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Brindisi in due colonne

01/03/2008
il simbolo della città esposto in un museo: finalmente fruibile nella sua magnificenza il mistero delle colonne del porto...

Il cielo in una stanza. A Brindisi non hanno scomodato il bravissimo cantautore genovese: dal primo giorno di quest’anno hanno posto il simbolo della città, i rocchi delle colonne ed il capitello della superstite - meglio dire, dunque, ciò che resta del simbolo - in un museo perché tutti potessero fruirne. E il cielo che c’entra? Semplice, in quel simbolo e mistero insieme che sono le colonne sul porto, vide giusto soltanto «l’ingenua musa popolare» - così la definì Nicola Vacca nel 1954 - che immaginando le colonne «tanto alte da sostenere la volta celeste», diceva in vernacolo: «Abbasciu alla marina to colonne/ lu cielu ppuntiddatu cu li canni».
Due colonne, dicono i versi popolari, null’altro. È per la datazione, invece, per ciò che esse rappresentavano, che il dibattito si anima ancora e, proprio come ogni mistero che sia veramente tale, si pensa di conoscere tutto di esse, quando la certezza della sua essenza, è destinata ad essere solo intuita.
E dire che la questione non è di questi anni. Negli anni compresi tra il 1781-1786, ad esempio, quando Jean Baptiste-Claude Richard abate di Saint-Non pubblicò a Parigi, riccamente illustrato, il suo Voyage pittoresque ou Description des royaumes de Naples et de Sicile, parlando di Brindisi, scrisse che degli antichi fasti dell’epoca romana a Brindisi non vi era più nulla «se non gli avanzi di due colonne delle quali una sembra essere conservata per miracolo in quanto è perfettamente integra mentre la seconda non c’è che il piedistallo, con un solo rocchio del fusto, rovesciato, a quanto pare, da un terremoto e che è rimasto come sospeso e messo di traverso sul suo plinto». Nulla disse, l’abate, sulla fine che aveva fatto l’altra colonna, i cui rocchi, ma vi aggiunse: «Queste due colonne di marmo bianco, alte cinquanta piedi, erano sproporzionate: il fusto della colonna è troppo alto per il suo diametro. Il capitello, poi, benché molto brutto, merita attenzione per il modo come è composto. Vi sono quattro figure di Nettuno come cariatidi a ciascun angolo; altrettante figure femminili occupano le facce dell’abaco ed otto tritoni a forma di volute sono ad ogni angolo. Questo singolare capitello era sormontato da un piedistallo che pare dovesse sostenere una statua e che oggi non sostiene che un brutto cornicione».
E andò oltre il nostro viaggiatore. «Sono state fatte varie ipotesi sull’uso e la funzione di queste colonne. Vi è chi ha pensato che fossero state erette per servire da faro al porto e questa idea è suffragata dal fatto che esse si trovano effettivamente in direzione del canale. Ma a parte il fatto che un faro si collocava normalmente nella parte più esterna del porto verso il mare, queste colonne, non essendo forate, sarebbero state scomodissime da usarsi per il servizio della lanterna». E con un’interrogativa retorica, Saint-Non aggiunse: «Non potrebbe invece trattarsi di un terminale (e questa sembra l’idea più verosimile) della via Appia che termina appunto a Brindisi?». Poi, per avvalorare ancor più il suo pensiero: «Non si vede perché non si sarebbe potuto elevare - scrisse di seguito - un monumento alla estremità di questa via imperiale come se ne era innalzato uno a Roma per segnare la prima Pietra Miliare; specie poi in considerazione del fatto che Brindisi - osservò - era, da questa parte il confine dell’Impero e continuò per molto tempo ad essere il solo porto dell’Adriatico nel quale i Romani venivano ad imbarcarsi».
Nelle sue parole, in realtà, l’abate di Saint-Non seminava a piene mani indizi per altre possibili interpretazioni, ma la teoria - potremmo dire oggi - del «da casello a casello», immaginando colonne sul porto di Brindisi e primo miliare della via Appia a Roma, come fine ed inizio della prima autostrada, affascinò geografi e storici.
Così, il prof. Gustavo Stafforello, ne La patria-Geografia dell’Italia, opera che, a fine Ottocento doveva contribuire, «fatta l’Italia, a fare gli Italiani», non esitò ad affermare: «Sopra un’eminenza in vicinanza del porto ergesi un’alta colonna in cipollino, con un ricco capitello ornato di teste di deità marine. Sopra uno zoccolo a fianco sorgeva un’altra colonna consimile, atterrata nel 1456 da un terremoto e venduta nel 1663 ai Leccesi, che vi innalzarono in cima (…) la statua di Sant’Oronzio. Una iscrizione incompiuta sulla colonna dice che questa fu rizzata nel secolo IX - aggiunse - da un Lupo Protospata, governatore bisantino, il quale ricostruì la città distrutta nel secolo X dai Saraceni. Vogliono alcuni sorgesse colà una porta trionfale - concluse -, che segnava il termine della regina delle strade militari romane, la famosa via Appia, la quale, muovendo dalla via dei Sepolcri alle porte di Roma, metteva capo a Brindisi, ove schiudevasi la via marittima all’Asia ed all’Africa».
È evidente, il «debito» di queste frasi dal Saint-Non e gli storici locali non furono certamente di aiuto a disvelare il mistero, perchè, ad esempio, il canonico Pasquale Camassa, nella suo studio su La romanità di Brindisi del 1934, considerò quelle colonne come «il termine della via Appia» e per offrire un suo contributo interpretativo identificò nel capitello «Giove, Nettuno, Giunone e Anfitride».
Venne, poi, la II guerra mondiale e la colonna fu smontata e quindi rimontata, per tornare nuovamente in restauro a fine millennio. Al rimontaggio si decise di sostituire un calco perché l’originale fosse custodito nel «Museo della colonna». E così è avvenuto, con rocchi e capitello superstite, che hanno fatto ingresso nel museo recandosi appresso il dolce fardello del loro mistero. Brindisi ha ingabbiato il proprio simbolo? La città ne abbisogna di nuovi? Ora una commissione di studiosi è al lavoro. «La città tenga conto della memoria storica, senza restarne vittima», ha chiesto il sindaco ai commissari che devono occuparsi della «Collocazione di monumenti nel contesto storico di origine». E questi partono nel loro lavoro da alcune certezze, una delle quali riguarda la data della realizzazione della colonna, che avvenne tra «fine II-inizi III secolo d. C., probabilmente ai tempi di Settimio Severo». L’altra certezza, invece, riguarda la funzione. «Le colonne - ha detto il prof. Francesco D’Andria, archeologo dell’Università di Lecce -  non sono “terminali della via Appia”, piuttosto sono il “limes”, segno tra la riva e il mare, che accomuna la realtà brindisina ad altre città, quali Baia, Pozzuoli». «Una “ripa portuense” - è stato sottolineato - in una città imperiale come Brindisi», le cui colonne servivano evidente a presentare la città di mare dal mare, protetta dalle deità marine «Quelle divinità con le alghe sulle guance non è che Ocheanos - ha riferito D’Andria - e la divinità femminile potrebbe essere Teti».
Ma Brindisi non è stata solo romana, è stata messapica e guardando al suo simbolo, troviamo, assieme alle colonne, la testa del cervo che, in una delle poche parole «che conosciamo dei Messapi, si dice “brenda” e qui rappresenta evidentemente il porto brindisino, notoriamente conosciuto avente forma di testa di cervo».
Quelle, dunque, sono le colonne del porto, che, rispettando anche il simbolo, riannodano il perenne destino di Brindisi al suo approdo ed al mare, verso il quale - come annotò già Varrone nelle sue Res Rusticae (II 6,5) mandrie di asini «trasportano dal Brindisino o dall’Apulia…olio o vino, o ancora grano o altri prodotti». Un destino, del resto, ben colto da D’Annunzio che, idealizzando il «destino di Brindisi», benché fosse partito da Gallipoli per recarsi verso l’Ellade santa, non potè fare a meno di scrivere: «…così sciolsi la vela/ coi compagni molto fidi/ in un’alba d’estate/ ventosa, dall’Apula riva/ erta una romana colonna/ io così navigai…».