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Catullo di Verona

01/07/2007
una giovinezza dorata e infelice.

La lirica greca, che privilegiò nelle sue migliori espressioni i temi del simposio, dell’amore e del vino, trovò la naturale continuazione nel mondo letterario latino, specie dell’età augustea, nella quale fiorirono personaggi del calibro di Virgilio, Orazio, Tibullo, Ovidio, Properzio.
Ma credo che non si possa, ragionevolmente, passare sotto silenzio un personaggio letterario dell’età repubblicana di indubbio valore : Valerio Catullo di Verona, noto per il suo canzoniere amoroso, apprezzato ed amato non solo nell’evo antico ma anche in quello moderno e contemporaneo, ma anche per i temi dell’amicizia e del vino.

Catullo ebbe vita breve, nato nell’84 a.C. morì all’età di appena trent’anni. La sua fu una vita dorata, ma nello stesso tempo infelice in quell’età di Cesare e di Cicerone, che vide la crisi della  Repubblica e il passaggio al principato.
Trasferitosi da Verona a Roma, fece parte di una eletta cerchia di letterati che in nome dell’amicizia  coltivò la poesia e l’ amore, in un clima spensierato e anticonformista rispetto a quelle che erano le regole del vivere comune ed il rispetto dei mores maiorum, e si ispirò ai canoni della poesia ellenistica (Callimaco,soprattutto) e che ebbe nei confronti del potere un atteggiamento di distacco, se non proprio di rifiuto.
 
Si potrebbe dire che questo gruppo, noto con il nome di poetae novi, criticato e vilipeso da Cicerone, difensore delle tradizioni patrie in campo politico ( nemico di C. Giulio Cesare e  tutore delle prerogative del Senato) e in campo letterario (sostenitore della poesia epica romana – Quinto Ennio in primis – e avversario delle novità introdotte dalla poesia ellenistica ), si mosse all’interno della società romana con tratti di grande libertà e, talora, di spregiudicatezza. Una sorta di ‘fronda’ culturale e letteraria.
La vita di Catullo fu segnata da una vicenda sentimentale molto intensa : la passione per Lesbia (dal nome della poetessa Saffo di Lesbo), cioè per Clodia, sorella del tribuno Clodio e moglie di Quinto Metello Celere, una donna tanto elegante e raffinata quanto libera e spregiudicata.
Travolto da questa passione, Catullo amò Lesbia come pochi uomini hanno mai amato una donna e il Liber documenta in maniera esemplare la storia di questa vicenda amorosa, dalla genesi alla maturazione, al tramonto : in un andamento che non è mai lineare, ma al contrario sinuoso (nel senso che alle crisi si susseguono le riprese e agli abbandoni gli slanci).
Le pagine del canzoniere catulliano sono dettate da un sentimento genuino e da una cultura raffinata, come ci è dato di cogliere dalla grande varietà di metri e di registri.
Tutti gli ondeggiamenti, gli alti e bassi, le accensioni e le depressioni della sua anima sono riflessi in questa opera , che rimane un ‘classico’ nel senso pieno del termine, in quanto capace di parlare agli uomini di ogni tempo e di ogni luogo.
“Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, e i commenti dei vecchi bacchettoni teniamoli in conto d’un soldo. Il sole tramonta e risorge : a noi, tramontata la nostra breve luce, non resta che una notte di sonno senza fine. Mille baci dammi, e poi cento, e poi altre mille, e altri cento, e ancora ancora mille, e ancora cento. Poi, arrivati a molte migliaia, rimescoleremo il conto, per non sapere qual è, o perché qualche invidioso non ci faccia il malocchio, sapendo l’esatto totale dei baci”(G. Chiarini).

Vi sono dei momenti in cui Catullo, convinto ormai dell’impraticabilità della sua relazione con Lesbia, decide di ‘rompere’ e fa appello al suo cuore perché resista in questa decisione, certamente difficile e dura, ma necessaria per la riconquista di se stesso e del suo equilibrio psico-fisico. “Povero Catullo, basta con le pazzie, quel ch’è perduto, è perduto. Vi furono un tempo per te soli radiosi, quando andavi dove lei ti portava, lei che ho amato come mai nessun’altra. Era una ridda di giochi d’amore, che tu volevi e lei non disdegnava. Vi furono davvero per te soli radiosi. Ma adesso lei non vuole : anche tu non volere, non inseguirla se fugge, non essere infelice, ma da vero uomo, su, sopporta, resisti. Addio, donna, Catullo ha deciso: se tu non vuoi, più non ti cerca, più non ti chiede…”(G. Chiarini).
In questo contesto, non posso non richiamare per la loro intensità e forza i versi, meritamente famosi, pronunciati da Catullo a indelebile sigillo del suo rapporto di “odio-amore”
e condivisi da molti amanti di ogni latitudine: “Odio e amo. Perché mai, tu mi chiedi, non so. Ma sento che è così, ed è un tormento” (G. Chiarini).

Se la vicenda amorosa personale occupa buona parte del Liber catulliano, non mancano i temi dell’amicizia e del simposio. Non sono molti i passi in cui questi temi, specie il secondo (che ai fini del nostro percorso ci interessa maggiormente ), trovano spazio e svi-
luppo , ma è indubbio che entrambi abbiano una notevole rilevanza. Infatti, come si è detto al principio, la vita letteraria di Catullo si svolge tutta all’interno del ‘gruppo’ dei poeti nuovi e si intreccia con la vita quotidiana, nell’adesione condivisa a nuovi modelli di arte e di vita, a libertà di accenti e atteggiamenti anticonformistici. I suoi amici più cari, con i quali si svolge un dialogo sincero e aperto, senza  ipocrisie e infingimenti,  sono intellettuali come lui, Fabullo, Cornifico, Calvo, Veranio…
Vediamo con che freschezza di accenti e spontaneità Catullo rivolge un invito a cena all’amico Fabullo : “Cenerai bene, Fabullo caro, a casa mia uno di questi giorni, se gli dei vorranno : ma solo se ti porterai una cena buona e ricca, e in più una graziosa fanciulla, e vino, arguzia e risate a volontà. Se tutto questo, ti ripeto, porterai, mio bell’amico,l cenerai bene : perché il tuo Catullo ha una borsa piena di ragnatele. Ma in cambio avrai un affetto sincero e quanto c’è di più bello e raffinato: ti darò un profumo che Veneri e Amorini hanno donato alla mia donna. quando l’annuserai, pregherai gli dèi perché ti facciano, Fabullo, tutto naso” (G. Chiarini).  
Che l’acqua sia nemica del vino e, come dirà il romanziere di età imperiale C.  Petronio nel Satyricon, “ha i denti e corrode il nostro cuore” è convinto anche Valerio Catullo se, rivolgendosi al coppiere nell’àmbito del simposio, così lo apostrofa : “Ehi, tu, che mesci il vecchio Falerno, versami coppe di quello più amaro, come vuole Postumia, nostra regina, più sbronza d’un acino sbronzo. Voi acque, invece, lontano, dovunque, peste del vino, emigrate tra gente per bene. Qui c’è solo vin schietto” (G. Chiarini).
Solo  qualche annotazione : il Falerno, tra i più celebrati vini del mondo romano, aveva una varietà amabile e un’altra amara; Postumia, una donna, è in questa occasione la ‘regina’ delle bevute, colei che governava il ritmo delle bevute; in genere il simposiarca, per dirla con termine tecnico, era un uomo. Evidentemente, Postumia non doveva essere, come Lesbia, una donna incorrotta e incorruttibile e i partecipanti, lo si capisce dall’invito rivolto alle acque ad emigrare altrove, avevano voglia di spassarsela.