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Calimera inno alla fertilità

25/07/2013
«I kiatera ste meni diu pedi». Quanta musicalità in quest'annuncio di vita, che una volta si ascoltava più spesso: «La ragazza attende due gemelli!», è la sua traduzione italiana, perchè gli occhi della mente devono considerare che quell’annuncio, correndo di casa in casa, è stato tante volte sulle labbra delle donne di Calimera e qui si parlava (e ora si cerca di farlo ancora, recuperando il salto di un’ampia generazione) il griko o grecanico, quel dialetto «di tipo neo-greco residuato probabilmentedicono gli studiosidi una più ampia e continua area linguistica ellenofona esistita anticamente nella parte costiera della Magna Grecia». Di certo c’è che ora la lingua «kataitaliótika» - l’Italiano meridionale, come dicono i greci attualmente -, si parla in un’area geografica molto limitata, ma Calimera, nel suo stesso nome, sembra un po’ l’emblema di questa particolarità, tanto che il papa Benedetto XVI, nel suo viaggio a Brindisi di giugno 2008, vi ha fatto un bel riferimento. Sulla Banchina di Sant’Apollinare, all’Angelus disse: «Da questo luogo così suggestivo, non lontano dal paese indicato come il “buon giorno” d’Italia (Calimera), desidero pertanto rinnovare il messaggio cristiano di cooperazione e di pace fra tutti i popoli, specialmente tra quelli che fanno corona a questo mare, antica culla di civiltà».
Il «buon giorno» d’Italia. Chi lo avrebbe mai detto, solo un secolo e mezzo prima? Pensiamo che Vincenzo De Castro, nel suo accuratissimo «Grande dizionario dell’Europa», la chiama «Calinera» e distingue questo «villaggio del Regno di Napoli (Terra d’Otranto), distretto di Lecce Circondario di Martano con 2146 abitanti» da Calimera della «Calabria Ulteriore». Ad Italia unificata, Francesco Predari, nel suo «Dizionario di geografia antica, moderna e comparata» (1871) penserà a ristabilire le cose, inserendovi solo la nostra Calimera, come «borgo dell’Italia meridionale, provincia di Terra d’Otranto», che all’epoca aveva «2.249 abitanti in territorio ubertoso» e caratteristico per la produzione di «vini molto squisiti». Vero è che saranno poi Gustavo Stafforello ed i suoi «collaboratori distinti scrittori» a fornire una fotografia un tantino più veritiera alla fine del sec. XIX, quando finalmente di Calimera, ne «La Patria», si potrà leggere che aveva 3.530 abitanti e che sorge all’altezza di 56 metri sul livello del mare ed a 5 km da Vernole «sulla sinistra del fiumicello omonimo e in una bella strada antica, continuazione della famosa via Appia da Lecce ad Otranto». Anche questi redattori, come i precedenti, si soffermarono su «clima salubre e territorio producente granaglie, lino, olio e vino in abbondanza e del migliore della provincia leccese». Questa volta, però – e per fortuna dei lettori di fine secolo XIXandarono oltre, fornendo un minimo di cenno storico. «La popolazione di Calimera (che significa in greco «bel giorno») – scrissero - discende da famiglie greche che vi giunsero, come a Martano, nel secolo XV per sottrarsi all’oppressione dei turchi e di ciò porge ancora testimonianza il carattere, il dialetto e la foggia del vestire. Sino al 1399 fu, col suddetto Martano, un sol Comune in possesso feudale successivo delle famiglie Ugot, Gesualdo, Soriano, Boccali e Gadoleta».
Insomma, quel «buon giorno» d’Italia bisognava darselo per non pensare ai turchi, i quali dovevano essere un chiodo fisso ben prima di quel 1480, anno in cui fecero stragi e martiri ad Otranto, tanto che ben 800 sono diventati santi. E proprio in quello scorcio di secolo XV compare per la prima volta nei documenti riguardanti Calimera una chiesetta… particolare. Il documento è del 6 marzo 1468 e in esso di parla di chiese rurali, dedicate ai santi Biagio, Vito e Nicola. La seconda di queste, ubicata nei pressi del bosco del paese - e diremmo oggi ad est del cimitero - aveva tre porte, vi si officiava il rito greco cattolico ed aveva l’altare sotto la cupola dipinta dentro l’unica navata. Ora come allora, era attorniata di alberi di olivo ed «il custode che si prendeva cura dell’edificiohanno scritto gli studiosipossedeva alcuni terreni concessi dalla Chiesa sotto l’obbligo però di coltivare olivi e darne la metà del ricavato alla Curia». «Altare servo, e dall’altare mangio!», dice un antico adagio salentino, ma quella chiesa, aveva una particolarità che la rendeva unica allora ed ora la fa oggetto di attenzioni. Al suo interno, infatti, si conserva un «grosso masso calcareo con un foro nel mezzo che emerge direttamente dal pavimento». È ben più antico della chiesa stessa e qui ognuno dice la sua, con un sostrato comune, e tante particolarità che distinguono le tesi dei singoli studiosi. «Questo monolite appartiene ad epoca precristiana, quando attorno ad esso si svolgevano precisi rituali pagani legati a propiziare fecondità, perché oltrepassarlo avrebbe trasmesso alla persona il potere fertile della Terra, ricreando l’uscita dall’utero femminile al momento del parto», hanno sostenuto alcuni, evidentemente collegando questa pietra alla Dea Madre e la sua tipologiaquella propria del “men-an-tol”, una pietra forata, cioè – al menhir, in un poema di complementarietà, in cui uomo e donna sono chiamati attraverso la loro fecondità a rigenerare la natura. «Nonostante il diametro del foro sia piuttosto piccolo (30 cm) – hanno avvertito altri studiosi -, la leggenda narra che tutti possano attraversare la pietra in quanto il foro si allargherebbe a seconda della stazza delle persone, al fine di consentire a tutti il compimento del rituale che permette di scambiare le proprie energie con quelle della madre terra generando fecondità e fertilità».
E sul paganesimo, ecco la simbologia cristiana, legata non più solo alla nascita, ma alla rinascita. Già, perché nel giorno di pasquettameglio dire il “lunedì dell’Angelo”, quella contrada si ripopola e la tradizione del passaggio si rinnova, «nonostante l’apertura sia molto piccola e solo persone molto magre o bambini possono riuscire nell’impresa» e così il «passaggio attraverso il monolite è metafora della resurrezione pasquale, e di rinascita a vita nuova, con l’anima rinnovata». Insomma, a Calimera, la pietra non è quella posta all’apertura del sepolcro e non rotola per spalancare una tomba: piuttosto c’è da pensare ad una sorta di battesimo, grazie al quale l’«uomo vecchio», passando attraverso il monolite, diventa «uomo nuovo», «risorto a vita nuova».
E la fecondità? Cosa volete che sia più vitale della Pasqua di resurrezione, in cui la morte è vinta per sempre? Anche la natura in quel periodo evoca nascita, rinnovamento, fecondità e questa pietra diventa uno dei luoghi della rinascita (pietre di tal fatta se ne contano poche al mondo e di recente sono state tutte fotografate ed esposte in una mostra proprio a Calimera).
Ma non c’è la sola «pietra col buco» a fare di Calimera uno dei luoghi in cui la fecondità si esalta diventando inno alla vita. Entriamo nella chiesa matrice dedicata a San Brizio. In questa chiesa ad unica navata sorta nel 1689, ecco proprio nel primo altare a destra, la Madonna della Misericordia, che secondo alcuni «propone una Madonna gravida, il cui dipinto viene attribuito al Catalano». Il pensiero corre a Piero della Francesca, a quella «Madonna del parto», che Vittorio Sgarbi ha ricordato nel suo «destino incerto» circa la collocazione: «il corpo è prorompente, lo sguardo ritroso», dice di quel capolavoro lo studioso. E qui a Calimera, invece, il corpo anch’esso prorompente e con la “rotondità” del ventre, che attira subito lo sguardo, vista la sua centralità nella tela, si pone in correlazione con le braccia allargate, che fanno di questa Vergine quasi una crocifissa, tanto che anche il tronco, più che una donna incinta sembra evocare la leggera torsione, che notiamo in tanti crocifissi. Opportunamente Giovanni Giangreco – collegando questa tela con identico soggetto esistente nella parrocchiale di Martignano – l’ha attribuita al pittore scorranese don Giuseppe Andrea Manfredi, «un longevo prete-pittore, molto attivo in epoca barocca e direttamente collegato con gli ambienti della committenza ecclesiastica e laica più in vista di Terra d’Otranto». Ma qui giova ricordare come anche la Madonna della Misericordia sia tema dell’uomo rinnovato, che rinasce grazie alla misericordia di Dio, presso cui intercede proprio Maria, la quale ha cantato la potenza di Dio nel Magnificat. Ecco immaginiamolo il curato nella parrocchiale di Calimera: al vespro recita:«…Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome:/ di generazione in generazione in generazione, la sua misericordia si stende su quelli che lo temono…». E fuori dalla chiesa, proprio al vespro ecco l’anziana donna che annuncia, in un parallelo inno alla vita: «I kiatera ste meni diu pedi!»; «La ragazza attende due gemelli!».