro conquistata maturità; per il belloccio divo da soap opera devono invece avere l'immediata carica esplosiva di un «frizzantino». Lento nell'apertura, ironico nel suo incedere, il film prende vita attimo dopo attimo (verrebbe da dire, sorso dopo sorso), quando le wineyards californiane e le cantine illuminano la scena. E' la sottile magia di un film che va lasciato decantare, per apprezzarne le molte qualità - e anche i piccoli/grandi difetti, al primo posto dei quali va sicuramente ascritta una certa visione di fondo elitaria e anacronisticamente snobistica del mondo dell'enologia, che decodifica l'arte del vino come una specie di spauracchio intellettuale cui relegare significati magari un po' troppo blasé per noi europei.
Come dice Maya, in uno dei momenti più intensi del film, il vino è vivo, come ognuno di noi. Nasce, cresce e raggiunge la maturità. In quel momento, ha un gusto fantastico. (O.D.)

Esiste ancora il vino vero? Oppure il «vino è morto» come afferma Aimè Guibert, simpatico produttore francese da 50 euro a bottiglia, strenuo difensore del terroir francese contro l'invasore americano Mondavì. Che cos'è il vino? Bene culturale senza dubbio, ma prodotto esclusivo di un territorio ben definito a cui conferisce fama e onore o prodotto industriale pompato da efficaci e ben architettate campagne di marketing? Chi vincerà lo scontro tra vitigni autoctoni e vini globalizzati?
Queste le domande che si pone lo spettatore dopo aver visto Mondovino, film documentario dell'americano Johnatan Nossiter, che svela i retroscena e la moltitudine di personaggi che si muovono dietro una semplice bottiglia di vino, senza schierarsi apertamente, ma comunicando comunque efficacemente il suo punto di vista…
L'anteprima italiana del film ha coinciso con l'inaugurazione della più importante kermesse dedicata al settore enologico, il Vinitaly di Verona; in una delle sale del centrocongressi la proiezione del film (già in concorso a Cannes nel 2004) ha attirato una moltitudine di spettatori tra critici, giornalisti, produttori e semplici curiosi. In ambiente molto più congeniale rispetto a quello francese, questa volta Mondovino ha colpito nel segno, lasciando dietro di se uno strascico di commenti entusiastici e positivi, per quello che risulta, ad oggi, il più esaustivo e coinvolgente spaccato sul mondo vinicolo odierno.
Lo spettatore viene letteralmente catapultato, attraverso un continuo incrocio e rincorrersi di interviste, in un mondo…vino dalle mille sfaccettature, molte delle quali nascoste agli occhi dei non addetti ai lavori. Nossiter con la sua telecamera digitale, trasporta il pubblico in diversi paesi e a contatto con le realtà più disparate: dalla Sardegna, con la Malvasia di Bosa di Battista Columbu, prodotta su un terreno di un ettaro e mezzo, fino alla famigerata Napa Valley Californiana con le surreali estensioni di vigneti ornati di statue e fontane dell'eccentrica famiglia Mondavì, passando per la Borgogna, con il tenace attaccamento della famiglia di Humbert de Montille alle tradizioni (il motto di famiglia è «Dove c'è il vino, c'è la civiltà».) e per l'Italia, dove Nossiter intervista due colossi della tradizione enologica nostrana: gli Antinori e i Frescobaldi. Nomi altisonanti e sempre più ricercati dai ricchi neofiti di mezzo mondo, nomi divenuti assieme al terroir (inevitabile il riferimento ai cosiddetti Super Tuscans) valore aggiunto al prodotto grazie ad abili strategie di marketing.
Ed è proprio al medesimo risultato che mirano i Mondavì, tanto onnipotenti da affermare: «Vogliamo iniziare una dinastia. Tra dieci, quindici generazioni sarebbe fantastico vedere i nostri eredi fare il vino su Marte».
E' sufficiente prestare attenzione all'apertura del film per intuire da che parte si schiera il regista, pochi minuti passati a riprendere il vecchio Columbu nei suoi vigneti di Malvasia di Bosa, con primi piani sulle mani e il viso logorato dal sol leone estivo, per capire che il mestiere più difficile non lo esercita chi investe milioni di euro in campagne di comunicazione, ma chi ama la sua terra, i suoi frutti e ne condivide gioie e dolori, difendendo l'ultimo lembo di purezza e di autenticità dalle grinfie della globalizzazione e dell'omologazione del gusto, splendidamente personificati da Michael Rolland, l'enologo più famoso al mondo, filmato mentre prodiga le sue costosissime consulenze a soddisfatti ed ammaliati clienti/viticoltori.
Nossiter tuttavia non pretende di impartire lezioni, perché vuole dare semplicemente allo spettatore materiale con cui pensare, lasciandogli mettere insieme i vari elementi con la sua sensibilità. Inoltre, pur essendo il regista grande esperto di vini, non si lascia mai andare né a tecnicismi inutili né a preziosismi da sommelier, risultando appetibile anche ai fruitori di vino meno esperti.
Splendida finestra aperta su un mondo variegato, dai mille personaggi, Mondovino è un film vivo e riflessivo che racconta lo stridere di due posizioni inconciliabili, quella del vino figlio della tradizione, autentica espressione culturale di un luogo contrapposta alla logica del vino fatto a tavolino seguendo i consigli degli enologi. Forse come solevano ripetere gli antichi, la «virtù sta nel giusto mezzo»(G. S)
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