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Anacreonte di Teo, cantore del vino e dell'amore

01/07/2006
Un altro poeta lirico dell’antica Grecia di notevole spessore ed interesse, ai fini del nostro itinerario poetico-enologico, è Anacreonte, di poco più giovane di Alceo, ma dalla diversa personalità umana ed artistica.
 
Anacreonte nacque verso il 570 a.C., trent’anni circa dopo Alceo di Mitilene (di cui ci siamo occupati nel precedente numero), a Teo, sulla costa dell’Asia Minore di fronte all’isola di Samo. La sua città cadde, con le altre della Ionia, sotto il dominio di Creso, re della Lidia , poi nel 545 sotto quello del re di Persia. I cittadini di Teo si rifugiarono, dopo la conquista persiana, nella loro colonia di Abdera, sulla costa della Tracia, e qui visse un po’ di tempo, come farebbe pensare qualche suo frammento.
Policrate, il tiranno di Samo (siamo in un’epoca in cui i regimi sono per lo più “tirannici” ma non nell’accezione moderna di regimi dispotici e brutali), geniale e munifico amante di poeti, artisti, scienziati, musici, chiamò alla sua corte fastosa anche Anacreonte; e questi furono gli anni più splendidi della vita del poeta. Tra il lusso della corte egli cantò il vino e l’amore : gli amori suoi, ma anche quelli del tiranno, non senza celebrare soprattutto gli efebi.
Quando Policrate morì, fatto prigioniero con un’insidia e crocifisso dal sàtrapo di Sardi (522), Anacreonte passò alla corte di Ipparco e di Ippia, i figli di Pisistrato signori di Atene.
Il poeta visse ad Atene alcuni anni, in cordiale amicizia con i più insigni cittadini: specialmente con Crizia e con Xantippo, il vincitore di Micale, il padre di Pericle. Caduto Ipparco
sotto il pugnale dei tirannicidi Armodio ed Aristogitone (514), , forse anche prima che il fratello superstite, Ippia, fosse scacciato da Atene (510), Anacreonte, con gli altri poeti, abbandonò la città. La tradizione fa morire il poeta in età avanzata, a 85 anni; a proposito della insolita morte, il Perrotta ci rammenta che la storiella secondo cui egli sarebbe stato soffocato da un acino d’uva deriverebbe dallo scherzo di qualche commediografo.

Anacreonte scrisse elegie, giambi, canti lirici; gli antichi avevano raccolto la sua produzione in cinque libri, ma a noi purtroppo sono pervenuti soltanto pochi frammenti. E di certo non appartengono a lui, come ha confermato la migliore critica, le cosiddette anacreontiche, 62 brevi ed insipide poesie a lui attribuite dall’umanista francese Henry Estienne che, nel 1554, le pubblicò per la prima volta.
Purtroppo, come spesso accade nella storia della cultura e delle lettere, il nome di Anacreonte è associato al ricordo di quelle composizioni che brillano per frivolezza e vacuità di
sentimenti. Ma con esse Anacreonte non ha proprio nulla in comune, in quanto la sua Musa è di tutt’altra natura, spiriti e forme.

Anche per Anacreonte, come già per Alceo, il simposio è il quadro di riferimento del canto. A differenza però di Alceo,la vena del poeta jonico non è caratterizzata dalla passione politica. Il suo ambiente resta il palazzo aristocratico, dove tuttavia non filtrano lo stre-pito delle armi, i risentimenti e gli odi delle fazioni, il tumulto delle rivolte popolari.
“Caro non m’è chi narra le contese e le guerre luttuose il vin bevendo presso un cratere colmo, ma chi canta l’amabile allegria mettendo insieme i doni delle Muse e di Afrodite” (trad. Coco).

Tutto si svolge all’insegna dell’equilibrio e della moderazione, in un’atmosfera ovattata, e la legge dominante è quella della ‘misura’, anche nel consumo del vino che deve contemplare la giusta miscela di acqua e di vino nella coppa per raggiungere l’ebbrezza, cara a Dioniso, lentamente, tra dolci canzoni e pacati ragionamenti.
“Un’orgia celebrare senza arroganza voglio. Orsù, beviamo, dunque, non con strepiti e grida alla maniera scitica, ma tra canti soavi sorseggiando” (trad. Coco).
Questi due componimenti ci fanno subito entrare in sintonia con la poesia di Anacreonte, che rifugge dai temi politici e guerreschi e dai toni accesi e violenti. C’è inoltre il ripudio, pronunciato a chiare lettere, della famosa “bevuta scitica”: infatti nel mondo greco gli Sciti erano considerati un popolo rozzo e brutale, in quanto nel corso del simposio erano pronti a cedere a soprassalti di violenza verbale e a vere e proprie risse, indotte dalle formidabili bevute.
Strettamente legato al tema del vino c’è in Anacreonte quello dell’amore, inteso sia in direzione omo che eterosessuale (ma la cosa non deve turbare o, peggio, scandalizzare, in quanto l’amore omosessuale rientra  nella concezione greca in una logica paideutica, con precise limitazioni e precisi confini, che qui non posso sviluppare).
L’amore per Anacreonte non è mai un fatto acquisito per sempre, ma è un’avventura, un gioco, una ricerca continua e non a caso una delle espressioni più ricorrenti è proprio “ancora una volta”…per dire che Eros, come un abile fabbro, si diverte a colpire, quasi a ri-martellare continuamente il poeta, ogni volta accendendo in lui una nuova passione.
“Ragazzo, porta l’acqua, il vino e le ghirlande di fiori : io con Amore son pronto a fare a pugni” (Coco).
Ed altrove ritorna l’immagine di Eros che colpisce all’improvviso : “Amore mi ha colpito nuovamente con una grande scure, come un fabbro, e immerso mi ha in un fiume tempestoso” (Coco).
E per il giovane Cleobùlo, il cui nome il poeta non si perita di tramandare ai posteri, Anacreonte nutre un amore smisurato ma nello stesso tempo insoddisfatto: “Cleobulo, io, l’amo,per Cleobulo ammattisco, Cleobulo io contemplo”.
Memorabile resta poi il componimento in cui il poeta si rivolge in modo insinuante ad una ‘puledra’, per dire ad una ragazza di piacere, in quanto l’identificazione, scherzosa e piccante, fra i due soggetti è abbastanza usuale e resiste ai nostri giorni. Del resto, si sa che nell’ambito del simposio l’etèra, insieme alla flautista, è una figura femminile d’obbligo.
“Perché, puledra tracia, in modo bieco mi guardi, e diprezzandoni mi sfuggi senza pietà? Devi però sapere che di metterti il morso io son capace e di farti girare lungo la mèta con le redini in pugno. Ora nei prati tu pascolando vai e leggera saltelli perché non s’è trovato fino ad oggi cavalier che ti sappia cavalcare” (Coco).
Se il vino e l’amore occupano la maggior parte della produzione anacreontica, rendendola accattivante, non mancano tuttavia sentimenti di malinconia per la precarietà della condizione umana, la  ormai trascorsa giovinezza e le tempie ormai ingrigite, che sono un preludio alla triste conclusione della vita e all’approdo finale nel Tartaro.
“…non più molto tempo è rimasto del dolce esistere; per questo lacrimo spesso, spaventato dal Tartaro. Spaventoso è il recesso di Ade, angosciosa la discesa laggiù. E infatti è fatale, per chi è sceso, non risalire”.