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Alceo Luglio 2005

Grazie Benedetto XVI

L'origine del non facile mestiere del vignaiolo si perde nella notte dei tempi.
Come scrive Gianni Iacovelli bisogna risalire indietro nel tempo di circa dieci mila anni.
E sin dall'antichità fu un'attività tenuta in grande considerazione per il valore, non solo simbolico, che veniva dato al nettare che si traeva dai frutti della vigna.
Dal periodo neolitico, e poi nelle successive civiltà Sumeriche ed Assiro - Babilonesi, si cominciò ad attribuire al vino, e quindi alla vite, un significato sacrale e culturale che perdura sino ai nostri giorni.
In sumero vite significava «albero della vita». La dea assira Ishtar, una raffigurazione della madre, veniva indicata «come ceppo principale della vigna».
Una delle prime cose che fece Noè dopo il diluvio universale fu quella di piantare una vigna (libro della Genesi 9.20).
Gli Ittiti adoravano una divinità del vino.
La Bibbia (Numeri, 13.27) riporta che a testimonianza della fertilità della terra promessa, gli uomini mandati in ricognizione portarono a Mosè un tralcio di vite con un enorme grappolo di uva. Per gli ebrei il giardino dell'Eden veniva indicato come la vigna del signore e nella Bibbia il popolo di Israele veniva paragonato ad un vigneto ben curato e produttivo se obbediva ai voleri del Signore. Ma il vino è anche godimento per l'uomo, «Letizia del cuore e diletto dell'anima è il vino bevuto con moderazione e nel momento dovuto» (Ecclesiaste 31.28)
Nell'Egitto dei Faraoni, essendo il vino una bevanda dei re e dei sacerdoti, cui venivano attribuiti poteri taumaturgici, era tenuta in grande considerazione della vigna che in molte pitture viene rappresentata con una forma di allevamento a pergola.
Nella regione dionisiaca, Dioniso era il dio greco delle donne, per le mainàdes, tra i due modi per congiungersi al dio e diventare "baccanti", vi era quello di bere con il vino l'essenza del dio stesso.
Ippocrate ne ribadisce le proprietà medicamentose. Più vicino ai mortali il dio romano della vigna e del vino, il grasso e gaudente Bacco.
Mentre per il Cristianesimo si accentua l'aspetto sacrale della bevanda per la stretta identificazione che si attribuisce tra il sangue di Cristo ed il vino. Furono anche i monaci, attenti viticultori, a diffondere la coltura (o meglio la cultura) della vite.
Ed ora questo nobile mestiere del vignaiolo come viene percepito dagli agricoltori salentini?
Sino a qualche decennio fa, benchè il coltivare la vigna fosse ritenuto il mestiere più difficile per un agricoltore, ove occorreva una maggiore attenzione ed esperienza, il cosiddetto ceto civile non teneva in grande considerazione chi la lavorava direttamente.
La classe degli illani (villani) era ritenuta una delle più umili.
Poi con tenacia e sacrificio, divenuti piccoli proprietari, avevano cominciato a risalire la scala sociale nel loro territorio.
Ma agli occhi del mondo enoico italiano non si godeva ancora grande fama, perchè si coltivavano uve per vini non nobili ma adatte al «taglio» o alla fascia più bassa del mercato.
Grazie all'affermazione mondiale del Negroamaro (vedi Salice Salentino doc) cui si è recentemente aggiunto il «rinascimento del Primitivo»  nostri viticultori hanno percepito l'importanza di essere non solo, i portabandiera dell'agricoltura salentina, ma anche ambasciatori, attraverso il vino,della cultura e tradizione del proprio territorio.
Purtroppo, recentemente, alla vigilia dell'ultimo Vinitaly, che è la nostra grande vetrina, il ministro della sanità (ora ex) Sirchia, si preparava ad insinuare nella mente degli italiani che il nostro nettare fosse una calamità per il genere umano.
Era pronto un «editto» che metteva quasi al bando, dopo il fumo, anche il vino.
Proprio ora che la cultura del vino sta diventando universale.
Un leggero vento di depressione ha scalfito i nostri convincimenti, forse siamo avvelenatori dell'umanità e dopo millenni ora il ministro apre gli occhi al mondo, altro che nobile mestiere.
Per fortuna interviene il ministro Alemanno a scongiurare il pericolo.
Ma le ombre che albergavano nel nostro animo si diradano di li a poco.
Eravamo, insieme a gran parte dell'umanità, davanti al televisore con gli occhi ancora umidi di pianto per la dipartita del Papa Santo, ma con il cuore rallegrato per la nomina del nuovo successore di Pietro ed ecco affociarsi per la prima volta, al balcone della loggia centrale che domina la piazza della cattedrale di S. Pietrostracolma di gente, il neo papa Benedetto XVI e proferire con voce ieratica «...sono un umile lavoratore della vigna del Signore...»
Viticultori, siamo in buona compagnia!

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