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C’era una volta la Goliardia… e c’è di nuovo.

02/04/2013
C’era una volta la Goliardia… e c’è di nuovo, e ci sarà sempre. Difficile dare una definizione della Goliardia: potremmo intanto dire che è quella provvisoria contro-società, con i suoi parodistici istituti, riti d’iniziazione, gerarchie, tipica degli studenti universitari e che per lo più agisce nelle città universitarie. Possiamo aggiungere che non è teppismo, non è bullismo, non è violenza, come spesso invece “giornalisti” ignoranti sostengono. Storicamente, la Goliardia “nasce” nell’Ottocento (XIX secolo, non IX) fra gli studenti universitari, quasi tutti fuori sede (e che spesso studiano fuori del proprio staterello preunitario), sull’onda del ritrovamento dei Carmina Burana, una raccolta di canzoni morali e profane (molte di più, e molto più belle, quelle profane) medievali attribuite al composito stuolo dei cosiddetti clerici vagantes, gli studenti erranti che si spostavano da una Università all’altra per completare gli studi. I clerici vagantes, che erano ecclesiastici, anche se avevano preso solo gli ordini minori, divennero protagonisti di una vera e propria rivoluzione culturale, che rivalutava l’intelligenza, gli studi, l’indipendenza di giudizio, e che esprimeva anche affilate satire e sapide parodie contro i vizi, gli schematismi, le convenzioni della società dell’epoca, alto clero, nobiltà guerriera e grassa borghesia nascente inclusi. Non si sa quanto volutamente, questi studenti universitari perennemente fuori sede furono presto confusi con i goliardi, che sembra fosse un termine che designava menestrelli e giocolieri ambulanti, che in comune coi clerici vagantes avevano la eterna povertà, la fame (e soprattutto sete: di vino, naturalmente), l’eterno girovagare, l’amore per la beffa, l’avventura, il disordine…
Agli studenti ottocenteschi (XIX secolo) le canzoni dei vagantes e/o goliardi sembrarono non solo bellissime ma veri e propri manifesti di vita: precaria, disordinata, irresponsabile, gioiosa. E poco importa che fosse poi destinata (come peraltro ai vagantes stessi nella maggior parte dei casi era capitato) a smorzarsi nel ritorno all’ordine ed all’assunzione di responsabilità ed agli schemi dopo la laurea. Finché durava, la condizione di studente universitario, come quella dell’artista bohèmien o scapigliato, era di assoluta libertà.
Nella seconda metà del XIX secolo gli universitari italiani si ribattezzarono goliardi, e diedero vita ad associazioni goliardiche dalle quali, in ogni città sede d’Università, nacquero poi gli Ordini goliardici: che parodiavano le antiche istituzioni degli Stati preunitari, quando non dei Liberi Comuni o di entità ancora più remote. Con una controgerarchia basata sui “bolli” (ovvero sugli anni di iscrizione all’Università), per cui i fuori corso regnavano sugli studenti in corso (e d’altra parte i primi della classe ed i secchioni sono sempre stati sulle scatole a tutti i giovani, in tutti i tempi), e con fantasiose cariche che prendevano in giro quelle, sovente altrettanto pompose nelle denominazioni, tipiche non solo dell’Università (dal Magnifico Rettore in giù) ma anche dello Stato italiano, della Chiesa-istituzione, della Massoneria. E quindi ci fu un prosperare di Duchi, Tribuni, Pontefici, Dogi, Grifoni: tutti quanto meno venerabili, spesso grandi, sovrani, eccellentissimi e quant’altro. Come gli Ordini sui quali regnavano, che si identificavano con la popolazione universitaria di una data città.
Le canzoni dei nuovo goliardi erano parodie: di inni sacri, certo, ma anche dissacrazioni “laiche”. La Goliardia viveva di beffe e di burle, e si faceva burla di tutto e tutti, sorta di rito di iniziazione all’arte più difficile ed “umana”: quella di ridere, innanzitutto di se stessi…
Il senso intima della Goliardia sta nelle strofe del suo inno, il “Gaudeamus”, che accompagna da qualcosa come 5 secoli, decennio più, decennio meno, cazzate, nobili imprese, impossibili amori, scarsi denari e scarsissimi studi degli Universitari d’Italia e d’Europa e traduce in Latino ciò che il magnifico Lorenzo aveva mirabilmente sintetizzato, ereditandolo da Mimnermo ed Orazio e quant’altri, nel suo canto carnascialesco di Bacco e Arianna: “quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v’è certezza”: “Gaudeamus igitur, juvenes dum sumus. Post jucundam juventutem, post molestam senectutem, nos habebit humus“. “Godiamo adunque, finché siamo giovani! Dopo la gioconda gioventù, dopo la molesta vecchiaia, ci possiederà la terra!”. La Goliardia dunque celebra la transitorietà della giovinezza, anche se, per dirla coi versi d’un altro celebre inno goliardico, “Bimbe belle”, “i goliardi hanno sempre vent’anni, anche quando ne hanno di più”.
Lo splendore della Goliardia in Italia dura dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Trenta del XX secolo, quando il fascismo prima irreggimenta nei GUF, poi sopprime la Goliardia; che ritorna già nel 1944, a guerra ancora in corso, nelle prime città liberate, dove tornano anche le Feriae Matricularum, e che nel 1946 si riorganizza a Venezia, dove un Convegno di Principi di Goliardia detta il famoso concetto di Goliardia: “Goliardia è cultura e intelligenza. E’ amore per la libertà e coscienza delle proprie responsabilità sociali davanti alla scuola di oggi e alla professione di domani. E’ culto dello spirito che genera un particolare modo di intendere la vita alla luce di una assoluta libertà di critica, senza alcun pregiudizio di fronte ad uomini ed istituti. E’ infine culto delle antichissime tradizioni che portarono nel mondo il nome delle nostre libere Università di scholari”.
Gli anni ’50 e ’60 sono anni trionfali: si moltiplicano gli Ordini, crescono le adesioni, si tengono Feste delle Matricole anche in città prive di Ateneo, organizzate magari dai pendolari; poi, rapidissimo, il crollo, la crisi – legata anche all’apertura indiscriminata dell’Università a tutti, senza aver provveduto alle infrastrutture, dalle aule ai laboratori, dalle mense alle case dello studente, e, a partire dai primi anni ’70, il cosiddetto “sonno”: lunghissimo, più di quello imposto dal fascismo. Tra fine anni ’80 e primi anni ’90 la rinascita: in tono minore, beninteso, e senza più la pretesa di rappresentare l’intera comunità degli studenti universitari, gonfiata peraltro a dismisura. Ma i manti, le feluche (il tipico copricapo a punta degli universitari, con colori diversi a seconda delle Facoltà e ciondoli ed ammennicoli a personalizzarlo) e le placche degli Ordini tornano a colorare ed affollare le piazze e le taverne delle città universitarie, in una storia che si rinnovella e che non avrà fine…
In Puglia la Goliardia ha una sua piccola storia e tanti leggendari aneddoti. L’Università di Bari ebbe nel II dopoguerra il suo Ordine, Il Sovrano Ordine Goliardico di Santa Stuta, ed aveva accolto tradizioni goliardiche fin dalla fondazione, negli anni ’30 (e subito gruppi di universitari pendolari delle varie città pugliesi avevano dato vita a Feriae Matricularum e a numeri unici goliardici nei loro paesi: a Manduria, per esempio, ne uscirono dal 1932 al 1936); gli universitari tarantini pendolari s’erano fatti un Ordine a Taranto, il Sacer Ordo Santo Stato, attivissimo dagli anni ’50 alla fine dei ’60 (uno dei sui Pontefici fu il futuro giornalista, e direttore del Corriere dl Giorno, Dino Salvaggio). A Foggia, dove l’Università (ancora) non c’era, dagli ’50 si costituirono nei paesi soprattutto garganici Ordini goliardici vivaci, spesso in guerra fra loro, animati da fuori-sede e pendolari (ricordiamo almeno la Papera d’Oro, il Catapanato e, soprattutto, l’Ordo Primi Solis, col suo storico Sultano Giorgio Barassi). Goliardi di gran rinomanza sono stati fra gli altri – prima del sonno - i pugliesi Renzo Arbore e Michele Mirabella, ma originario delle Puglie è anche Antonio Lo Savio, che fu presidente del Consiglio Superiore della Goliardia Italiana negli anni ’60 e Tribuno di Padova, e poi il grottagliese Ciro Nicola Arces, Gran Torrione di Pisa, i manduriani fratelli Dimitri, attivissimi nella Goliardia fiorentina, Nicola De Florio, goliarda in quel di Pisa ed oggi fra i Clerici vagantes, l’autore di queste righe, nei primi anni ’70 goliarda a Perugia ed anche per breve periodo capo Ordine della Marrocca, un Ordine vassallo del Griphonatus; o, dopo il sonno, il barese Saverio Vitucci ed il tarantino Fabrizio Diotaiuti, che han ricoperto la prestigiosissima carica di Gripho Triumphans della Goliardia perugina (una delle più importanti d’Italia), il fiorentino di origini tarantine Marco Manetti, Gran Maestro del Sovrano Commendevolissimo Ordine Goliardico di San Salvi, l’Ordine sovrano di Firenze, o Eleonora Poeta, che è Principe della Congiura de’ Pazzi, uno degli Ordini vassalli più vivaci (“balle”, come si chiamano lì) del Fittone di Bologna.
C’era una volta la Goliardia, e c’è di nuovo, e sempre ci sarà, finché coeli movendi sunt, et terrae, e finché ci saranno Università e studenti universitari che le frequenteranno non solo per utilitarismo ma per seguir virtute e conoscenza, inneggiando ai “giorni lieti degli studi e degli amori”…